giovedì 22 giugno 2017

Italia
Il cardinale segretario di Stato in un dibattito sui rifugiati. Oltre l’emergenza
L'Osservatore Romano
Tra il 2008 e il 2015 il numero di conflitti attivi registrati nel mondo è sceso da 62 a 40; ma nello stesso arco di tempo quello delle vittime è triplicato, giungendo fino a 150.000 nel 2015. Un dato allarmante che la dice lunga, secondo il cardinale Pietro Parolin, sulla «totale indifferenza per la vita umana» che caratterizza oggi le modalità con cui si combattono le guerre. Col risultato che «sempre più persone sono in fuga dalle loro case» in cerca di scampo dalle violenze. E «la Siria, con uno sconcertante 60 per cento della sua popolazione pre-guerra ora spostatosi, ne è un esempio lampante».
La denuncia del segretario di Stato è stata al centro del dibattito promosso dal Centro Astalli nel pomeriggio del 21 giugno, alla Pontificia università Gregoriana, in occasione della giornata mondiale del rifugiato. Sul tema «L’umanità non si arresta» il porporato ha dialogato con Ferruccio De Bortoli durante un incontro — moderato dal gesuita Federico Lombardi — al quale hanno preso parte anche Carlo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, e la giornalista e rifugiata venezuelana Melanny Hernández. Per il cardinale, di fronte al fenomeno migratorio occorre assicurare «pace dove c’è guerra». E in tale prospettiva, ha spiegato, «la diplomazia della Santa Sede sta lavorando assiduamente» visto che la maniera migliore di affrontare la questione è «quella di combattere le cause che la provocano», ovvero «le guerre e la povertà». Lo stesso Papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato — ha ricordato il porporato — ha individuato come linee di condotta per la diplomazia della Santa Sede il lavoro per la pace, la lotta contro la povertà e la costruzione di ponti. Ecco allora che, di conseguenza, tutti «siamo chiamati a costruire artigianalmente la pace. Questa — ha ribadito — è la nostra risposta al problema dell’immigrazione».
E in proposito «la crescente consapevolezza dell’interdipendenza tra gli Stati» si sta rivelando un «segno di speranza, così come i molti esempi di solidarietà» che puntano a «favorire una integrazione diffusa». Del resto, ha concluso, «l’identità europea è sempre stata dinamica e multiculturale» e le «differenze» possono essere trasformate in occasione di «reciproco arricchimento».
In tal modo il segretario di Stato ha in qualche modo rilanciato l’adesione data dal Pontefice, all’udienza generale del giorno stesso, alle campagne promosse da organizzazioni umanitarie per cambiare le leggi sull’immigrazione in Italia. Tema ripreso parlando con i giornalisti a margine dell’incontro alla Gregoriana, quando il cardinale Parolin ha sottolineato che «il discorso sul diritto alla cittadinanza si colloca all’interno del tema più complessivo dell’integrazione, che comporta il rispetto di diritti e doveri e la conciliazione di diverse esigenze: la politica deve trovare gli strumenti adatti, perché è chiamata a fare questo e perché altrimenti il problema diventerà insolubile o comunque più difficile da gestire». Il porporato si è detto consapevole che si tratta di «un problema molto serio che deve tenere conto dei diritti di quanti arrivano e allo stesso tempo conciliare aspetti diversi. Il riconoscimento della cittadinanza — ha chiarito — va di pari passo con il tema dell’essere italiani, dell’assorbire un po’ alla volta anche la cultura e la tradizione» del paese. Di contro però «è ignobile negare il diritto ad avere diritti».
Insomma occorrerebbe, ha concluso il cardinale Parolin, «superare la logica dell’emergenza e trovare una prospettiva di lungo termine: il fenomeno della migrazione non può essere gestito soltanto nei suoi effetti immediati». E da questo punto di vista l’Italia, secondo il segretario di Stato, finora ha «fatto veramente molto, come ha riconosciuto anche Papa Francesco al Quirinale».

L'Osservatore Romano, 22-23 giugno 2017