mercoledì 21 giugno 2017

Italia
Avvenire
(Stefania Falasca) Di quelle estati quassù c’è ancora l’astrolabio per conoscere il cielo e le stelle. L’hanno costruito giù nell’officina sotto la canonica una manciata di ragazzi cinquant’anni fa e l’hanno firmato della loro dignità: «Officine meccaniche dell’osservatorio di astrofisica di Barbiana». «Per noi questo è il luogo del tutto, dove non c’era nulla, perché noi qui ci s’è fatti uomini» dice Agostino Burberi, che il priore di Barbiana lo vide arrivare a piedi per primo quella sera d’inverno del 1954 salire in questa frazione di montagna che era allora considerata “l’Africa nera del Mugello”.
La strada per arrivare fin quassù è stretta ed è rimasta di ghiaia. Davanti al vecchio cipresso, la pergola dove s’affacciano le quattro mura della chiesetta e la storia aperta di quella che è stata la pagina di Vangelo incarnata qui da don Milani e che papa Francesco ha voluto sfogliare e rileggere oggi. Sotto la canicola nel prato davanti alla canonica lo ha fatto andando dritto al cuore della vicenda tutta cristiana di Barbiana riprendendo una lettera della madre ebrea di Milani: «Con la mia presenza qui, con la preghiera sulla tomba di don Lorenzo Milani penso di dare risposta a quanto auspicava sua madre: «Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui… quella Chiesa che lo ha fatto tanto soffrire ma che gli ha dato il sacerdozio, e la forza di quella fede che resta, per me, il mistero più profondo di mio figlio… Se non si comprenderà realmente il sacerdote che don Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche tutto il resto. Per esempio il suo profondo equilibrio fra durezza e carità». Sono queste le parole dette dal Papa alla fine del suo intervento davanti a una folla ristretta e composta di un centinaio tra giovani preti e in gran parte di quegli ex alunni che il priore ha sempre e solo chiamato i suoi «figlioli», «da far crescere e amare». «Voi siete i testimoni di come un prete abbia vissuto la sua missione, nei luoghi in cui la Chiesa lo ha chiamato, con piena fedeltà al Vangelo e proprio per questo con piena fedeltà a ciascuno di voi, che il Signore gli aveva affidato» ha detto rivolgendosi a loro il Papa dopo averli salutati prima uno per uno e tra i quali anche Michele Gesualdi, presidente della Fondazione Don Milani e uno dei primi sei ragazzi della scuola fondata dal Priore.  Anche Nevio Santini che ricorda come il Priore quando qualcuno se ne andava era come se perdesse un pezzo di stesso, ringrazia il Papa facendogli dono della cartina della Palestina disegnata da loro e sulla quale don Milana gli raccontava la storia di Cristo. Erano gli ultimi degli ultimi, alla cui emancipazione e dignità dedicò Milani tutto il suo agire di prete e maestro attraverso il sapere e l’istruzione «perché la scuola, per don Lorenzo, – ha detto Francesco – non era una cosa diversa rispetto alla sua missione di prete, ma il modo concreto con cui svolgere quella missione, dandole un fondamento solido e capace di innalzare fino al cielo» e «ridando ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia». Che cosa ha fatto allora qui il Vescovo di Roma? Questo: che «la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa». «Non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo Vescovo – ha detto il Papa – e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. In una lettera al Vescovo scrisse: «Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato…». Oggi lo fa il Vescovo di Roma». Davanti alla tomba nel piccolo cimitero il Papa ha pregato in silenzio. Ed è quella che si comprò lui stesso appena arrivato a Barbiana perché Barbiana per Milani non era solo un passaggio, come scrive secco alla madre: «Guarda non c’è motivo di considerarmi tarpato a vivere quassù. La grandezza di una vita non si misura del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche la possibilità del fare del bene si misurano dal numero dei parrocchiani». Mentre parlava sul prato le parole del Papa sono state interrotte da applausi. Elia Carrai è l’ultimo dei sacerdoti ordinati nella diocesi di Firenze lì presenti: «In questo gesto ci mostrato come si può obbedire alla Chiesa solo in questo modo qui, da uomini liberi». «Prendete la fiaccola e portatela avanti – ha detto alla fine Francesco – e pregate che anche io prenda l’esempio di questo bravo prete!»