venerdì 16 giugno 2017

Italia
I suoi libri gli costarono una persecuzione che lo inseguì fino alla morte: anche per questo il Papa andrà a pregare sulla sua tomba.
(Alberto Bobbio) “Cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non sia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”. Le parole di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, risuonano come un’eco infinita tra le colline del Mugello e lucidano la tenerezza di un uomo e di un prete che ben sapeva l’importanza strategica e decisiva dell’ amore per le persone più che per le idee.
Per questo aveva accettato con ubbidienza l’esilio in quel borgo piccolo, due case addossate ad una chiesa, frazione del Comune di Vicchio, dove non c’era posto per il rancore e nemmeno per l’icona di prete ribelle, che era facile cucire addosso a don Lorenzo. E’ stato un profeta e non  solo un maestro. E’ stato soprattutto un testimone, quelli di cui Paolo VI diceva esserci più bisogno. Ed è stato ammonito dalla gerarchia ecclesiastica e mandato sotto processo dalle autorità civili per via della sua intransigenza evangelica verso la guerra e chi benediceva gli eserciti. Le sue riflessioni sul ruolo dei cappellani militari, la sua “Risposta”, che gli costò due processi, oggi non sono più un tabù politico ed ecclesiastico in un Paese dove l’obiezione di coscienza è diventato patrimonio culturale comune. Eppure don Milani resta un prete scomodo, anche se non ci sono più quelli che ne rimarcano l’eresia, pedagogica e ecclesiastica, forse perfino teologica. Papa Francesco, che per il Priore di Barbiana ha un’autentica ammirazione, anzi un’autentica venerazione, andrà a pregare sulla sua tomba nel piccolo cimitero di Barbiana, nello stesso giorno in cui si inginocchierà a Bozzolo su quella di don Prima Mazzolari, in un viaggio brevissimo che servirà per riparare ciò che la Chiesa ha fatto in passato verso i due sacerdoti, ma anche per sancire l’attinenza alla dottrina delle cose che hanno scritto, detto e fatto, anche se ancora oggi né la Chiesa intera, né la società italiana ne hanno compreso del tutto il senso profondo. Non c’è solo “Lettera ad una professoressa”, il testo più noto e più contestato, ma insieme più adulato del Priore di Barbiana, che gli costò una vera e propria persecuzione che lo accompagnò fino alla morte, troppo presto a 44 anni, nel perimetro intellettuale di don Milani. C’è molto altro e c’è soprattutto “Esperienze pastorali” che scrive non perché qualcuno lo trasformi e lo assuma come icona ribelle, ma solo perché lui è un appassionato di Vangelo senza misura. Il professor Alberto Melloni, che ha curato l’Opera omnia degli scritti di don  Milani, recentemente presentata alla Fiera del libro di Milano, con video-messaggio di Papa Francesco, sottolinea l’opera di banalizzazione che ha stravolto la figura e le parole di don Lorenzo Milani in questi cinquant’anni dalla morte, trasformato in una icona buona per ogni stagione e in un marchio da appuntarsi sul petto, a destra e a sinistra, spesso a sproposito: “Don Milani è sparito ed è rimasto il brand commerciale”. L’impresa è cominciata subito dopo la sua morte ad opera di un Sessantotto che ha triturato tutto, sfiancando la fatica del ragionamento e tenendo solo gli slogan che più si confacevano all’attualità politica. Così Lorenzo è diventato il prete di “Lettera d una professoressa”, il pedagogista illuminato, ma dal fiato corto, buono per una stagione soltanto di riforme, da tirar fuori dal cassetto e poi da ripiegare per la stagione successiva, sull’onda di reazioni emotive. La stessa sorte è toccata ad un altro degli imperativi di don Lorenzo Milani, quell’ “I care”, quel mi importa, mi interessa, che lui scriveva col gesso sulla lavagna della scuola di Barbiana, assunto con zelo come strumento ideologico dai burattini di tante stagioni perdute del Paese. Invece la scuola per don Lorenzo era solo un strumento di riscatto e insieme l’immagine di ciò che andava cambiato, accanto a tanto altro, in una società che escludeva e che metteva in pericolo i diritti dei più poveri, degli scarti, direbbe oggi Bergoglio. Rileggere le pagine del Priore nella loro interezza, senza tirar fuori ciò che più fa comodo, è il modo di rendere giustizia e di riparare alla banalizzazione. Francesco ha detto che quella di Lorenzo era “un’inquietudine spirituale, alimentata dall’ amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa”. Meglio non si potrebbe dire davanti a chi in questi 50 anni lo ha tirato per la talare di qui e di là, lo ha smontato e rimontato e lo ha usato in buona o in cattiva fede. Anche per questo Jorge Mario Bergoglio andrà a pregare in silenzio sulla sua tomba.