martedì 20 giugno 2017

“la Repubblica”
(Stefano Albertini) Oggi il Papa rende omaggio alla sua tomba, insieme a quella di don Milani. Seguace di Mounier e  di Maritain fu antifascista e vicino alle lotte contadine. Il Sant’Uffizio fece ritirare i suoi libri Le uniche persone interessanti, scriveva lo scrittore inglese Graham Greene, sono i preti e i  rivoluzionari. Oggi papa Francesco lascia il Vaticano per rendere omaggio alle tombe di due preti  rivoluzionari: don Primo Mazzolari, arciprete di Bozzolo (provincia di Mantova) e don Lorenzo  Milani, priore di Barbiana (provincia di Firenze). Due preti che, pur non conoscendosi di persona  avevano molto in comune e che hanno contribuito in maniera decisiva al rinnovamento ecclesiale e  sociale dell’Italia del dopoguerra. Entrambi guardati con sospetto, emarginati e perseguitati per le  loro posizioni anticonformiste dalla trionfante Chiesa pacelliana, ricevono l’omaggio di un  pontefice che si è ritrovato catapultato dalle periferie del mondo al cuore della cattolicità e che oggi  simbolicamente li abbraccia e li presenta come modelli di vita sacerdotale. Sono nato a Bozzolo qualche anno dopo la morte di Don Primo, quando il suo ricordo era ancora  vivo e commosso tra i miei compaesani; ho studiato i suoi scritti e ascoltato le registrazioni dei suoi  discorsi e ho scritto la mia tesi di laurea sui suoi burrascosi rapporti col fascismo. Mazzolari, figlio  di contadini e parroco di contadini, aveva la stoffa dell’intellettuale e la sua biblioteca (custodita  dalla Fondazione che ne porta il nome) dà un’idea della vastità e della profondità dei suoi interessi  che andavano dalla letteratura al teatro, dalla filosofia alla storia alla teologia. Particolarmente  vicino alla più aperta cultura cattolica francese, da Mounier a Maritain, rimase sempre un prete di  campagna e se nei suoi scritti (decine di volumi che vanno dai romanzi ai commenti biblici ai  pamphlet politici) si riconosce una rara finezza di pensiero e di stile, nelle sue omelie e nei suoi  discorsi si apprezza soprattutto la chiarezza, la semplicità e la passione che lo resero amato da tante  persone di diversa provenienza sociale e culturale. Dalle canoniche di Cicognara e Bozzolo, nella pianura tra Mantova e Cremona fu testimone prima  delle lotte del bracciantato agricolo, poi dell’avvento del fascismo e della sua sconfitta, e infine  della nascita della Repubblica, del centrismo e degli albori del miracolo economico. Tutti  avvenimenti politici che lo videro in qualche misura anche protagonista: in posizione di dialogo con i socialisti, che egli rifiutava di demonizzare come era prassi comune nella Chiesa del suo tempo, in opposizione frontale rispetto al fascismo che lo avversò e censurò, infine nel ruolo di pungolo e  ispiratore per la classe politica cattolica che aveva contribuito a formare soprattutto grazie ai suoi  incontri con gli universitari cattolici, al suo fattivo impegno nella Resistenza. Ma don Primo fu  soprattutto un prete appassionato del Vangelo e, proprio per questo vicino ai poveri, agli ultimi e ai  lontani. Una vicinanza che i suoi miopi superiori scambiarono per filo-comunismo e cripto- protestantesimo (curiosamente le stesse accuse rivolte sistematicamente contro papa Francesco dalle frange cattoliche più reazionarie). Il Sant’Uffizio lo colpì duramente in diverse occasioni, ordinando il ritiro dal commercio dei suoi libri, imponendo limiti alla predicazione al di fuori della sua  parrocchia, impedendogli di scrivere su giornali e riviste e persino condannandolo per alcuni giorni  a non celebrare la Messa, una specie di mini-scomunica umiliante e infamante per un sacerdote. Giovanni XXIII, però, che lo conosceva e lo stimava, ricevendolo in Vaticano nel febbraio del 1959  lo abbracciò definendolo «Tromba dello Spirito Santo in terra mantovana» e lo invitò a partecipare  al Concilio Vaticano II che stava per iniziare. Fu l’ultimo e uno dei pochissimi riconoscimenti che  gli vennero dalla Chiesa. Don Primo morì il 12 aprile dello stesso anno. Il Sant’Uffizio continuò a  condannarne implacabilmente gli scritti anche dopo l’affettuoso incontro con papa Giovanni e dopo  la sua morte. Fu solo a partire dal Concilio che le cause per le quali Mazzolari aveva lottato  cominciarono a trovare la centralità che meritavano nella missione della Chiesa: l’ecumenismo,  l’apertura ai lontani, l’opzione preferenziale per i poveri, l’esigenza di una vera giustizia sociale, il  superamento della tradizionale dottrina sulla “guerra giusta”, il primato della coscienza. Un elenco  che sembra, in sintesi, il progetto del pontificato di Francesco, il Papa delle periferie del mondo che, come don Mazzolari, cerca di realizzare ogni giorno «una chiesa povera per i poveri».
L’autore è direttore della Casa italiana Zerilli - Marimò della New York University.