martedì 6 giugno 2017

L'Osservatore Romano - donne chiesa mondo
(Alberto Fabio Ambrosio) Diana degli Andalò era della nobile famiglia bolognese dei Carbonesi. Così lo scrittore Ludovico Antonio Muratori, alcuni secoli dopo, nel Settecento, la descrive nella raccolta da lui dedicata ai personaggi italici: «Era Diana una fanciulla nata da una nobile famiglia famosa presso i bolognesi per nobiltà e per ricchezza e di sperimentata onestà nel governo, i parenti della quale non solo ressero le magistrature delle principali città d’Italia per virtù di uomini e per capacità di governo, ma erano soliti tramandare la gloria ricevuta dagli antenati più illustri tanto che lo stesso padre di Diana fu senatore a Milano, a Piacenza e a Genova».
Di spirito libero e intraprendente, Diana incontrò i frati predicatori o domenicani all’età di diciassette anni, quando fra Reginaldo da Orléans arrivò nel 1218 a Bologna per predicare, ufficio questo riservato esclusivamente ai vescovi, che però lo trascuravano facilmente per altre occupazioni. Diana rimase incantata dalla parola di Reginaldo e gli chiese di approfondire questa ventata di novità, portata da un frate che era professore di diritto a Parigi e a Bologna. Diana si appassiona talmente a questo “nuovo” ideale che decide di aiutare il nascente movimento dei frati domenicani, prodigandosi per ottenere il diritto di costruire un nuovo convento sulla proprietà appartenente al padre. Questi, dapprima, rifiutò; poi, grazie all’intercessione della figlia, concesse il diritto, cosa che non era riuscita neppure al cardinal Ugolino. A questo punto, entra in scena proprio il fondatore: Domenico di Guzmán; così racconta la cronaca del monastero di Sant’Agnese: «Quando poi giunse a Bologna san Domenico, ella gli si affezionò molto e spesso s’intrattenne con lui conversando sulla salvezza della sua anima. Dopo breve tempo ella fece i primi voti alla presenza sua, del professor Reginaldo e di altri frati».
L’entrata vera e propria in vita religiosa non fu certamente facile perché la famiglia si oppose per i primi tempi, tanto che, quando Diana tentò di entrare nel monastero della Trinità di Ronzano, andò a riprendersela. Ma alla fine cedette, e la giovane riuscì a stabilirsi in quello stesso monastero, fino a quando Giordano di Sassonia, successore di san Domenico nel governo del giovane ordine, riuscì a far intraprendere a Diana la vita monastica domenicana nel monastero di Sant’Agnese nella città stessa di Bologna.
Giordano di Sassonia, lungo tutto il periodo del suo mandato di maestro, le inviò regolarmente delle lettere ricche di insegnamenti spirituali, improntati alla moderazione e all’amicizia affettuosa. In una lettera dell’estate del 1229, Giordano di Sassonia deve rincuorarla, assicurandola che la disposizione presa nel capitolo generale tenutosi a Parigi nel 1228, non avrebbe coinvolto la vita delle suore del monastero di Sant’Agnese. La disposizione prevedeva che: «nessun [frate] d’ora in avanti tonsurasse una donna, le conferisse l’abito religioso e ne accogliesse la professione religiosa». La legittima preoccupazione di Diana riceveva una risposta ufficiale di Giordano, che dissipava definitivamente ogni inquietudine.
Nell’epistolario (una cinquantina di lettere) Giordano di Sassonia si indirizza a Diana in termini estremamente amichevoli e affettuosi, pur sempre rispettosi. Basti leggere una delle varianti dell’intestazione: «Fra Giordano, inutile servo dell’Ordine dei predicatori, augura salute a Diana, sorella nello stesso Padre spirituale e carissima figlia, donatagli dal Padre di tutti gli uomini».
Diana è sorella nell’ordine, figlia spirituale perché affidata da Domenico a Giordano, e forse soprattutto amica. L’affetto che li lega costituisce una chiara via di comprensione di come la vita consacrata possa comprendere amore vero e purezza di spirito. Di Diana, purtroppo, non ci sono rimaste le risposte. Qui ne abbiamo immaginata una:
«Suor Diana degli Andalò, sorella nel Santo padre Domenico, al mio diletto fratello Giordano, le tue mi giungono sempre come un dono di Dio, una consolazione dell’anima, un lume nella notte soprattutto in quei momenti in cui gemo pensandoti a percorrere a piedi la Lombardia e poi nei tuoi lunghi viaggi fino a Parigi. Mi dici che la mia presenza ti consolerebbe, ma sai che da parte mia la tua assenza provoca una tale sofferenza che l’unica cosa che lenisca rimane il tuo pensiero costante in Cristo.
Nell’ultima lettera, mi hai scritto che avevi avuto già due volte la febbre e i medici ti avevano informato dell’ultimo inevitabile ciclo di quartana; spero, mio caro fra Giordano, che ormai tu abbia potuto recuperare la salute così cara al predicatore che trasmette, con la veemenza che si conviene, il Verbo di Dio fatto carne.
La tua ultima missiva riguardante le disposizioni del capitolo generale di Parigi dell’anno scorso mi è stata di grande aiuto spirituale oltre che di estrema utilità per capire quanto stesse avvenendo nell’Ordine che Domenico è riuscito sapientemente a formare. Le notizie che ci erano giunte non promettevano nulla di rasserenante per noi monache del monastero di Sant’Agnese. Come sarebbe stato possibile garantire il seguito se i frati non avessero più potuto accogliere le giovani suore? La tua spiegazione e la tua intercessione presso il provinciale di Lombardia sono state per tutte le suore un tocco della grazia di Cristo Gesù salvatore. Come Domenico mi ha insegnato, la grazia divina si manifesta anche attraverso le scelte comuni dei capitoli generali. Questo però non toglie che la comprensione delle scelte prese in comune sia talvolta più difficoltosa.
Carissimo padre e fratello, e amico in Cristo, mio caro Giordano, la nostra missione è quella di vedere ogni cosa nella profondità divina cosa che non possiamo raggiungere se non vivendo come il predicatore della grazia, nostro padre Domenico, lui che non faceva altro che «parlare di Dio o con Dio. Amico e fratello, fra Giordano, ti saluto con il santo bacio».
L'Osservatore Romano, giugno 2017.