martedì 13 giugno 2017

L'Osservatore Romano
(Pierangelo Sequeri) Il sublime cristologico sta fra il sangue e il fuoco, le sue braccia crocifisse afferrano saldamente la vita e la morte, e non mollano la presa per nessuna ragione del mondo. Fino a quando nella morte non ci sarà più nessuno, perché sono passati tutti dalla parte della vita, con tutti i loro pensieri opere e omissioni. «Cristo annienta il male senza opporsi ad esso, se ne nutre per trasformarlo. Non combatte il male con armi di forza ma con la sua passione. Egli per salvare ogni essere umano accetta di prendere su se stesso il suo male.
Accetta che esso si scagli, per fare la volontà del Padre, il Disegno dell’Amore, affinché ogni cosa sia salva. E in questo immenso disegno sono in Cristo innestati tutti gli innocenti, ogni morto innocente e ingiustamente, tutti coloro che sono stati da esso schiacciati ma che sono rimasti aperti, spalancati nell’amore. Essi vivono nella croce di Cristo, incastonati come diademi sacri del suo corpo che si dona per compiere ciò che Dio vuole».
Nell’ultima vibrante testimonianza della visione mistica di Arnoldo Mosca Mondadori, Imprigionati nella gloria (Brescia, Morcelliana, 2017, pagine 80, euro 9, con la prefazione di Salvatore Natoli) continuano ad accendere la visione della scena in cui il mondo geme e si divincola per la sua nuova nascita nel grembo dell’Amore purissimo di Dio, che non perde contatto con nessun anelito di vita.
Dal più piccolo di cui possiamo avere percezione, nella pulsazione dell’embrione del figlio cui non fu consentito di diventare capace delle nostre carezze, all’immenso popolo degli innocenti che sono stati e sono, in tutta la millenaria storia del mondo, «sul confine tra ciò che potrebbe per sempre perdersi e la gloria di Dio»: il popolo dei giusti al quale è chiesto di stare nell’attesa dello “sprofondo” del Figlio nelle profondità di ogni inferno per annientarlo con il suo sangue d’amore. Fino a che il Drago che divora i bambini e minaccia le madri sia definitivamente annientato, cessando per sempre di essere un pericolo per i figli che verranno. Il Figlio crocifisso «è l’amore di Dio divenuto sangue». Gli «embrioni crocifissi», e tutti coloro che come Cristo e con lui amano, con le loro «bocche spalancate e stupite per essere stati ingiustamente assaliti, torturati, uccisi» trasformano anche il male — a dispetto del Drago — in potenza salvifica.
Il male è illogico. Proprio come l’amore dei santi. La lotta fra queste due follie consuma il dramma della storia e illumina la «lenta agonia della beatitudine» nella quale Mosca Mondadori ci aveva introdotto in una precedente testimonianza. In questo nuovo testo, il tema dell’intercessione è ora quello dominante. L’intercessione dell’amore è l’unica salvezza di tutti gli impossibili umani.
L’intercessione è il mistero segreto dell’affezione che — sola — è capace di aprire un varco nella dialettica apparentemente senza via d’uscita della nostra storia. Questo varco è uno squarcio del cuore, più che un passaggio programmato. La legge e il desiderio, le potenze delle quali andiamo più fieri, sono capaci di molte cose: certamente necessarie alla vita. Entrambe, però, sono totalmente incapaci di intercessione. Cercano di tenere lontano il male, ma non sanno abbracciarlo, per liberarne la vita, nel fuoco e nel sangue. Non possono concepire di sprofondare fino agli inferi, per strappare all’abisso le sue vittime senza crearne altre. L’amore include e oltrepassa la misura della legge e la dismisura del desiderio: e dove esse non soccorrono in alcun modo — perché non possono, perché sono impotenti — l’amore trova la strada dell’intercessione: si mette in mezzo, attira astutamente su di sé, sottraendolo, l’eccesso del voler-male, e lo consegna con gesto sovrano all’eccedenza del voler-bene che lo imprigiona, lo sovrasta, lo annienta. L’intercessione non è una misericordia a buon mercato che aggiusta le cose: è una violenza che sfonda le barriere, per compiere la loro giustizia senza distruggere il seme della Vita. L’intercessione scioglie l’inferno: gli innocenti «lasciano cadere il loro sangue d’amore sulle pareti glaciali degli inferni e le penetrano e le trapassano». E una stilla dell’Amore primigenio «matura in noi fino a creare foreste di beatitudine».
«L’Amore di Cristo è Tremendo. A un certo punto la sua soavità diviene violenza d’amore, tempesta pura. Quando Lui ci trascina in Dio, per essere imprigionati per sempre e morire per sempre nell’amore». L’intercessione tracima la giudiziosa misura stabilita dalla legge, anche per l’amore. L’intercessione oltrepassa ogni programmata ottimizzazione del bene, che ci illude.
L’intercessione è cosa tremenda e bellissima. È necessario che sempre ci accompagni, a ricordarcela, la parola infocata e tagliente dell’anima mistica che porta in se stessa la sua ferita. Fino a farla lampeggiare — senza scampo, ma in perfetta letizia — nella nettezza del suo eccesso, senza aggiustamenti: fino alla giustizia ultima dell’Amore, nella purezza indifesa della sua potenza. La testimonianza di queste pagine, acuminate e soavi, ci tocca nell’intimità del Vero. È per l’intercessione dell’amore crocifisso, che si irradia nella purezza indifesa dell’innocente ferito a morte, che il cielo non è ancora caduto su di noi: e sulla terra c’è ancora tempo per il passaggio della vita. Se proveremo vergogna per la nostra indifferenza, ci sarà speranza anche per noi.
L'Osservatore Romano, 13-14 giugno 2017.