domenica 4 giugno 2017

Italia
L'intervista. Bassetti: la povertà è la mia maestra di vita. La politica ha bisogno di cattolici impegnati
Avvenire
(Giacomo Gambassi e Mimmo Muolo)  Sulle pagine di sabato 3 giugno e domenica 4 ha scritto a penna: “Visita pastorale all’unità pastorale della Santa Famiglia”. Nell’agenda del cardinale Gualtiero Bassetti non compare la parola “Roma”.  «Ma ci sarà, ci sarà...», sorride l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve che da dodici giorni è il  nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana. Sopra la scrivania, accanto a fogli di appunti  e fascicoli, ha una copia di  Avvenire
Dalle finestre dello studio, al primo piano del palazzo  arcivescovile di Perugia, si vede piazza 4 Novembre, cuore del capoluogo umbro. Con l’auto,  guidata da solo, è arrivato da pochi minuti. «Grazie al cielo non mi chiamano “presidente”. Già è  stato difficile abituarsi a sentirsi dire “eminenza”», scherza con quell’ironia tutta fiorentina, terra in  cui affondano le sue radici. Lo stile è quello di un padre, verrebbe da dire. «Meglio di un nonno,  visto che ho 75 anni», ribatte il cardinale. Papa Francesco lo ha scelto come presidente della Cei lo  scorso 24 maggio sulla base della terna votata dai vescovi italiani, dopo averlo prorogato “senza  scadenza” alla guida della “sua” Chiesa locale. E fra una tappa e l’altra del viaggio che sta  compiendo fra le comunità della diocesi dialoga con il quotidiano dei cattolici italiani. Parla di  «responsabilità condivise nella Cei» e deplora ogni «tentazione di potere» ecclesiale; cita don  Milani, don Mazzolari, don Barsotti ma anche don Diana e don Puglisi per affermare che «fra  Chiesa e mafie non sono ammessi “inchini”»; torna a ricordare lo storico sindaco di Firenze,  Giorgio La Pira, per evidenziare che il Paese vive una «crisi profonda della politica » perché non si  affronta «la nuova questione sociale» e per ribadire che non servono politici «baciapile»; considera  il lavoro l’«emergenza della nostra Italia » e definisce «immorale» ogni forma di sfruttamento;  esalta il «talento» dei giovani e chiede che sia aiutata dalle istituzioni «la famiglia fondata sul  matrimonio»; invoca un’«accoglienza » più ampia per profughi e migranti ma nel rispetto delle  regole. 
Eminenza, che cosa ha pensato quando i vescovi italiani l’hanno indicata per primo al Papa e  poi Francesco l’ha nominata presidente della Cei? 
Una sensazione di incredulità mista a una profonda commozione e a un grande senso di  responsabilità. Ho pensato ai miei genitori, alla piccola frazione del Comune di Marradi  sull’Appennino tosco-romagnolo che ho lasciato quando avevo 14 anni per entrare in Seminario a  Firenze, alla mia vocazione, a tutti i preti che ho ordinato e che sono un po’ come i miei figli  spirituali. Veramente il Signore ci guida come un pastore e ci dà la forza per affrontare tutte le  situazioni, anche quelle che non avresti mai pensato di vivere nella vita. 
Ha scritto al Papa di essere un «contadino». Ha vissuto la povertà. Che cosa le hanno  insegnato queste radici? 
La povertà è la mia maestra di vita. Nascere povero in una realtà di campagna è un dono  straordinario. L’alternanza delle stagioni non è altro che lo svolgersi di una liturgia divina. Direi che ho iniziato il Seminario nelle campagne di Marradi: accanto ai vecchi, agli orfani della guerra, ai  poveri, immerso in un paesaggio straordinario che è rimasto sostanzialmente immutato. Tutto  questo ti fa capire tre cose: che la vita non è un gioco ma è un’esperienza serissima; che c’è una  relazione fortissima e misteriosa tra gli uomini, il creato e il divino; e che l’uomo per quanto si  affanni in ogni epoca a costruire la sua personale torre di Babele non arriverà mai al cielo perché  Dio è l’unico autentico signore della storia. 
Si sente un «maledetto toscano»? 
La definizione è di un pratese, Curzio Malaparte, ma io sono tosco-romagnolo d’origine e fiorentino d’adozione... Battute a parte, mi sento un «benedetto toscano» perché se guardo alla Chiesa che mi  ha formato, quella di Firenze, vi trovo una straordinaria testimonianza di santità che mi fa pensare a  questa terra come benedetta da Dio. Una storia di santità che è storia di popolo, come è anche quella di tutta la Chiesa italiana. Una storia di umanesimo cristiano che non soltanto ha reso profetica la  comunità ecclesiale ma si è riversata come un’imponente cascata sull’intera società rendendola  migliore. Lo stesso dovrebbe avvenire oggi. 
Papa Francesco renderà omaggio a due sacerdoti “umili” e “battaglieri” che hanno illuminato la Chiesa italiana nell’ultimo secolo e che le sono particolarmente cari: don Lorenzo Milani e  don Primo Mazzolari. Quale la loro lezione? 
Se dovessi sintetizzare con una sola frase, direi che la lezione che lasciano in eredità è un’autentica  e totale vocazione ad andare verso gli ultimi. E questo nonostante le incomprensioni e le  persecuzioni. Don Mazzolari e don Milani vedevano oltre, sapevano cogliere i segni dei tempi. E  sono rimasti sempre fedeli alla Chiesa al di là delle delusioni e delle amarezze. Questo è di grande  insegnamento per ciascuno di noi e anche di singolare attualità. Soprattutto per quelle persone che  sono in crisi di fede o che si sentono in difficoltà con la Chiesa istituzionale. Aggiungo che entrambi sono personalità complesse, non sovrapponibili e soprattutto non etichettabili dentro schemi  preconfezionati che oggi hanno largo seguito ma che a mio avviso non riescono a cogliere la  profondità del loro messaggio. 
Durante il Convegno ecclesiale nazionale di Firenze nel 2015 papa Francesco ha chiesto alla  Chiesa italiana di essere «inquieta». Come si può spendere questa inquietudine? 
Il discorso del Papa è stato stupendo e andrà senza dubbio approfondito. Francesco in quel  passaggio fa un duplice invito: esorta la Chiesa ad essere inquieta e ad essere vicina agli  abbandonati, ai dimen-ticati, agli imperfetti. L’inquietudine è l’esatto contrario della tranquillità. È  il contrario di chi si sente appagato e al sicuro nei propri schemi e nelle proprie strutture, mentali e  burocratiche. È un richiamo evangelico fortissimo. Bisognerà percorrere nuove strade che ci portino verso gli ultimi e non certo verso le strutture di potere. La tentazione del potere colpisce ogni uomo  e non deve scandalizzarci. È una delle tentazioni che Gesù affronta nel deserto. Ed è uno dei  combattimenti più importanti che devono affrontare sia i consacrati, sia i laici. Il desiderio di  detenere il potere o di sfruttare la Chiesa per un tornaconto personale è uno dei cancri che va  estirpato. C’è un grande insegnamento che ho ricevuto nella mia vita da sacerdote: la Chiesa si  serve e non ci si serve di essa. 
Nella sua prima conferenza stampa ha parlato di una Cei «collegiale». In che cosa si tradurrà  tutto ciò? 
Sono convintissimo che la Chiesa italiana sia ancora una Chiesa di popolo, radicata nel Paese e che  i vescovi conoscano molto bene la gente, il clero e i vari territori. È necessario che i vescovi  possano esprimersi con franchezza e soprattutto che all’interno della Cei si respiri in un clima di  ascolto. Come rettore e visitatore di Seminari e come vescovo ho ben presente l’importanza  dell’ascolto delle persone. Di certo la Chiesa italiana ha bisogno di un dialogo rinnovato, di  responsabilità condivise e di una profonda unità di intenti tra Nord e Sud, tra centro e periferia, tra  parrocchie, associazioni e movimenti. 
Quale il ruolo delle Conferenze episcopali regionali? E come prosegue la revisione della  geografia delle diocesi? 
Le Conferenze regionali sono le antenne sul territorio, da valorizzare e da coinvolgere in maniera  sempre più vigorosa. Il percorso di revisione geografica ed eventuale riduzione delle diocesi sta  continuando. Certo, serve tenere conto della storia ecclesiale e della specificità dell’Italia. Non  possiamo correre il rischio di perdere riferimenti preziosi, bagagli d’identità, presidi di fede  necessari per la nostra gente. 
Un terzo dell’episcopato italiano è già stato rinnovato sotto il pontificato di Francesco. Quali  sono le priorità di un vescovo oggi? 
Le priorità non cambiano, sono quelle di sempre: essere sposo della Chiesa, padre e pastore del  gregge. Ma con maggiore vicinanza al popolo. Direi che la logica del servizio è quella che più deve  caratterizzare il vescovo. Servire la Chiesa, servire il popolo di Dio senza pretendere nulla per se  stesso se non la ricerca costante della santità. Essere un pastore con “l’odore delle pecore” non è un  ritornello da ripetere, ma un insegnamento da mettere in pratica. 
Come rettore del Seminario di Firenze ha accompagnato al presbiterato più di cento preti e  per dieci anni è stato visitatore dei Seminari d’Italia. Quanto è faticoso il ministero  sacerdotale? 
Prima di tutto direi che è bello essere prete. La fatica fa parte del ministero. Anche essere padre e  madre è faticoso. Ma questo non toglie la gioia dell’unione e dell’essere genitori. C’è un’immagine  stupenda di don Divo Barsotti che mi porto nel cuore: «Nei monumenti colui che deve essere  ricordato e ammirato sta in cima al piedistallo, qui invece il sacerdote sta sotto il piedistallo e ne  porta il peso. Tale peso il sacerdote lo innalza a Dio con la sua preghiera». Essere prete è dunque  faticoso ma è una gioia unica. 
La Cei guarda ai giovani anche in vista del Sinodo dei vescovi a loro dedicato nel 2018.  Eppure nella Penisola l’universo giovanile è segnato da lavoro precario, solitudine virtuale,  deficit di speranza. Come tornare a far sognare i ragazzi? 
I giovani sono «come le rondini», diceva La Pira, «sentono la stagione: quando viene la primavera  essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale che indica loro la rotta e i  porti». I giovani non hanno bisogno di qualcuno che imponga loro che cosa sognare perché sono in  grado di farlo da soli. Hanno molto più talento di noi vecchi e molta più capacità di pensare e  immaginare un mondo nuovo. Hanno però necessità da parte degli adulti di due cose: che essi siano, come diceva Paolo VI, testimoni e maestri. Devono saper entrare in relazione con le generazioni  adulte perché possano attingere alla fonte della sapienza e della saggezza. Hanno bisogno di vivere  in un mondo che riesca a coniugare libertà e responsabilità senza credere alle facili illusioni del  “tutto è permesso” e del “che male c’è se lo fanno tutti”. Il mondo attuale ha generato falsi miti che  non aiutano la gioventù. L’Amoris  laetitia  in due passaggi parla di «bambini orfani di genitori vivi»  e di «giovani disorientati e senza regole». Il Sinodo dovrà aprire una profonda riflessione su tutto  questo. E come Chiesa siamo tenuti ad ascoltarli, a dare loro spazio, a renderli protagonisti. 
Soffermiamoci sulla famiglia. In Italia i matrimoni calano; le convivenze crescono; anche le  crisi familiari sono frequenti. Come annunciare il Vangelo della famiglia? E quanto le  politiche a favore della famiglia possono aiutare a sostenere questo «tesoro prezioso»? 
Sulla famiglia abbiamo un magistero estremamente ricco e una straordinaria esperienza come quella del recente Sinodo dei vescovi in due fasi. Le politiche sulla famiglia sono importantissime ma c’è  una questione cruciale che bisogna ricordare con fermezza: la famiglia fondata sul matrimonio tra  uomo e donna, aperta ai figli, si colloca al centro della società. E mai come oggi occorre annunciare al mondo la vocazione e la straordinaria bellezza della famiglia. Annunciare oggi il Vangelo della  famiglia con gioia e carità, senza imporre dei pesi sulle spalle, è basilare. Detto ciò, ci sono tre sfide decisive per la famiglia. 
Quali, eminenza? 
La prima sfida è di tipo esistenziale e risiede nelle difficoltà di formare e di essere una famiglia.  Molte persone hanno dubbi che sia possibile dare amore “per sempre”. D’altra parte, le donne e gli  uomini di oggi sono cresciuti in una società dove tutto viene consumato in modalità “usa e getta”.  La seconda sfida è di tipo sociale e consiste nel riuscire a rendere su misura per la famiglia la nostra società sempre più complessa e logorante. Penso a che cosa significa per una famiglia vivere in una  metropoli o in una sua periferia, alla mancanza di lavoro, ai costi degli asili, alle distanze,  all’inquinamento, alla rottura delle vecchie reti di protezione dei nonni, alle difficoltà della donne a  coniugare maternità e lavoro. La terza sfida si riferisce alla difesa dell’umano. Una sfida culturale e  spirituale di grandissima portata che si deve basare sulla valorizzazione dei principi antropologici  della persona umana così come sono stati definiti dalla tradizione dell’umanesimo cristiano e che  oggi bisogna affrontare nelle scuole, nei luoghi di dibattito pubblico e persino in politica. 
Lei richiama spesso Giorgio La Pira, cattolico a servizio del bene comune. Nell’Italia  contemporanea i cattolici più impegnati si tengono lontani dall’impegno politico e il vocabolo  “cattolico” è ridotto un’etichetta. Che cosa significa per i laici cattolici l’invito di Francesco a  «immischiarsi » nella cosa pubblica? 
A me sembra che oggi in tutto il mondo occidentale, non solo in Italia, siamo di fronte a una crisi  profonda della politica e un po’ ovunque nascono dei movimenti che sbrigativamente definiamo  populisti o antisistema. Dobbiamo domandarci: perché c’è questa crisi della politica? Perché si ha la sensazione che la politica sia sempre più autoreferenziale e distaccata dai problemi veri della gente? Voglio rispondere in modo molto semplice: secondo me, perché oggi ci troviamo di fronte a una  “nuova questione sociale” a cui finora nessuno è stato in grado di fornire una risposta autentica. Se  cito spesso il pensiero e l’azione di La Pira è perché sono convinto della necessità che si debba  tornare a una politica che sia al servizio del bene comune. La “nuova questione sociale”, di cui  dicevo, tiene assieme i fenomeni migratori con la politica ambientale, le questioni bioetiche con le  scelte economiche e scaturisce da due fattori di fondo: la crisi dell’umano e un nuovo potere  tecnico, come aveva intuito Romano Guardini. Perciò la  Laudato si’  rappresenta oggi una prima  risposta magisteriale che deve però ancora essere declinata nella vita pratica. 
Quindi la Laudato si’ potrebbe essere una sorta di Rerum novarum  dei tempi odierni? 
Potrebbe essere qualcosa di simile e di nuovo al tempo stesso. Ai tempi di Leone XIII c’era il  problema, attuale per allora, delle fabbriche e degli operai. Con la  Rerum novarum  scaturì un fiume  di idee, pratiche ed esperienze politiche. Giorgio La Pira, quando iniziò a fare politica, aveva alle  spalle una grande tradizione culturale a cui si aggiunse il suo sguardo profetico e il suo spirito  evangelico: da qui nasce il bisogno di rispondere alle “attese della povera gente”. Questo è quanto  attende i cattolici in politica nel prossimo futuro: comprendere appieno il mondo di oggi. Un mondo sempre più tecnico e anche sempre più individualista; avere uno sguardo profetico e uno spirito  evangelico; rispondere per primo alle attese della povera gente. La sfida è enorme: bisogna guardare al futuro con coraggio e senza paura. 
Ha sempre insistito sulla formazione politicosociale. Va rimessa in moto la macchina? 
C’è chi accusa la Chiesa di aver voluto cattolici impegnati nella politica e nel sociale “eterodiretti”,  ossia mossi dai vescovi. Non desideriamo laici che facciano la coda davanti ai palazzi vescovili o,  come ha detto il Papa, che siano “baciapile” o più clericali del clero. C’è bisogno di cattolici  responsabili che siano ponte fra la Chiesa e la società. Ma perché ciò si realizzi occorrono coscienze ben formate. Dovremmo ripartire dallo spirito che animò l’allora Giovanni Battista Montini, poi  Paolo VI, il quale si spese per formare schiere di giovani “adulti nella fede” in grado di dedicarsi  allo sviluppo del Paese. Una scuola di sana laicità che fa bene a tutti. Poi ho un sogno che mi  auguro non sia una chimera: sogno cattolici impegnati nelle istituzioni che ascoltino la gente, che  trovino lo spazio per pregare, che pratichino la giustizia, che diano voce agli ultimi. 
La crisi economica in Italia si fa ancora sentire molto. La fame di lavoro è drammatica. E,  come ha denunciato il Papa, delocalizzazioni e contratti capestro sono strumenti di  sfruttamento e scarto di tanti lavoratori. Che cosa può dire la Chiesa? 
Da anni incontro giovani senza lavoro che noi continuiamo a chiamare giovani ma che ormai sono  adulti e che non trovano la forza e la speranza di formare una famiglia proprio perché non hanno un  lavoro. Oppure incontro padri e madri che non hanno più un’occupazione; operai di 50 anni  licenziati; parenti di persone che si sono tolte la vita per essere rimaste senza occupazione. Incontro  anche imprenditori che con sforzi indicibili mantengono in piedi le loro aziende e non tagliano il  personale. Il lavoro è la vera priorità per il Paese, come ricorda la Costituzione. Anzi è l’emergenza  della nostra Italia. Quello che ha ribadito Francesco a Genova è di fondamentale importanza: la  mancanza di lavoro è più drammatica della mancanza di un reddito. Dal lavoro passa la dignità  della persona. Non si possono chiudere aziende quando non ci sono segnali di difficoltà ma solo per ragioni speculative; non si possono trasferire stabilimenti all’estero solo per massimizzare i profitti  impiegando manodopera sottopagata. Una società a misura d’uomo si giudica dall’attenzione che  riserva al lavoro degno, equamente retribuito, accessibile a tutti. Eppure giovani e meno giovani mi  raccontano di situazioni di autentico sfruttamento in cui vengono comminati stipendi da fame in un  regime di flessibilità che si traduce in precariato permanente; in cui si impone il lavoro nero; in cui  si nega il meritato riposo. Tutto ciò è immorale. Ricordo che la Chiesa italiana è scesa in campo su  questo versante come testimonia la lunga e proficua esperienza del “Progetto Policoro” e metterà il  tema del lavoro al centro della Settimana sociale dei cattolici italiani in programma a ottobre a  Cagliari.  
Nella Penisola la povertà cresce. Alle porte della Caritas bussano in molti, troppi. Lei ha  aperto il palazzo vescovile di Perugia agli emarginati. Il mondo cattolico ha promosso  l’Alleanza contro la povertà e la proposta di un reddito di inclusione sociale. Che cosa è  urgente fare? 
Quando in una notte dello scorso inverno un gruppo di senzatetto ha chiesto aiuto prima al mio  segretario e poi a me, ho spalancato le porte dell’episcopio e li ho accolti. Avevo ben presente  quello che successe più di un secolo e mezzo fa al mio predecessore, il vescovo Gioacchino Pecci,  poi papa Leone XIII, quando venne a conoscenza che un anziano, soprannominato “Uccellino”, era  morto di freddo per le vie di Perugia. Da quel momento fece sorgere la realtà diocesana di  Fontenuovo che ancora è residenza protetta per anziani. Di fronte a sacche di povertà oggi sempre  più ampie e preoccupanti, la Chiesa italiana fa come san Francesco quando incontra “il cavaliere  nobile ma povero”: si toglie il mantello per darlo a chi è nel bisogno. Lo dimostrano i fondi di  solidarietà che da Nord a Sud sono stati voluti nelle diocesi, compreso quello della Cei; le  straordinarie attività delle Caritas sparse sul territorio; la generosità delle parrocchie che hanno  donato spazi a non chi non ha un alloggio; l’impegno insostituibile del nostro associazionismo. I  poveri non fanno notizia e qualcuno sostiene che non pesino alle urne. Nei poveri, però, noi  vediamo le piaghe di Cristo. Tuttavia non possiamo limitarci all’assistenza, alla cura, alla vicinanza. C’è urgenza di un nuovo stile di vita e soprattutto di un’attenzione autentica, anche da parte della  politica, ai problemi della povertà.  
Il Mediterraneo è ormai un “mare di morte” come testimoniano le continue tragedie  dell’immigrazione forzata e irregolare. Eppure contro lo straniero c’è chi cavalca solo l’onda  della paura. Diocesi e parrocchie hanno aperto le porte ai profughi. Come alimentare la  buona cultura dell’accoglienza? 
Sono veri e propri crocifissi della storia coloro che si imbarcano sulle carrette del mare diretti verso  l’Europa. Spesso riescono ad approdarci, talvolta muoiono in quei mari diventati cimiteri delle loro  speranze e del loro desiderio di pace, riscatto, dignità. Purtroppo anche nella nostra Italia solidale  emerge un’indole del rifiuto favorita dalla crisi e amplificata dalla demagogia. L’equazione  migrante-criminale, proposta anche dai media, non è solo una falsità ma anche un pregiudizio  radicato nell’egoismo. È necessario superare l’indifferenza e anteporre ai timori un generoso  atteggiamento di accoglienza. La Chiesa italiana sta dando l’esempio anche ricevendo critiche cui,  però, non bada. Inoltre tante famiglie e associazioni sono diventate “abbraccio caloroso” per chi  fugge dalle guerre e dalla miseria. Di fronte agli sforzi italiani, l’Europa dovrebbe fare molto di più. Basta muri, fili spinati, decisioni di stampo nazionalistico. Se l’Europa vuole essere casa comune,  deve partire proprio da un rinnovato e differente impegno nel campo dell’accoglienza. Accoglienza  che significa anche rispetto da parte di chi arriva di regole e tradizioni. Il che non vuol dire  cancellazione delle differenze ma arricchimento reciproco senza imposizioni o stravolgimenti.  Certo, i fenomeni migratori si affrontano andando alle radici, ossia intervenendo sulle cause che li  provocano. In quest’ottica vorrei evidenziare la campagna Cei “Liberi di partire, liberi di restare”  che prevede una progettazione a partire dalle realtà locali nei Paesi d’origine, in quelli di transito e  in Italia.  
Sembra agli occhi di una parte dell’opinione pubblica che i migranti siano più pericolosi della  criminalità organizzata, delle mafie. Venticinque anni fa venivano uccisi Giovanni Falcone e  Paolo Borsellino. Quanto la Chiesa può essere “pulpito” di legalità? 
La Chiesa ha molti preti uccisi in odio alla fede per essersi opposti alla violenza. Uno è don  Giuseppe Diana sulla cui tomba ho avuto occasione di pregare. E una delle figure che ho conosciuto personalmente e che va elevato a modello è don Pino Puglisi, “martire” di mafia. Come dimostrano  le loro uccisioni, la criminalità organizzata è una realtà drammatica ma non invincibile. Chi vive  nelle organizzazioni criminali è fuori dalla comunione ecclesiale anche se si ammanta di religiosità.  Fra Chiesa e mafie non può esserci alcuna connivenza, alcun contatto, alcun “inchino”. L’azione  corale di vescovi e sacerdoti del Mezzogiorno, le prese di posizione ufficiali anche delle regioni  ecclesiastiche, il grande sforzo di alcuni gruppi laicali aprono nuove vie che, insieme alla denuncia,  contemplano l’educazione e soprattutto la testimonianza. Ricordo, quando ero vescovo di Massa  Marittina-Piombino, l’incontro con alcuni boss della mafia nel supercarcere dell’isola di Pianosa.  Avevano sguardi magnetici, capacità di pensiero, attitudine nel trascinare le persone. Se quei talenti  fossero stati messi a servizio del bene invece che del male, chissà che uomini sarebbero stati...  Hanno scelto l’odio, la morte, la sopraffazione, le tenebre. Mi preme, poi, dire “grazie” alle forze  dell’ordine e alla magistratura per il loro indispensabile lavoro che è stato pagato anche con il  sangue: oltre a Falcone e Borsellino, vorrei ricordare il giudice “ragazzino” Rosario Livatino di cui  è in corso il processo di beatificazione. 
Ha raccontato che in una scuola un bambino musulmano le ha tirato la talare per chiederle di  portare il suo saluto al Papa. Come favorire nel nostro Paese il dialogo fra le fedi? 
Ho ancora ben presente gli occhi di quel piccolo. Mi voleva parlare a ogni costo e, quando mi ha  raggiunto, mi ha detto che in televisione vedeva sempre il Papa e che i suoi genitori glielo  descrivevano come un saggio da ascoltare. Parte da gesti come questo il dialogo fra le fedi. Durante  il suo recente viaggio in Egitto, papa Francesco ha ribadito che le religioni sono chiamate a  camminare insieme nella convinzione che l’avvenire dipende anche dall’incontro tra i credi e le  culture. Evitiamo i preconcetti, ma al tempo stesso diciamo “no” a qualsiasi deviazione che eleva la  religione a spada o ne fa strumento di vessazione. L’incontro fra cattolici e islamici, ad esempio, è  già realtà nelle scuole italiane, nelle fabbriche, persino nelle nostre case. Favoriamo la conoscenza  reciproca e l’educazione alla cultura dell’incontro. Accanto al dialogo interreligioso va incentivato  il cammino ecumenico. Sono sempre di più le chiese che come diocesi abbiamo messo a  disposizione degli ortodossi; e si allargano i momenti di scambio con le comunità protestanti che  quest’anno celebrano i 500 anni della Riforma di Lutero. 
Lei ha 75 anni. Ha parlato di sé come un “vecchio che ha sogni”. Elogia spesso le «famiglie  eroiche» che curano anziani e malati non autosufficienti. Eppure nella nostra società l’anziano sembra un peso. Perché? 
Perché prevale la logica dello scarto. Un anziano è apparentemente inutile. È solo un costo per la  sua salute cagionevole e per l’assistenza. È vero, invece, esattamente il contrario. Gli anziani sono  prima di tutto delle persone ricche. Ricche non di denari, ma di sapienza, esperienza, saggezza. Una ricchezza enorme, di grandissimo valore. Una ricchezza che soprattutto non si può comprare con  nessun denaro. La sapienza e la saggezza dell’anziano si vive! Non si acquista al mercato e non la si apprende sui banchi di scuola. 
Il cardinale Angelo Bagnasco, concludendo il suo decennio alla guida della Cei, ha invitato il  suo successore a «essere se stesso». Come sarà se stesso Gualtiero Bassetti? 
Penso che il cardinale Bagnasco abbia dato il consiglio più bello al suo successore: non mettere una  maschera. Questo è il primo punto della mia agenda: essere me stesso. Anche perché ritengo di  essere un pessimo attore. Cercherò di essere fedele alla mia povera storia e a quello che sono  sempre stato: un sacerdote. Un prete fiorentino che si appresta all’impegno della presidenza Cei  consapevole dei propri limiti ma anche con tanta gioia e responsabilità. Per tutto il resto ci penserà  il buon Dio.
Avvenire, 4 giugno 2017