giovedì 29 giugno 2017

Italia
Gli uomini  e il terremoto. Il racconto di Fabio Bolzetta, tra gli inviati di Tv2000 nelle zone colpite. Dal dolore alla speranza
(a cura Redazione "Il sismografo")
(LB) Lo scorso lunedì 12 giugno a Roma mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, mons. Renato Boccardo, Arcivescovo di Spoleto-Norcia e Benedetta Rinaldi, conduttrice di Raiuno e Rai Italia hanno presentato il libro del giornalista Fabio Bolzetta di Tv2000 intitolato "Voci dal terremoto". Abbiamo incontrato l'autore dopo la presentazione. Ecco la nostra breve conversazione con Fabio Bolzetta:
Perché hai pensato scrivere un libro su questa vicenda dei terremoti nel centro Italia dopo aver condiviso, come inviato sul posto, tanta sofferenza, lutto e incertezza? Non era meglio elaborare quest'esperienza professionale in un altro modo, forse meno doloroso?
- I primi momenti sono stati i più difficili. L’oggettività di un cronista si è messa a dura prova sotto cascate di macerie e sofferenza. Ho trovato tanta umanità avvolta nella paura, nel disorientamento.
Mi sono calato nella sofferenza, cominciando a raccontare quanto ho visto, girando da Accumoli ad Amatrice, da Norcia e Cascia sino a Tolentino, Macerata, Porto Recanati e Porto Sant’Elpidio, incontrando in punta di piedi le persone, mi sono posto in una posizione di ascolto, cercando di far affiorare ciò di cui avevano bisogno, invece di affondare il microfono nelle ferite.
Un giorno ho incontrato un bambino con la sua mamma. Mi hanno raccontato che con la loro famiglia e il nonno dormivano in un camion frigorifero, era il luogo che ritenevano più sicuro e che si stava bene perché avevano la stufetta. Torno a casa. Io e mia moglie vivevamo l’attesa del nostro secondo figlio. E’ nato qualche giorno dopo essere tornato dalle zone colpite dal sisma, lo abbiamo chiamato Francesco. Ad ogni ritorno viaggiavo con il cuore pieno di storie di sofferenza e quasi si comprimeva nel convivere con la gioia familiare per l’attesa del nostro piccolo. Ho sentito in me l’esigenza di far sgorgare tante emozioni in gocce di inchiostro. I familiari delle vittime, un centenario sfollato, passeggini in mezzo a brandine poste per accogliere di giorno e di notte quanti si sentivano sicuri sotto l’altare di una Chiesa antisismica, il lavoro infaticabile dei volontari, i vigili del fuoco e quelli dello Stato della Città del Vaticano, i paesaggi feriti e le case piegate su se stesse. E ancora, le monache di Santa Rita in fuga da Cascia, i monaci benedettini in ginocchio che sul colle che pregano in ginocchio guardando Norcia sbriciolarsi in nuvole di polvere e altri che corrono per portare soccorso. Il silenzio camminando nelle zone rosse e ai loro margini comunità che come edere di vita non hanno voluto sradicarsi dai loro territori. La vita dopo tanta distruzione. Nonostante tutto. Ecco che quanto avevo visto e incontrato prendeva forma e si posava in queste pagine. Ne è nato un libro ‘Voci dal Terremoto’ (NdR: Edizioni Poiesis). Sulla copertina l’immagine più eloquente, senza parole o commenti: papa Francesco in preghiera silenziosa ad Amatrice.
Il segno di questo libro vuole essere anche un concreto. Ecco perché ho scelto di devolvere  tutti i diritti d’autore a Caritas italiana, progetto terremoto centro Italia. Ma vuole anche essere fruscio, voce: un libro, per non dimenticare i momenti più difficili ma anche la forza del vento della solidarietà. Quasi invisibile ai più, ma presente, che soffia concreto e sincero. Eppoi gli eroi del quotidiano: dal primo soccorritore dell’Hotel Rigopiano che di notte ha attraversato una bufera su un paio di sci per arrivare di fronte alla slavina che aveva inghiottito il resort. Le guide nel terremoto – a loro ho dedicato un ampio spazio di interviste -  come chi da un giorno all’altro, da sindaco di alcuni dei più bei borghi di Italia si è ritrovato ad essere il primo cittadino di un comune sfollato e distrutto, come il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi o quello di Norcia Nicola Alemanno. I pastori letteralmente in mezzo al loro gregge come il vescovo di Rieti mons. Domenico Pompili e l’Arcivescovo di Spoleto – Norcia mons. Renato Boccardo. Ecco perché ho voluto cristallizzare storie e racconti che mi hanno insegnato come anche tra il buio delle macerie possa filtrare la luce della speranza.
Vivendo parecchi giorni tra la gente di questi luoghi, alcuni ormai inesistenti, cosa ti ha colpito di più però in questo senso specifico: quale era il bisogno più rilevante di queste popolazioni ... Cosa mancava di più a loro e perché?
- Il terremoto azzera ogni certezza. Polverizza in un istante le convinzioni di sempre, le sicurezze acquisite, i beni posseduti: in una parola, la propria vita. Riempie di macerie e svuota i cuori. Ma ora dopo ora, nell’uomo c’è una luce che lo spinge a rialzarsi. A stare insieme. A condividere per ricominciare. E’ un tratto comune che ho incontrato in tutti i borghi, città e comunità nelle regioni di Lazio,. Umbria, Abruzzo e Marche che ho visitato. Gente di montagna, accolta di inverno sul mare che riproduce, in modo spontaneo, quelle città nel modo di trascorrere insieme il tempo. Di occuparsi di uno dell’altro. Come di una signora che si occupa di un anziano signore di 102 anni sfollato e senza una casa. Era il suo vicino a Pievebovigliana. Per lei è naturale occuparsene anche nel villaggio dove sono stati sfollati. Facendo memoria di chi ha perso la vita, e sono state quasi 300 persone tra Amatrice e Accumoli, in chi non ha vissuto una perdita ed è sopravvissuto, ciò che ancora manca di più, secondo me, è anzitutto la propria casa. Perché la casa è il tetto che custodisce i ricordi, sono le mura che accompagnano l’esistenza di più generazioni, dove sono nati e cresciuti i propri figli. Ecco che in quelle ore, e purtroppo in tutti questi mesi nei quali la ricostruzione resta da lontana all’orizzonte, il baricentro si sposta sulla famiglia, sul senso della comunità, sulla prossimità. Essere insieme, mani intrecciate che sostengono il futuro di città senza più mura. Ma non mancano momenti di abbattimento, certo. Il rischio è anche quello dello spopolamento. Pensiamo a luoghi come Salette dove su 12 residenti sono morte 22 persone o alle piccole 69 frazioni di Amatrice di 4-5 residenti. Ho appena incontrato i rappresentanti del Comune di Amatrice. Vogliono ripartire proprio da questi piccoli centri. Isole nell’oceanico lavoro della ricostruzione.  
A tuo avviso un evento così traumatico come questa serie di terremoti devastanti si superano con la semplice linearità: distruzione-emergenze-ricostruzione? Non hai avuto l'impressione che la cosa è più complessa e che non sempre quindi si danno le risposte adeguate?
- Hai ragione. Le mura verranno ricostruite ma restano le cicatrici. Come ha detto papa Francesco bisogna ricostruire anzitutto i cuori. Si è scusato per noi che siamo egoisti non avendo vissuto tutto questo. Io ho lasciato volutamente alcune pagine finali del libro in bianco con la dicitura ‘per storie ancora da raccontare’. Perché la parola fine non può essere ancora raccontata. Mi piacerebbe, come la fiabe che ho letto alla mia figlia più grande, mentre il libro prendeva vita che ci sia anche qui un lieto fine. Lo vorrei a forma di casa. Non c’è linearità nella furia del terremoto ma una direzione sì. Va percorsa insieme per scacciare il silenzio che rischia di riappropriarsi delle ‘Voci dal Terremoto’.