lunedì 12 giugno 2017

Italia
«Così passerò per reazionario». Religione e vita, le lettere di Biffi
Corriere della Sera
(Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna) Il carteggio del cardinale Biffi con la carmelitana Emanuela Ghini è un documento cristiano ma è anche una festa della lingua. I due sono scrittori e lo sanno. Scrivono per aiutarsi da posizioni diverse che nei decenni si allontanano mentre il sentimento li avvicina. Impresa ardua nella quale si fanno aiutare dall' arte della scrittura che ora allieta il lettore. Il dissidio più vivo è su Giuseppe Dossetti: ambedue lo tengono per santo ma Biffi ne critica la teologia che reputa «non conforme alla Rivelazione». Dal silenzio del monastero suor Emanuela rispettosamente grida a difesa del monaco di Monteveglio.
La lettura di queste lettere, che coprono un lungo arco di tempo, aiuta quanti, come me, non hanno conosciuto personalmente il cardinale Biffi a gustare i suoi sentimenti, la fede, le preoccupazioni di questo testimone così originale della Chiesa tutta e della nostra Chiesa di Bologna. Esse ci coinvolgono in una lettura appassionante, piene come sono di particolari e di umanità, e mostrano la ricchezza del suo pensiero. La lettura è assai scorrevole proprio per la vivacità dell' umanità dei due interlocutori e per la libertà del loro amore per Dio e per la Chiesa. Sono pagine che uniscono aspetti soggettivi e oggettivi, personali e generali, tutte piene di leggerezza e allo stesso tempo di grande profondità, ironiche e serie, segnate dalla consueta e penetrante ironia verso di sé, anzitutto, e verso gli altri. Il cardinale dà del tu con un profondo rispetto a suor Ghini che a sua volta dà del rispettoso Lei ma senza perdere tutta la confidenza e l' immediatezza necessaria e amata dal cardinale. Sono due caratteri molto diversi, senza alcuna compiacenza da una parte e dall' altra. Al cardinale preme, forse direi incuriosisce «il giudizio di una monaca "rivoluzionaria" e bolognese». Il suo gusto della provocazione lo manifesta apertamente nel suo desiderio di suscitare la reazione della carmelitana. «Spero di essere riuscito a farti arrabbiare; così ti affretterai a rispondere», scrive al termine di una lettera contrassegnata dalla sua abituale chiarezza e rigore di pensiero. «L' importante è che continuiamo a volerci bene e a dialogare con franchezza, senza plagiarci vicendevolmente e senza prepotenze». Un impegno esigente - «scrivere alle monache è sempre impegnativo. Figurarsi poi a quelle effervescenti e scalpitanti» - ma è una corrispondenza che in tante occasioni arricchisce il cardinale di considerazioni che fa sue. Accetta, ad esempio, «l' invito», quasi una vera correzione (sic!) «a una maggiore misericordia», anche se non la vuole a senso unico come rimprovera a suor Emanuela. Si comprende, sin dai primi anni, la preoccupazione di Biffi e la sua libertà da tutti i condizionamenti, l' irritazione per le banalità ecclesiastiche, per le spiritualità alla moda. «Le mando "Il quinto evangelo", sarà una bella delusione per lei. Non è stato facile decidere di scriverlo. Ho rimandato per due anni, sperando che l' idea venisse a qualcun altro. Si trattava di perdere di colpo la fama di persona aperta, progressista, e rischiare di essere annoverato tra i reazionari: un vero suicidio, coi tempi che corrono. C' era il rischio di venir strumentalizzato e confiscato da certe correnti della cristianità con le quali non ho mai avuto molto da spartire». Infine un tratto che accompagna tutte le lettere, a volte divertenti, garbatissime ma anche pungenti verso suor Emanuela, che, si direbbe, risponda da par suo. Verso se stesso parla con frequenza di una poco credibile pigrizia oppure della malvagità, dichiarando di non essere «un tipo molto "pneumatico"». Riesce a sorridere anche della sua mamma, descrivendo la sua condizione dopo essere caduta in una sclerosi per la quale «senza più costrizioni di concatenazioni logiche, è diventata una libera pensatrice, anche se i suoi discorsi sono sempre più sensati di quelli di molti teologi». Ma l' obbiettivo dell' ironia è la stupidità per la quale prova fastidio «anche quando è ben nascosta dall' erudizione e dal fascino della novità e del sentimento, anche sincero, della drammaticità dell' esistenza. Ma i vescovi devono prendere tutti sul serio e ascoltare tutto con sofferta partecipazione. Tempi duri mi aspettano». La scoperta e la contemplazione dell'«ironia di Dio» attraversa tutto il magistero di Giacomo Biffi; mi verrebbe da dire che egli ne propone sommessamente la ricerca e la comprensione quasi come una «virtù cardinale» da praticare. A me sembra un po' che qui stia anche la chiave di lettura di queste pagine. «Ho chiamato "sazia e disperata" la regione Emilia-Romagna senza prevedere tutta l' eco dell' espressione. Per me era solo un riassunto di quanto ci viene detto impietosamente e incontestabilmente dall' Istituto Centrale di Statistica. Sono contento che adesso un po' tutti se ne siano resi conto». Solo questa era la sua preoccupazione, del tutto privo di aggiustamenti dettati da altre convenienze. Così nel prete, e poi vescovo, e poi cardinale Giacomo Biffi le parole, anche le più personali ed intime, si fanno magistero per tutti. E io, tanto più come suo successore nel munus di pastore della città di san Petronio, sono ben lieto che esse siano ora offerte, pur nella loro veste così privata e finora sconosciuta, a chi ha qualche pungente curiosità per quel mondo invisibile e vero che fu oggetto della fede, della ricerca e del magistero di Giacomo Biffi.