venerdì 23 giugno 2017

(Marco Iasevoli) Un’agenda 'dal basso', da chi vive il tema dell’immigrazione sul campo, nel rapporto quotidiano con chi ha attraversato il Mediterraneo. Un cartello di realtà cattoliche ed evangeliche prova a dare un  colpo d’ala a quelle misure che l’Ue ha più promesso che implementato: potenziamento del  soccorso in mare, relocation e resettlement, corridoi umanitari, politiche d’integrazione. E lo fa con  un documento in cinque punti sottoscritto da Sant’Egidio, Centro Astalli, Caritas, Migrantes,  Federazione delle Chiese evangeliche, Acli, Scalabriniani e Comunità Giovanni XXIII. Le stesse  realtà che ieri sera hanno animato una veglia di preghiera in Santa Maria in Trastevere «in memoria  di quanti perdono la vita nei viaggi verso l’Europa». È proprio questo il primo dei cinque punti del documento comune, la presa di coscienza del dramma delle morti in mare. «Nel 2017 gli sbarchi sono diminuiti, contrariamente a ciò che si pensa, ma la  percentuale di mortalità è salita: un migrante ogni 35 non ce la fa, già 1.990 da gennaio». Il dato  sulla mortalità porta al secondo punto del documento, «salvare vite umane», dovere che,  evidentemente, non deve essere scalfito dalle polemiche italiane sui soccorsi in mare. L’intento di  Sant’Egidio, Caritas e delle altre sigle è però quello di andare oltre e disegnare una strategia più  ampia che guarda al sostegno all’Africa: «Gli aiuti ai Paesi di provenienza devono crescere e non  devono essere finalizzati strumentalmente solo al contenimento dell’emigrazione. Il controllo delle  frontiere a lungo periodo non produrrà risultati». I risultati, invece, arrivano se si va al cuore dei  problemi, come spiega il quarto punto del documento: servono «vie legali d’ingresso in Europa »  innanzitutto per aiutare l’Italia e gli altri Stati membri ad affrontare la crisi demografica. E quindi:  «Canali d’ingresso regolari per chi cerca lavoro anche reintroducendo il meccanismo della  sponsorship, agevolazione dei ricongiungimenti familiari, corridoi umanitari (che in Italia  rappresentano un esperimento ben riuscito)». Non solo. Considerando le crisi umanitarie e le guerre  in corso, serve che l’Ue faccia sul serio su relocation (il passaggio solidale dallo Stato di approdo  del migrante ad un altro Stato membro) e il resettlement (l’accesso in Ue di chi ora vive in campi  profughi), «superando la logica dell’accordo di Dublio ». Le associazioni chiedono, infine, un  impegno sull’integrazione: microaccoglienza nelle famiglie, corsi d’italiano, formazione  professionale. Capitoli sui quali ora si investe poco. Dopo l’illustrazione del documento, si è svolta  la veglia alla presenza anche di immigrati che hanno perso amici e familiari in mare. «Non si può  morire di speranza. La diffidenza –ha detto don Marco Gnavi, parroco a Trastevere – è una grande  fragilità, una bugia irrealistica che si nasconde dietro a una apparente autosufficienza.  L’autosufficienza è sempre misera».