mercoledì 7 giugno 2017

Italia
Giustificazione ed evangelizzazione
L'Osservatore Romano
- La logica di Dio (André Birmelé)
-Lutero ecumenico (Walter Kasper)
-Misericordia e clemenza (Sarah Coakley)
L’evangelo della grazia. «Giustificazione, l’evangelo della grazia» è il tema dell’ottavo convegno ecumenico internazionale di spiritualità della Riforma che si è svolto, dal 26 al 28 maggio, nel monastero di Bose. Pubblichiamo stralci degli interventi del teologo del centro studi ecumenici della Federazione luterana mondiale, del cardinale presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e della teologa anglicana dell’università di Cambridge.
La logica di Dio di André Birmelé
Per far capire agli studenti che il messaggio della giustificazione è l’ingresso in una logica di vita diversa, la logica di Dio che interrompe ogni logica umana, la sfida esistenziale che dà senso al Vangelo, un capovolgimento dei valori che è sale della terra e luce del mondo, ho sempre iniziato il mio corso sulla giustificazione raccontando in una luce nuova la parabola del figliol prodigo (Luca 15, 11-32). E solo in un secondo momento sono passato a un nutrimento paolino più sostanzioso che acquistava allora un altro sapore.
Ho dunque raccontato la storia di quel giovane che, secondogenito costretto a lasciare la fattoria, recupera la sua parte di eredità e non deve giustificarsi per questo. Era un’usanza dell’epoca che la fattoria non venisse divisa tra gli eredi. Il secondogenito parte per realizzarsi con i propri mezzi, affidandosi al suo lavoro e ai suoi meriti. L’autorealizzazione dell’umano! E fallisce. Niente di nuovo. Si è preso false libertà con la libertà che gli è stata data e la libera gestione della sua libertà diventa la sua prigione. Conducendo una vita da cani, peggiore di quella dei maiali che pascola, il giovane rientra in se stesso, prepara una confessione del suo fallimento e decide di mettersi al servizio del padre come bracciante agricolo.
Fino a qui tutto normale per quanti ascoltavano Gesù. Poi interviene la rottura di logica. Vedendolo da lontano, il padre gli corre incontro, si getta al collo del figlio che non ha neppure il tempo di dire la frase che ha preparato. Il padre lo invita a entrare in casa, gli dà un abito nuovo, un anello e dei calzari. Il Padre gli dà un nome, il secondogenito non è più condannato a farsi un nome da solo. È il figlio del Padre. E perciò si fa festa!
La logica del Padre è ingiusta agli occhi di quanti ascoltavano Gesù. Resta l’altro figlio, il primogenito. Lui trova tutto ciò ingiusto e nel software che gli è proprio non ha torto. Ricorda al Padre il grande lavoro che ha svolto per compiacerlo. Subodora errori morali, gravi peccati commessi dal fratello e contesta la giustizia ingiusta del Padre. Quest’ultimo ripete anche a lui che è suo figlio, ma il primogenito è incapace d’intenderlo. Non ha compreso nulla della logica di vita che propone il Vangelo.
La mia esperienza con gli studenti mi ha dimostrato che un simile esordio in materia apre una porta e dà loro accesso ai diversi aspetti della giustificazione. Questo approccio mi ha anche permesso di raccontare la giustificazione a platee molto diverse... e voi siete forse tra quelle che l’hanno già udita dalla mia bocca.
Che Lutero abbia scelto il linguaggio paolino non è ovviamente privo di significato. Ma non è neanche esclusivo, nel senso che solo la teologia paolina sarebbe in grado di dire il Vangelo. L’utilizzo del vocabolario paolino della giustificazione deve essere compreso in senso lato, come riepilogativo di tutti i discorsi biblici riguardanti la salvezza. Per i riformatori resta inteso che gli altri autori biblici riportano la stessa realtà quando utilizzano un’altra terminologia e parlano per esempio di “la nuova nascita”, “la guarigione”, “la liberazione”, “la redenzione”.
Gesù si serve di parabole per illustrare i misteri del Regno di Dio. Ogni parabola è caratterizzata da una rottura di logica, poiché la logica di Dio interrompe quella del mondo. Per spiegare la grazia, ossia la giustizia di Dio che interrompe la giustizia del mondo, la parabola del figliol prodigo mi sembra la più appropriata, sebbene se ne possano scegliere altre, come quella del fariseo e del pubblicano narrata dall’evangelista Luca (Luca 18, 9-14), l’unica in cui appare, al di fuori del contesto paolino, la parola “giustificato”.
Vorrei compiere un ulteriore passo e mostrare che questa parabola dà accesso a dimensioni fondamentali del messaggio della giustificazione, che sono sempre quelle della teologia paolina, ma che qui sono presentate in un modo forse più percepibile.
Questa parabola esprime diversi ribaltamenti dei valori che caratterizzano quest’altra logica di vita che nasce dal Vangelo. Nella parabola del figliol prodigo c’è una dimensione preziosa: la preghiera del padre. Dopo aver invitato il secondogenito a entrare e far festa, prega anche il primogenito di fare lo stesso. L’autorità del padre è preghiera. Io ti prego: accetta la riconciliazione che propongo. Questa preghiera è l’espressione dell’autorità paterna, la sola a meritare di essere chiamata autorità.
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Lutero ecumenico
di Walter Kasper
Normalmente si indica l’inizio dell’ecumenismo moderno con la conferenza mondiale missionaria a Edimburgo nel 1910. La conferenza aveva concluso che il più grande ostacolo alla propagazione missionaria del Vangelo consiste nella divisione della cristianità in tante Chiese separate. Una tesi, questa, che oggi, più che mai, richiede la nostra attenzione. Essa dice che l’ecumenismo non è un programma istituzionale e organizzativo. Non si tratta di una reintegrazione di Chiese come istituzioni. Il tema guida è la propagazione del Vangelo. Il concilio Vaticano II ha assunto la stessa posizione. Nel Decreto sull’ecumenismo, esso afferma: «Tale divisione contraddice apertamente alla volontà di Cristo, è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del vangelo a ogni creatura».
Così, l’epoca ecumenica va inserita nella storia bimillenaria della predicazione del Vangelo in cui il Signore, risorto nello Spirito, si fa presente nella storia con la predicazione del Vangelo.
Benché non si possa certamente affermare che Martin Lutero sia stato un ecumenista nel senso moderno, anche lui può essere inquadrato in tale contesto, poiché, all’inizio, la sua intenzione fondamentale non era di costituire una Chiesa riformatrice separata, ma di avviare una riforma, o meglio, una conversione evangelica della Chiesa universale, che chiameremmo oggi una nuova evangelizzazione della Chiesa sempre da riformare. Per ragioni molteplici, sia teologiche sia non teologiche, e per colpa di tutte le parti coinvolte, la riforma protestante e la riforma cattolica (come la chiamiamo oggi, invece di controriforma), sono sfociate in un confessionalismo e in un pluralismo di Chiese contrapposte le une alle altre.
Il programma ecumenico dovrebbe essere formulato nei seguenti termini: un cattolicesimo evangelico e un protestantesimo cattolico.
A che punto siamo su questo cammino ecumenico? Abbiamo riscoperto la nostra unità fondamentale in Gesù Cristo e la comunione fondamentale già esistente, nell’unico battesimo in Gesù Cristo. Benché non ancora in piena comunione, apparteniamo già oggi, in forme diverse, all’uno e unico corpo di Cristo, cioè la sua Chiesa. Nella situazione attuale, questa comunanza, malgrado tutte le differenze ancora esistenti, non è cosa da poco; non è soltanto un’idea astratta e la convinzione di alcuni strani ecumenismi, che si sono allontanati delle realtà ecclesiali concrete. Anzi, questa comunanza è stata riscoperta nel mezzo della realtà del ventesimo secolo appena trascorso, che ha segnato la fine dell’epoca borghese moderna con la prima guerra mondiale, la fine dell’Europa tradizionale e classica, che ha dato inizio alle svolte drammatiche del Novecento.
Nella seconda guerra mondiale, soldati cattolici ed evangelici si sono incontrati nelle stesse trincee; la gente rimasta a casa si è messa al riparo negli stessi rifugi antiaerei durante i bombardamenti; i perseguitati dai regimi fascisti e totalitari stavano insieme negli stessi campi di concentramento; sulla base della loro fede cristiana, hanno riscoperto la loro comune resistenza alla disumanità neopagana e atea. Dopo la guerra, quando molte chiese erano distrutte, diventò una normale prassi che cattolici e protestanti s’invitassero reciprocamente nelle rispettive chiese ancora funzionanti; fra le comunità è iniziata così una nuova amicizia che perdura tutt’oggi.
Dopo le svolte della guerra e del dopoguerra, l’ecumenismo è diventato una realtà quotidiana e vissuta, che ha condotto le Chiese separate a sperimentare una situazione nuova. Non esistono più, o esistono raramente, dei territori separati, esclusivamente cattolici o esclusivamente protestanti; nella nostra attuale società pluralista, cattolici e protestanti vivono porta a porta, spesso nella stessa famiglia. La nostra situazione post-borghese è anche una situazione post-confessionale, e spesso anche una situazione post-cristiana (nel senso sociologico del termine).
La vera divisione non esiste più fra i cattolici e gli evangelici, piuttosto, da una parte, fra coloro che credono in Gesù Cristo e in Dio Padre di Gesù Cristo, e, dall’altra, tra coloro che non credono in Cristo e spesso non credono neppure in Dio o — per esprimersi in modo più cauto — tra coloro che sono indifferenti nei confronti di Dio e vivono come se Dio non esistesse.
Dietrich Bonhoeffer e il gesuita Alfred Delp, mentre erano prigionieri della Gestapo, prima della loro testimonianza di martiri, hanno sperimentato questa situazione di non religiosità delle folle, che non conoscono più le differenze confessionali e neppure s’interessano a esse. Queste folle non sono neopagane, perché i pagani avevano la loro religione, ma in esse manca spesso l’antenna, cioè il segnale che trasmette la domanda e il desiderio di Dio, o almeno ci sembra che manchi, forse perché siamo noi a non saper trasmettere il nostro messaggio sulla loro lunghezza d’onda.
In tale situazione nuova, per la gente comune, i dibattiti confessionali sono diventati obsoleti. Se non vogliamo che le Chiese si svuotino ancora di più, occorre concentrarci sul fondamentale. Occorre dire che cosa significa credere insieme in Gesù Cristo, che cosa vuol dire essere redenti e giustificati da Gesù Cristo.
Dopo la Dichiarazione congiunta sulla giustificazione, nessuno dei documenti sulla Chiesa, l’eucaristia e i ministeri, è stato ufficialmente confermato. Sarebbe irresponsabile archiviare tutti questi risultati, lasciare che la polvere li ricopra sugli scaffali delle biblioteche e farne solo materiale per dissertazioni dottorali. Una proposta in prospettiva è dunque riprendere l’idea del professor Harding Mayer e provare a comporre un cosiddetto Documento in via, che, con una certa ufficialità, confermi i risultati raggiunti, senza negligere le domande ancora aperte. Malgrado tutti gli avvicinamenti riscontrati, resteranno i problemi sul concetto dell’unità nella diversità o dell’unità nella diversità riconciliata, la venerazione dei santi soprattutto della Madonna, sulla questione del primato, e sui problemi etici. Tuttavia, se non facciamo un punto sullo stato del dialogo, la discussione si muoverà sempre in cerchio.
Recentemente, nel 2017, un documento di una commissione della Conferenza episcopale negli Stati Uniti ha fatto un lavoro preparatorio per un tale Documento in via e ha illustrato i progressi raggiunti sui temi della Chiesa, dell’eucaristia, del ministero. Il recente simposio internazionale della Pontificia Università Gregoriana, su Lutero e i sacramenti (26 febbraio - 1° marzo 2017), ha chiaramente confermato i risultati.
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Misericordia e clemenza di Sarah Coakley
Viene spesso osservato come, già ai tempi di Lutero, la giustificazione ha finito con l’essere l’elemento distintivo della sua teologia e l’articulus stantis et cadentis ecclesiae della tradizione luterana tout court, come viene prontamente riconosciuto nel paragrafo iniziale della Dichiarazione congiunta della Federazione luterana mondiale e della Chiesa cattolica. A tale proposito basta mettere a confronto solo due degli scritti di Lutero sulla giustificazione per individuare tale sviluppo durante la sua vita e il cambiamento di certe priorità.
Nelle Lezioni sulla lettera ai Romani [glosse e scolio] del 1516-17, l’analisi del terzo capitolo della Lettera ai Romani si occupa esaurientemente dei “giudei” e, di fatto, parte dall’affermazione che «l’apostolo mostra in che modo i giudei sono superiori ai gentili». Da qui ovviamente procede, seguendo Paolo, affermando che i giudei («specialmente quelli eruditi»), purtroppo sono soggetti al peccato quanto i gentili. «Tutti si sono allontanati dal vero cammino di rettitudine».
Riguardo all’hilastérion in Romani 3, 25, Lutero ribadisce con forza che questo è «il luogo di propiziazione» conquistato nel sangue di Cristo; in altri termini, egli coglie pienamente la specificità della matrice ebraica di trasformazione cultuale alla quale attinge Paolo per esporre la sua dottrina della giustificazione. Tuttavia, nel 1536, e con la Disputa sulla giustificazione di Lutero, possiamo senz’altro affermare che il legame con i temi ebraici, ricchi di contenuto, si è affievolito, e anche che la dottrina della giustificazione è già diventata sistematicamente “criteriologica” per la fede. Così Lutero nella sua prefazione scrive: «Poiché come avete spesso sentito, eccellentissimi fratelli, quell’articolo riguardante la giustificazione già di per se stesso crea veri teologi, perciò è indispensabile nella Chiesa, e così come lo dobbiamo spesso ricordare, dobbiamo spesso lavorarci su».
Ma la cosa affascinante è che, mentre sembra che si perda di vista il dibattito sulla matrice ebraica della giustificazione, il tema della misericordia non viene abbandonato, bensì, a quanto pare, di nuovo intensificato. Ora, però, non viene più collegato alla storia dell’apostasia ebraica, ma piuttosto al problema del peccato post-battesimale cristiano.
Nell’Argomento VII Lutero parla dell’errata presunzione che «se si è giustificati, non si può essere peccatori». Al contrario, afferma, è tutto falso; ma questo serve solo a mettere in evidenza «la grandezza della misericordia divina e quanto sia importante». Di fatto «la misericordia di Dio perdona e l’amore è al tempo stesso clemente... A nessuna condizione il peccato è una fase transitoria, bensì veniamo giustificati ogni giorno dal perdono immeritato dei peccati e dalla giustificazione della misericordia di Dio». Quindi Lutero ha mantenuto l’enfasi sulla misericordia (e aggiunto con forza il linguaggio della clemenza, che stranamente appare poco in Paolo). 
L'Osservatore Romano, 7-8 giugno 2017