domenica 18 giugno 2017

Italia
L'Osservatore Romano
(Bruna Bocchini) L’originalità ed eccezionalità di don Lorenzo Milani nella Chiesa italiana degli anni Cinquanta e Sessanta è stata riconosciuta ampiamente; questa non è dovuta solo alla radicalità della sua scelta evangelica, ma forse in primo luogo al fatto che il suo impegno evangelico di testimonianza è vissuto guardando la Chiesa e il mondo cattolico con un occhio esterno, per così dire, che gli permette di vedere realtà che altri non riescono a percepire perché troppo interni a quel mondo e a quella mentalità.Significativo il giudizio di Milani su un volumetto di Mazzolari sulla crisi della parrocchia, che pure era un testo importante per il dibattito di quegli anni, edito negli stessi anni di Esperienze pastorali; egli sottolinea la profonda diversità di approccio, l’ampiezza della sua ricerca e l’impossibilità di paragonare i due volumi. Anche la prefazione di D’Avack a Esperienze pastorali, pur condividendo molte linee del volume di Milani, non sembra cogliere in profondità la radicalità di tanti giudizi, in particolare sulla secolarizzazione e sul clericalismo degli atteggiamenti di ecclesiastici e laici. In seminario, come ha riconosciuto Piovanelli, rivolgendosi a Milani, «non sempre, non subito ti abbiamo capito»; «il tuo chiarissimo anticipo, la nostra lentezza al futuro sono stati, forse, il motivo della tua croce nella Chiesa». Il motivo più profondo dell’incomprensione, anche da parte degli altri seminaristi, era nella estrazione contadina della gran parte degli allievi, che erano entrati in seminario da bambini o adolescenti; la loro educazione era avvenuta nell’ambiente separato e lontano del seminario, che aveva un’impostazione teologica chiusa alle riflessioni provenienti dalla cultura anche teologica europea, con una spiritualità severamente ascetica, incentrata sulle cosiddette virtù passive, senza contatti e sollecitazioni provenienti dal mondo esterno che quei giovani non erano preparati a comprendere.
Lo sguardo esterno di don Milani, così profondamente laico, è dovuto alla sua origine familiare come è stato sottolineato in più occasioni, così lontano dalla mentalità ecclesiastica profondamente autoreferenziale. Il volume di Valeria Comparetti Milani sulla famiglia Milani offre molti elementi nuovi di grande interesse.
Infatti, scrive Valeria Comparetti: «La narrazione su don Milani all’interno della sua stessa famiglia non ha mai incluso la figura del padre Albano. Questo sacerdote è parso quasi orfano di padre fino a ora». Si è fatto molte volte riferimento alla forte influenza materna, Alice Weiss, all’ambiente mitteleuropeo triestino dal quale proveniva; parente di Edoardo Weiss, allievo di Freud e fondatore della Società italiana di psicoanalisi, e di Italo Svevo, fu per suo tramite che Alice studiò inglese con James Joyce che in quegli anni viveva a Trieste.
Un’altra caratteristica, ripetutamente sottolineata, è l’influenza della tradizione del nonno paterno Domenico Comparetti, filologo noto internazionalmente. In realtà, nota giustamente Valeria Comparetti Milani, quel nonno ebbe un’influenza notevole sul padre di Lorenzo, Albano, mentre è poco significativo il suo rapporto con i nipoti Adriano e Lorenzo perché morì quando questi avevano pochi anni.
L’attenzione all’importanza della parola, alla filologia, poteva piuttosto derivare dalla frequentazione di Giorgio Pasquali, amico di famiglia e personale di Lorenzo.
Ma l’importanza della parola e l’acquisizione di capacità logiche e linguistiche erano alla base della educazione familiare in casa Milani. Il volume ci offre notizie molto significative. Grande era l’attenzione al possesso di un vocabolario molto ampio, all’acquisizione delle lingue straniere, tedesco, inglese e francese, oltre il latino, alla capacità d’argomentare e d’esprimere con ampiezza di tematiche e sfumature le proprie opinioni.
C’era un libro del bebé dove Alice annotava i progressi intellettuali di Lorenzo; nel marzo 1929 descriveva Lorenzo come «cresciuto molto sviluppato di mente — diventa ragazzo. Nel marzo del 1928 ha imparato col babbo in poche settimane a scrivere a macchina, ora scrive correttamente e abbastanza rapidamente e sa leggere lo stampatello. Colpisce la chiarezza e la logica della sua parola». Prima dei due anni cantava in tedesco e contava fino a cinque. Uno dei giochi in famiglia era quello del «dizionario etimologico: uno dei giocatori sceglieva una parola, gli altri giocatori dovevano trovarne sia il significato che l’etimologia».
Anche sulla base della sua frequentazione della nonna, credo, Valeria Comparetti, sostiene che «Alice sapeva dimostrare il suo affetto esclusivamente dando un’attenzione intellettuale, ella non aveva carezze, ma le sue domande precise e il suo sguardo penetrante e fermo interrogavano l’altro. Ella sapeva dare attenzione quanto negarla totalmente a coloro che non considerava all’altezza. Lorenzo fin da piccolissimo l’aveva affascinata con la sua capacità dialettica e narrativa, la limpidezza del suo ragionare».
In questo quadro familiare si comprende meglio il titolo del volume Carezzarsi con le parole e l’importanza anche affettiva dell’acquisizione della parola che, anche come parroco a Barbiana, Milani avrà nell’educazione dei suoi ragazzi, in particolare a Barbiana. Si può così comprendere meglio anche la profonda differenza tra Milani e tanti parroci di campagna che da decenni, forse da secoli, avevano assunto una qualche funzione di alfabetizzazione dei figli di contadini.
Ma la prospettiva era profondamente diversa; non si trattava soltanto di dare alcuni strumenti per permettere loro di lavorare anche fuori dai campi, per Milani significava dare la parola ai poveri perché potessero esprimere una propria cultura. Alice era ebrea, ma si considerò sempre agnostica; molto interessante è la definizione di questo atteggiamento in uno scritto di Albano del 1928. «A mio avviso la civiltà moderna tende sempre più alla seguente posizione di principio rispetto al pensiero religioso: non negare e non affermare (…) Trovo del resto che la classificazione in materialismo, spiritualismo, idealismo e simili non si presta più per definire l’atteggiamento dell’uomo moderno. L’uomo moderno può essere al tempo stesso partecipe di tutti questi atteggiamenti, perché lo stato attuale delle cognizioni scientifiche non permette di preferire o di escludere alcuni di essi. In ciò si potrebbe ravvisare forse un agnosticismo, ma non sarebbe esatto, o almeno questa parola dovrebbe essere intesa in un senso alquanto diverso da quello che è stato consacrato».
I genitori decisero di non dare un’educazione cristiana ai loro figli; ad esempio alla fine di dicembre veniva organizzata una piccola festa per i bambini con l’addobbo dell’albero e veniva chiamata «la festa dell’albero», invitando amici come Rosselli, Olschki, Lessona, Vogel, Trigona, senza alcuna distinzione confessionale. Nei primi anni Trenta i Milani si rendono conto che potevano avvicinarsi dei rischi di persecuzioni per gli ebrei e decidono di battezzare i figli. Da sottolineare il rapporto molto buono con il parroco Viviani che aveva la pieve vicino alla tenuta di Gigliola; infatti, questi registra i battesimi come avvenuti al momento della nascita, falsificando i registri parrocchiali.
L'Osservatore Romano, 17-18 giugno 2017.