giovedì 29 giugno 2017

Avvenire
(Marcello Palmieri) Nel dicembre del 2012 dimesso dallo stato clericale, nel giugno del 2014 riammesso al ministero (pur con molte restrizioni). Ieri mattina l' annuncio del vescovo di Crema, Daniele Gianotti: «Nei giorni scorsi - ha scritto il presule in una lettera ai sacerdoti e ai fedeli della diocesi, presentata ieri mattina al clero riunito in Curia e poco dopo pubblicata sul sito diocesano- la Congregazione per la Dottrina della Fede mi ha comunicato la decisione, presa da Papa Francesco il 20 maggio scorso con sentenza definitiva, di dimettere don Mauro Inzoli dallo stato clericale». Attualmente, sull' ex sacerdote diocesano che in Comunione e Liberazione fu esponente di spicco, oltreché presidente del Banco Alimentare, pende una condan- na a 4 anni e 9 mesi di reclusione, pronunciata in primo grado dal tribunale di Cremona per abusi di minori. Una sentenza che - nel commisurare la pena - tiene già conto della prescrizione in cui sono cadute diverse altre violenze, perpetrate prima del 2005, e contro la quale l' ex parroco della Santissima Trinità in Crema ha comunque proposto un giudizio d' appello non ancora concluso. Così, finora, i due procedimenti - quello canonico e quello dello Stato italiano - sono corsi su rette parallele: ma la giustizia della Chiesa ha detto una parola certa prima ancora di quella dello Stato. «Non possiamo pensare che il Papa sia giunto a una decisione così grave senza aver vagliato attentamente davanti a Dio tutti gli elementi in gioco - ha detto ieri monsignor Gianotti -, per arrivare a una scelta che fosse per il bene della Chiesa e al tempo stesso per il bene di don Mauro: perché nessuna pena, nella Chiesa, può essere inflitta se non in vista della salvezza delle anime». E questa è la dimissione dallo stato clericale, la pena «più grave che possa essere inflitta a un sacerdote ». Il vescovo di Crema ha chiesto di pregare «innanzitutto» per «i nostri fratelli che sono stati vittima dei comportamenti» messi in atto dal sacerdote, ma contemporaneamente ha fatto sapere di aver pregato «con lui (don Mauro, ndr) e per lui», ricordando pure come egli «non è scomunicato: resta un membro della Chiesa, un fratello in Cristo; e nella Chiesa è invitato ad attingere, come ogni fedele, alla grazia della Parola e dei Sacramenti». Ora don Inzoli «non potrà esercitare il ministero sacerdotale né presiedere le celebrazioni sacramentali, neppure in forma privata». L' inasprimento della pena trova ragione nel decreto giunto all' allora vescovo di Crema, Oscar Cantoni, il 12 giugno 2014: un comunicato della diocesi di Crema spiegava che don Inzoli, a riforma della precedente sentenza emessa nel 2012, veniva sì riammesso nell' esercizio del ministero, ma con l' obbligo di «sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale. Don Mauro non potrà celebrare e concelebrare in pubblico l' Eucarestia e gli altri Sacramenti - precisava il testo - ma solo celebrare l' Eucarestia privatamente. Non potrà svolgere accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano. Non potrà assumere ruoli di responsabilità e operare in enti a scopo educativo. Non potrà dimorare nella diocesi di Crema, entrarvi e svolgere in essa qualsiasi atto ministeriale. Dovrà inoltre intraprendere, per almeno cinque anni, un' adeguata psicoterapia ». Il sacerdote, tuttavia, ha deliberatamente e più volte disatteso queste indicazioni, che partivano dalla richiesta del Papa di condurre una «vita di preghiera e di umile riservatezza». Da qui, l' annunciato inasprimento della pena: una «via di conversione - ribadisce il vescovo - per una nuova comunione con Dio e con i fratelli».