giovedì 22 giugno 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Roberto Oliva - ©copyright) L’obiettivo della visita di papa Francesco a Barbiana non era certamente quello di canonizzare ante litteram don Lorenzo Milani, ma la tensione che si è generata tra chi lo definisce già santo e chi sostiene che non lo sarà ancora, cela la convinzione che il priore non sarà mai canonizzato. Più profondamente emerge una particolare visione di santità che nulla ha a che vedere con la teologia del Concilio Vaticano II, in cui si è ribadita l’universale chiamata alla santità a prescindere dallo stato di vita al quale si appartiene. Risulta pertanto deprimente il ritorno a concezioni anacronistiche e clericali della santità, dal momento che ci limitiamo a rinchiuderla in quel fastidioso alone spiritualistico alienato dalla realtà.
Occorre anzitutto chiederci quali siano i criteri principali attraverso i quali la Chiesa riconosce la santità nella vita di un credente a tal punto da proporla come testimonianza esemplare per l’intera comunità ecclesiale. Alla inevitabile sequela e conformazione a Gesù Cristo, segue necessariamente l’adesione alla dottrina della Chiesa cattolica nel solco della Tradizione, l’ascolto della Parola di Dio e la vicinanza ai sacramenti. Fondamentale risulta anche l’obbedienza alla Chiesa attraverso la mediazione sacramentale dei suoi ministri ordinati e del Papa. Il credente che vive la santità deve aver vissuto in maniera eroica e radicale le virtù teologali e quelle cardinali, al punto da stabilire l’eroicità delle virtù indispensabile per l’esemplare testimonianza.
Con la storica visita a Barbiana presso la tomba di don Lorenzo Milani, la Chiesa – secondo le parole stesse di papa Francesco -: «riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa». (Papa Francesco, Discorso a Barbiana, 20 giugno 2017). A partire dalla testimonianza della vita di fede e della missione sacerdotale di don Lorenzo Milani possiamo senza dubbio riscontrare una santità «che promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano» (Lumen gentium, 40). Non si tratta cioè di un semplice educatore che compie bene il suo mestiere, ma di un prete che attraverso il suo ministero contribuisce alla promozione umana delle persone più indifese favorendo il rispetto della dignità di tutti. La carità pastorale del priore di Barbiana infatti si è spinta talmente in avanti da «risvegliare nelle persone l’umano per aprirle al divino» (Papa Francesco, Discorso a Barbiana, 20 giugno 2017). Don Milani ha vissuto la sua santità nell’ordinarietà di un ministero presbiterale a servizio dei più poveri che nel suo contesto erano gli analfabeti, figli dei contadini e degli operai. Il riconoscimento della sua fedeltà al Vangelo e della rettitudine della sua azione pastorale da parte del Vescovo di Roma cinquant’anni dopo la sua morte, segna senza dubbio una svolta fondamentale e una maggiore comprensione della sua santità di vita. L’itinerario canonico è senza dubbio percorribile e auspicabile, ma prima di tutto occorre comprendere a fondo il valore ecclesiale e spirituale della santità di questo grande uomo di fede: una santità che parla a chiunque dal momento che è stato il prete di chiunque, il prete dei lontani e dei comunisti. La canonizzazione di don Lorenzo Milani lungi dal costituire un ostacolo all’attualità del suo messaggio, potrebbe essere il frutto più maturo di una stagione conciliare ancora da vivere pienamente in una Chiesa dove si stenta a comprendere che la fede conduce ad una «piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra» (Papa Francesco, Discorso a Barbiana, 20 giugno 2017). Non serve canonizzare don Lorenzo Milani tanto per collezionare un santino ma per riconoscere definitivamente in lui l’uomo di fede al quale ha fatto esplicito riferimento papa Francesco: «Che io prenda l’esempio di questo bravo prete» (Discorso a Barbiana, 20 giugno 2017). Il priore di Barbiana è la testimonianza pastorale più coerente della svolta antropologica impressa dal Concilio Vaticano II e icona umile ma radicale della Chiesa in uscita alla quale il papa gesuita fa riferimento. Una Chiesa cioè dove la fede sia cercata e trovata nella vita di ogni giorno dove le persone vivono, sperano e lottano: «Quando ci si affanna a cercar apposta l’occasione di infilar la fede nei discorsi, si mostra di averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita e non invece modo di vivere e di pensare». (Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali).
Interessante meditare quello che pensava della santità don Milani stesso: «La chiesa chiama santo, cioè dichiara che uno è stato un eroico cristiano, un cristiano che ha portato l’obbedienza alla dottrina della Chiesa e ai comandamenti di Dio fino all’eroismo, chiunque si sia comportato così, abbia creduto di comportarsi così; sennò non avrebbe sicuramente santificato s. Vincenzo Ferreri o s. Caterina da Siena […] La Chiesa nel fare santa una … una qualsiasi figura non intende dire che tutto quello che questa persona ha detto è vero. […] Anche perché ci sono santi che hanno litigato a morte fra loro come s. Agostino e s. Girolamo […] Speriamo che il paradiso non sia una chiesuola in cui si trova soltanto vescovi e preti. Mancherebbe altro, vero? Speriamo che in una folla immensa di contadini e operai si trovi mescolato anche qualche prete e vescovo, in paradiso» (Lorenzo Milani, Chiesa santità e obbedienza in Don Lorenzo Milani – Tutte le opere, I Meridiani - Mondadori, Milano 2017).