venerdì 30 giugno 2017

Italia
I cani a caccia dello straniero
La Repubblica
(Maurizio Crosetti) Un gioco dell' oca, ma le pedine sono esseri umani. La prima casella è sotto il ponte della ferrovia, sul greto del torrente Roja dove domenica notte sono partiti in 400 e sembrava un esodo biblico, poveri corpi trascinati tra sassi e immondizie nell' oscurità calante, in mano bastoni e borse di plastica. Muti, spaventati, a mollo fino alle ginocchia e poi sulla montagna subito dopo il guado, cercando i sentieri che portano in Francia. All' orizzonte la massa illusoria e lugubre del Monte Grammondo, verso il passo Treittore dove un cippo indica che qui finisce l' Italia ma non comincia niente.
La prima casella sono i loculi di cemento scavati dentro i piloni del ponte, un metro e mezzo per un metro, buchi immondi dove i migranti sudanesi, etiopi, libici e gambiani trascorrono le notti come rifiuti in fondo alla discarica. E infatti si fatica a distinguere la presenza umana di corpi avvoltolati nelle coperte, dentro un sonno di pietra, dal ciarpame rovesciato sulle sponde del torrente. Ma quando cala il buio si parte e si sale, seguendo le tracce dei giovani attivisti tedeschi oppure dei passeur che per cento euro a cranio conducono sugli antichi sentieri della sopravvivenza: così li chiamavano in tempo di guerra quando sulla Mortola fuggivano gli ebrei nella boscaglia, pure loro in cerca di futuro. 
Sono le stesse piste dei miseri contrabbandieri di olio e farina in cambio di caffè e cioccolata, quando ancora non si barattava una vita con una vita, o con nulla. Sono saliti in quattrocento e un centinaio ancora mancano all' appello, sperduti tra carpini e lecci, dentro i cespugli fioriti. Hanno mangiato piccoli fichi ancora acerbi salendo verso Olivetta San Michele, hanno raggiunto il rifugio Gambino in frazione Gerri tra un volo di farfalle bianche e il sangue delle vesciche. Molti avanzano in ciabatte, altri scalzi, seguendo il rumore del torrente Bevera per orientarsi nelle tenebre, e il volo dei gabbiani. 
Alcuni si sono divisi tra le frazioni Calvo e Torri: i più agili o fortunati ce l' hanno fatta, conquistando finalmente la Francia con l' ultimo salto nel buio, ma i più sono stati catturati dalla Gendarmerie e rimandati indietro. Perché la seconda casella è il respingimento, anche la parola è orribile, non solo il fatto. Li identificano e li respingono appunto uno a uno, una procedura molto lunga e per arrivarci i migranti sono stati presi con i cani Malinois e con i droni, dove l' elicottero non riusciva ad arrivare. «Il lavoro sporco, i nostri poliziotti lo fanno fare ai francesi», dice un' attivista italiana col foglio di via, fuorilegge sul monte per aiutare dei poveracci. Tutti illegali, lei e loro. «La Polizia ha fatto crescere la tensione per poter reprimere meglio, è un vecchio trucco tattico». Poi, la terza casella è l' intruppamento verso Sospel o Castellar, frazioni francesi sopra Ventimiglia da dove il mare è una meraviglia finta, di smalto. 
I gendarmi non usano troppe cortesie. «Mi hanno picchiato quando ho detto che ho solo 17 anni, eppure è vero, mi hanno battuto e rimandato indietro», racconta Ahammed, etiope col sogno di un Paese che neppure lo conosce e già lo odia. La quarta casella del gioco dell' oca umano è il fax dai gendarmi francesi ai colleghi italiani, ci sono meno di 200 metri tra le loro caserme alla frontiera alta di Ponte San Luigi, gialle e basse entrambe, dove gli uomini sono stivati dentro ai container come merce. Dalla caserma italiana partono le camionette per riprendersi i migranti e riportarli sotto, sul greto del torrente. Ma i più vengono messi sui pullman e spediti al Cie di Taranto, i sedili sono coperti da teli di plastica perché si sa che i neri sono sporchi e un vecchio torpedone scassato senza aria condizionata potrebbe subirne grave danno. La quinta casella è dunque il viaggio infinito, torrido e sconsolante, con un' idea già ben chiara in testa: arrivare in Puglia e scappare di nuovo. Molti dei neri portati a Taranto martedì ieri pomeriggio erano già a Milano e aspettavano il treno per Ventimiglia dove il gioco dell' oca ricomincerà. «Ora sono stremato, nel bosco non ho mangiato niente e non ho dormito, ma tra qualche giorno ritento» dice Mido, sudanese. «Ho 17 anni», lo ripete come tanti, sperando che il diritto internazionale che gli hanno a malapena spiegato ne tuteli la minore età, altra pia illusione come dimostrano le percosse sulla schiena di Ahammed. Quelli che tornano al via, si rifocillano alla mensa della Caritas di via San Secondo. 
Ieri mattina erano 250. «Ma non possiamo sfamarne neppure uno di più, la struttura è al collasso», racconta Christian Papini, il coordinatore di queste due file di uomini affamati e malvestiti. «Chiediamo abiti da uomo di taglia piccola perché i ragazzi, vedete, sono mingherlini». Il cibo per ora non manca. Menù del giorno, pasta ai funghi e insalata. La roba da mangiare arriva anche dalla Francia, come questa latta d' olio che la signora Thérèse Maffeis scarica adesso dall' auto. «Vengo da Nizza e mi vergogno che noi francesi non accogliamo nessuno, altro che europeismo di Macron, lui non vuole chi non gli rende nulla». Thérèse veste solo di verde: «Per una speranza, e per dare un po' di colore e gioia a questi poveretti che già mi conoscono e mi chiamano, appunto, la verde». Davanti alla chiesa delle Gianchette che ospita donne e bambini, i migranti maschi stanno distesi a terra e cercano la forza di ripartire. Sanno che cento di loro vagano ancora sulla montagna, nel frattempo qualcuno sarà passato dall' altra parte, scappando ai cani e ingoiando bacche. Perché la montagna ha una strada per tutti, almeno finché un gendarme non ti cattura dopo che hai pagato i trafficanti di uomini, non solo quelli delle carrette del mare, anche i contrabbandieri di carne che conoscono ogni angolo del monte, luridi e scaltri perché il gioco dell' oca è soprattutto un mercato e loro comprano, loro vendono. E stanotte qualcuno riproverà.