giovedì 1 giugno 2017

Italia
Dall’archivio Nogara una testimonianza inedita sul giugno del 1944. Nella Roma liberata
L'Osservatore Romano
(Bernardino Osio) Il 4 giugno 1944, al momento della ritirata tedesca da Roma e dell’arrivo delle truppe alleate, Ester Nogara si trovava a distribuire le minestre ai poveri presso la parrocchia di Santa Maria delle Fornaci, situata proprio al di sotto delle mura vaticane: così in un suo diario ci racconta quella giornata: «Bernardino allarmato venne a cercarmi a Santa Maria alle Fornaci per riportarmi subito a casa. Al ritorno assistemmo ad uno spettacolo che sollevava i cuori, ma che ispirava tristezza... i tedeschi lasciavano Roma... ed avevano tutti l’aria sconfitta: camion, automobili, carri, carretti, carri armati, cannoni, autoambulanze... una vera ritirata.»
Dal ricco archivio della famiglia Nogara abbiamo già tratto delle testimonianze commoventi sia sulle bombe sganciate sulla Città del Vaticano da un «misterioso» aereo il 5 novembre 1943 (cfr. «L’Osservatore Romano» del 3 febbraio 2017) sia sulla vita quotidiana nella Roma occupata dalle truppe tedesche (cfr. «L’Osservatore Romano» del 21 aprile 2017). È ora la volta di rendere noti alcuni frammenti di diari e lettere relativi alla liberazione di Roma (4 giugno 1944) e al periodo successivo di occupazione alleata, scritte da Ester Nogara Martelli, e anche dal marito Bernardino Nogara, allora delegato all’Amministrazione Speciale della Santa Sede, e residenti entrambi in quegli anni nella Città del Vaticano.
La liberazione di Roma venne accolta da Ester Nogara da un lato con sollievo e dall’altro con angoscia poiché la separava definitivamente, e per un tempo indeterminato, dai figli e dai nipoti, tutti residenti nell’Italia del nord: occorrerà attendere la fine della guerra (8 maggio 1945) per una normale ripresa dei contatti: quasi un anno di separazione e privi di notizie.
Ma torniamo al diario e a quel 4 giugno: «A casa il telefono ci annuncia che gli americani sono alla basilica di San Paolo, più tardi che sono a via Nazionale, infine a piazza Venezia e intanto continua il frastuono dell’armata tedesca in ritirata che sale faticosamente la via Aurelia: i carri con la cremagliera assordano, e assordano per tutta la notte, seguiti dai soldati silenziosi, silenziosi dopo essersi portati per nove mesi da conquistatori, invasori, distruttori. E quanto lo furono e quanto furono vendicativi, in unione agli SS italiani vergognosamente alleatisi, ogni giorno che passa ce lo rivela. Inevitabile dunque lo scoppio di sollievo, di esultanza della popolazione all’arrivo di questi baldanzosi americani. Le prigioni aprono le loro porte, così come i conventi e le case private, ai giovani, alle personalità condannate e a quelle rifugiatesi. Sarebbe troppo egoismo mostrare la mia tristezza in un tale momento: ma il mio cuore piangeva. Quella fuga tedesca, quella entrata alleata, mi separava dai miei carissimi, e finché i tedeschi staranno in Italia ormai non saprò più niente di loro... per loro è costante la mia preghiera, perché Dio me li preservi dal male, dai malanni, dalla fame, dalle persecuzioni; Dio mi ascolti e ci conceda la gioia di rivederci. Cerco di superare il mio dolore e di guardare con interesse questo cambio di guardia per il nostro povero Paese. Veramente cambio di guardia soltanto. Al tedesco è subentrato l’Americano, meno duro ma non meno invadente: lo si chiama “il liberatore” ma sempre noi siamo un popolo vinto, e il modo con cui questo liberatore ha invaso la nostra città ce lo mostra sempre più. Ma il popolo di Roma dimentica troppo presto questa verità: perché non c’è più il tedesco dimentica che la guerra è ancora alle porte della città, e si dà a canti, a gridi di giubilo, a una sfrenata accoglienza per questo popolo americano che non ci mollerà. Dimentica che più della metà della nostra Italia è ancora in guerra e lotta e soffrirà maggiormente perché il tedesco ritirandosi si accanirà su di lei con maggiore crudeltà».
Il 5 giugno, il Santo Padre parla ai romani ed è uno spettacolo grandioso: «Egli esorta il popolo a ringraziare Iddio del miracolo ottenuto: la ritirata pacifica dei tedeschi dalla città, mentre tutto faceva presagire una vera distruzione della città. Ed esorta ad essere degni di questa grazia con un’aumentata pietà, con una maggiore serietà di costumi e di contegno, con una maggiore forza d’animo nell’accettare i sacrifici che ci imporranno ancora, con un’ampia maggiore fiducia nella divina Provvidenza. E mentre il Santo Padre parla, un aeroplano americano lascia cadere sulla piazza rose, e rose».
Ester Nogara, nello stesso tempo, nota non senza amarezza l’atteggiamento della popolazione romana: «Guardo con animo umiliato la gazzarra di questi bimbi, di queste giovinette, di queste donne giovani che si aggrappano ai camion, alle auto americane, senza dignità, senza pudore, che invitano questi giovani a bere, ad ubriacarsi perdendo da tutte le due parti ogni senso morale. Questi americani impressionano per lo sfoggio di armamenti, di camion, di cannoni; passano carri e carri con tende per accampamenti per impianti di ogni genere, carri e carri di Croce Rossa, e carri di viveri, di cucine, di impianti igienici, e impressionano per l’allegria smodata: si direbbe che vanno alla guerra per sport... è pur vero che qui in Roma godono di una sosta, forse di una breve “holiday”; e infatti scorrazzano con le loro automobilette snodate ma potenti divorando la città: salgono perfino la gradinata del nostro San Pietro, girano entro il colonnato con le loro macchinette!».
Tuttavia Ester Nogara osserva con compiacimento la pietà religiosa di una parte delle truppe alleate: «L’unica cosa, l’unica che mi rasserena è l’esemplare contegno di questi “liberatori” nelle chiese e il dignitoso, compreso, edificante raccoglimento dei soldati e dei cappellani cattolici. Quante messe, quante confessioni, quante comunioni! E il Santo Padre riceve, gradisce le udienze che gli ricercano e per tutti ha buone parole. Anche stamattina San Pietro era edificante. I soldati polacchi dovevano essere ricevuti dal Santo Padre, e San Pietro rigurgitava di soldati e giovinette militarizzate che si confessavano e comunicavano. I loro cappellani non usavano dei confessionali: una seggiola per loro in qualche angolo e il penitente inginocchiato in atteggiamento raccolto col braccio del confessore sulla sua spalla. Dieci di questi confessionali di fortuna ho contato e l’andirivieni del popolo non distraeva il loro raccoglimento. In Roma, culla del cattolicesimo essi danno un esempio che deve confonderci».
E con sollievo Ester Nogara registra la fine delle persecuzioni: «E ora c’è il ritorno alle loro case dei moltissimi ebrei che si tennero nascosti per tutti questi mesi di invasione tedesca e terroristica. Ed escono dal loro rifugio migliaia e migliaia di persone italiane, veri italiani dall’ideale puro; ma anche altri italiani dalla coscienza torbida che non vorrei ora tornassero a trionfare dopo aver goduto, approfittato, adulato... ma purtroppo non tutti gli onesti, non tutti quelli che sostenevano un’idea sono ritornati e hanno potuto uscire vivi da Regina Coeli, da via Tasso, dall’altra casa di torture di via Romagna. Molte dolorosissime fucilazioni avvennero e troppi sono quelli che non ritornano per non risentire un senso di odio e di rancore che non si potrà dimenticare. È stato fucilato il giovane Colorni (Eugenio), che fu compagno di scuola di Paolo — Nogara, figlio di Ester — a Milano: un giovane militante nel campo politico, pieno di ingegno, che condannato al confino dal fascismo riuscì a scappare dall’isola di Ponza nell’inverno scorso, rimase nascosto tutti questi mesi e poi preso e fucilato in piazza Bologna il 28 maggio perché parte attiva dei partiti di reazione in quel periodo di terrore dell’invasione tedesca».
È molto interessante anche il quadro della situazione della Roma appena liberata che fa il consorte di Ester, Bernardino, scrivendo il 27 settembre 1944 al banchiere italoamericano Giovanni Fummi, residente in Svizzera: «Quanti avvenimenti dal 5 giugno in poi: lieti e tristi! L’occupazione angloamericana ci ha tolto l’incubo della persecuzione e delle torture; ma con questo non è cessata l’anormalità della situazione: paese occupato, governo fantoccio, a meno che le promesse fatte da Churchill e Roosevelt siano adempiute con sollecitudine e sinceramente. Abbiamo un’Italia rovinata moralmente e materialmente nell’impossibilità di riaversi se non è aiutata nella sua ricostruzione... la situazione politica è delle più confuse con sei partiti al potere che dovrebbero andare d’accordo ma che si neutralizzano a vicenda. Il partito comunista è il più attivo ed il più ricco di mezzi. I fascisti si iscrivono a questo partito, come il più affine alla loro mentalità; quindi c’è pericolo di cadere dalla padella nella brace. Qui a Roma il partito monarchico è in minoranza. Nessuno vuol saperne del re che con la dichiarazione di guerra ha tradito il paese. Temo che con l’estendersi dell’occupazione al nord le fila comuniste e repubblicane abbiano ad avere un’assoluta preminenza. Quanto a moralità pubblica si è discesi ad un livello più basso di quello immaginabile. I tre comandamenti non ammazzare, non fornicare, non rubare sono impunemente violati da una massa di gente perché la polizia non funziona o funziona male o con mezzi inadeguati. Se non ci fosse la polizia militare che rimedia in parte, si sarebbe in balia dei briganti».
Da parte sua anche il consorte di Ester, Bernardino, aveva partecipato concretamente alla resistenza, come “tesoriere” del Comitato di Liberazione Nazionale che si radunava clandestinamente nel Pontificio Seminario Romano Maggiore a San Giovanni in Laterano, ospiti del rettore monsignor Roberto Ronca. Ester Nogara ricorda anche un episodio di grande coraggio compiuto dal marito Bernardino nell’ottobre 1943, quando una mattina bussò alla loro porta nel Palazzo del Governatorato in Città del Vaticano un giovane inglese fuggito da un campo di concentramento per prigionieri di guerra dell’Italia centrale e giunto con incredibile audacia e altrettanta fortuna a Roma; egli chiedeva rifugio. Si trattava di Charles Wyatt, figlio di un collega di Bernardino Nogara al Debito Pubblico Ottomano, Sir Stanley Wyatt, in quel momento consigliere finanziario all’ambasciata britannica di Lisbona. Consegnarlo alle truppe tedesche significava la fucilazione immediata del giovane. La Santa Sede, che pure aveva accolto molti ricercati nella Città del Vaticano, non osava nascondere i prigionieri di guerra in quanto avrebbe significato una rottura della linea di stretta neutralità assunta durante il conflitto, ma sapeva e tollerava che si nascondessero negli istituti religiosi sparsi nella città gli ex prigionieri di guerra alleati fuggiti dopo l’otto settembre dai campi di prigionia. Fu così che Bernardino Nogara, con la sua automobile targata SCV condusse personalmente il giovane Charles dai padri rosminiani a San Giovanni di Porta Latina affidandolo a padre Giuseppe Bozzetti, preposito generale dell’Istituto della Carità (padri rosminiani).
«A colazione il lunedì 5 viene da noi il figlio di un collega inglese di Bernardino che, prigioniero, di tappa in tappa fuggendo, di campo in campo arrivò da noi in tempo per essere sicuramente nascosto da ogni ricerca nemica. E rimase nascosto per ben nove mesi. Un bel giovane, simpatico, dalla faccia aperta, che si compiaceva giovanilmente di ritrovarsi finalmente in una casa con bei mobili, con fiori, con libri, con quadri: era commovente».
Nell’attesa angosciosa della fine delle ostilità Ester Nogara registra con queste parole il fallito attentato a Hitler dell’agosto 1944: «un attentato mal riuscito a Hitler! È stato per tutti un’esclamazione di dolore che il colpo non fosse riuscito... a cosa porta l’esasperazione... ma che i due capi che ci hanno condotto alla rovina vivano fino alla fine e vedano e arrivino a soffrire essi pure, dopo che hanno fatto tanto soffrire, credo sia un sentimento di crudeltà permesso. Intanto passano i giorni, i mesi... mesi nei quali i tedeschi vedendoci perdenti scatenano la loro perfidia, raffinano la loro crudeltà, rovinano, insidiano, distruggono. Niente e nessuno vogliono risparmiare e a noi di Roma, scampati da questo terrore, torna ancor più duro il pensiero dei nostri Cari a tutto esposti. Vorrei che la mia giornata fosse una preghiera costante per tenere lontano dai miei cari il flagello che li minaccia».
Ester Nogara registra pure gli eventi in Vaticano. È molto rattristata per la morte del cardinale Luigi Maglione, segretario di stato di Sua Santità, avvenuta a Casoria (Napoli) il 22 agosto 1944. Così commenta Ester: «È morto il cardinale Maglione, Segretario di Stato, un vero amico per il mio Bernardino che rimane sempre più solo. È ben doloroso il vedersi rimpicciolire sempre più la cerchia degli amici. È la sorte del campare vecchi e si sente più forte il bisogno di circondarsi di persone giovani che rasserenino la nostra vecchiaia. Molta benevolenza però sentiamo intorno a noi; molta ne raccoglie Bernardino e molta ne raccolgo io pure, dalle persone sofferenti, bisognose, che ricorrono a me con un senso di fiducia che mi commuove».
Il Natale 1944 fu ben triste per Ester e Bernardino, così come lo fu quello del 1943. Così lo ricorda Ester nel suo diario: «La notte di Natale, mentre in San Pietro fulgido di luci il Santo Padre celebrava la Messa circondato dallo splendore di tutta la sua corte e dal Corpo Diplomatico tra applausi, canti, trombe d’argento, Bernardino ed io ascoltavamo la Messa nella cappella del nostro palazzo (del Governatorato) nel più intimo raccoglimento. Eravamo noi due soli col sacerdote, monsignor Samorè, e i due giovanotti che lo servivano. Più soli di così non potevamo essere e non possiamo essere. In certi giorni questa solitudine mi riesce quasi insopportabile; entra in me quasi una ribellione... e noi non possiamo fare nulla, neppure sapere nulla... perché quel periodico telegramma “tutti bene” (che giungeva attraverso la Nunziatura a Berna) per me è tormentoso. Cari, cari figlioli miei dove siete, cosa fate?».
Con la Pasqua, che cadde il 1° aprile, si rinnovarono le speranze di una imminente fine della guerra. Così scriveva Ester: «Tutta Roma si riteneva sicura che il Santo Padre avrebbe annunciata la pace in questo periodo: fu vana attesa e inopportuna illusione». Ma finalmente alla fine di aprile si arrivò a una definitiva cessazione delle ostilità su tutti i fronti. Così scrive Ester: «Gli avvenimenti precipitano, i patrioti dell’alta Italia si muovono, insorgono e ben preparati escono dai loro nascondigli, si riuniscono e animati da odio per l’oppressore e da amore di Patria respingono qua e là il nemico... sventolano le bandiere, la radio inneggia all’Italia del nord, e gli alleati hanno parole di encomio per i patrioti che raggiungono per aiutarli a tenere salde le città liberate. Mussolini è preso, arrestato e con lui Farinacci e così tanti altri gerarchi: il fascismo è agonizzante».
Ai primi di maggio arrivano le prime notizie dai familiari del nord Italia: «Tutti, tutti ci sono i miei figliuoli! Che Dio ne sia ringraziato con tutta l’intensa mia riconoscenza!». Finalmente l’8 maggio Bernardino Nogara, accompagnato in automobile dal nipote Antonio (figlio del fratello Bartolomeo) poté recarsi, grazie a permessi specialissimi, nel nord Italia, ma senza la consorte in quanto non erano concessi permessi alle donne. Solamente nel mese di luglio Ester, assieme al marito, poté recarsi in automobile a Bellano sul lago di Como e riabbracciare la sua famiglia: «Che emozione l’uscire da Roma, sentirmi proprio avviata verso i miei cari. Si viaggiò tutta la notte e il mattino si arrivò a Genova, attraversando paesi, cittadine distrutte dai bombardamenti, località irriconoscibili, non trovando più le strade, vedendo ponti, case, stabilimenti diroccati. Oh la nostra Italia come è stata ridotta!».
L'Osservatore Romano, 1° - 2 giugno 2017