sabato 17 giugno 2017

Il Regno
(Bruna Bocchini) L’originalità ed eccezionalità di don Lorenzo Milani nella Chiesa italiana degli anni Cinquanta e Sessanta è stata rico-nosciuta ampiamente; questa non è dovuta solo alla radicalità della sua scelta evangelica, ma forse in primo luogo al fatto che il suo impegno evangelico di testimonianza è vissuto guardando la Chiesa e il mondo cattolico con un occhio esterno, per così dire, che gli permette di vedere realtà che altri non riescono a percepire perché troppo interni a quel mondo e a quella mentalità.
Significativo il giudizio di Milani su un volumetto di Mazzolari sulla crisi della parrocchia, che pure era un testo im-portante per il dibattito di quegli anni, edito negli stessi anni di Esperienze pastorali; egli sottolinea la profonda diversità di approccio, l’ampiezza della sua ricerca e l’impossibilità di paragonare i due volumi.1 Anche la prefazione di D’Avack a Esperienze pastorali, pur condividendo molte linee del volume di Milani, non sembra cogliere in profondità la radicalità di tanti giudizi, in particolare sulla secolarizzazione e sul clericalismo degli atteggiamenti di ecclesiastici e laici.
Esterno al mondo ecclesiale
In seminario, come ha riconosciuto Piovanelli, rivolgendosi a Milani, – «non sempre, non subito ti abbiamo capito»; «il tuo chiarissimo anticipo, la nostra lentezza al futuro sono stati, forse, il motivo della tua croce nella Chiesa» –.2 Il mo-tivo più profondo dell’incomprensione, anche da parte degli altri seminaristi, era nella estrazione contadina della gran parte degli allievi, che erano entrati in seminario da bambini o adolescenti; la loro educazione era avvenuta nell’ambiente separato e lontano del seminario, che aveva un’impostazione teologica chiusa alle riflessioni provenienti dalla cultura anche teologica europea, con una spiritualità severamente ascetica, incentrata sulle cosiddette virtù pas-sive, senza contatti e sollecitazioni provenienti dal mondo esterno che quei giovani non erano preparati a comprendere.
Lo sguardo esterno di don Milani, così profondamente laico, è dovuto alla sua origine familiare come è stato sottoli-neato in più occasioni, così lontano dalla mentalità ecclesiastica profondamente autoreferenziale. Il volume di Valeria Comparetti Milani sulla famiglia Milani offre molti elementi nuovi di grande interesse.3
Infatti, scrive Valeria Comparetti: «La narrazione su don Milani all’interno della sua stessa famiglia non ha mai incluso la figura del padre Albano. Questo sacerdote è parso quasi orfano di padre fino a ora» (100). Si è fatto molte volte riferimento alla forte influenza materna, Alice Weiss, all’ambiente mitteleuropeo triestino dal quale proveniva; parente di Edoardo Weiss, allievo di Freud e fondatore della Società italiana di psicoanalisi, e di Italo Svevo, fu per suo tramite che Alice studiò inglese con James Joyce che in quegli anni viveva a Trieste.
Un’altra caratteristica, ripetutamente sottolineata, è l’influenza della tradizione del nonno paterno Domenico Comparetti, filologo noto internazionalmente. In realtà, nota giustamente Valeria Comparetti Milani, quel nonno ebbe un’influenza notevole sul padre di Lorenzo, Albano, mentre è poco significativo il suo rapporto con i nipoti Adriano e Lorenzo perché morì quando questi avevano pochi anni. L’attenzione all’importanza della parola, alla filologia, poteva piuttosto derivare dalla frequentazione di Giorgio Pasquali, amico di famiglia e personale di Lorenzo.
Ma l’importanza della parola e l’acquisizione di capacità logiche e linguistiche erano alla base della educazione familiare in casa Milani. Il volume ci offre notizie molto significative. Grande era l’attenzione al possesso di un vocabolario molto ampio, all’acquisizione delle lingue straniere, tedesco, inglese e francese, oltre il latino, alla capacità d’argomentare e d’esprimere con ampiezza di tematiche e sfumature le proprie opinioni.
C’era un libro del bébé dove Alice annotava i progressi intellettuali di Lorenzo; nel marzo 1929 descriveva Lorenzo come «cresciuto molto sviluppato di mente – diventa ragazzo. Nel marzo del 1928 ha imparato col babbo in poche set-timane a scrivere a macchina, ora scrive correttamente e abbastanza rapidamente e sa leggere lo stampatello. Colpisce la chiarezza e la logica della sua parola» (25).
Prima dei due anni cantava in tedesco e contava fino a cinque (cf. 26). Uno dei giochi in famiglia era quello del «di-zionario etimologico: uno dei giocatori sceglieva una parola, gli altri giocatori dovevano trovarne sia il significato che l’etimologia».
Anche sulla base della sua frequentazione della nonna, credo, Valeria Comparetti, sostiene che «Alice sapeva di-mostrare il suo affetto esclusivamente dando un’attenzione intellettuale, ella non aveva carezze, ma le sue domande precise e il suo sguardo penetrante e fermo interrogavano l’altro. Ella sapeva dare attenzione quanto negarla totalmente a coloro che non considerava all’altezza. Lorenzo fin da piccolissimo l’aveva affascinata con la sua capacità dialettica e narrativa, la limpidezza del suo ragionare» (26).
Educazione religiosa e persecuzioni razziali
In questo quadro familiare si comprende meglio il titolo del volume Carezzarsi con le parole e l’importanza anche af-fettiva dell’acquisizione della parola che, anche come parroco a Barbiana, Milani avrà nell’educazione dei suoi ragazzi, in particolare a Barbiana. Si può così comprendere meglio anche la profonda differenza tra Milani e tanti parroci di campagna che da decenni, forse da secoli, avevano assunto una qualche funzione di alfabetizzazione dei figli di contadini.
Ma la prospettiva era profondamente diversa; non si trattava soltanto di dare alcuni strumenti per permettere loro di lavorare anche fuori dai campi, per Milani significava dare la parola ai poveri perché potessero esprimere una propria cultura.
Alice era ebrea, ma si considerò sempre agnostica; molto interessante è la definizione di questo atteggiamento in uno scritto di Albano del 1928. «A mio avviso la civiltà moderna tende sempre più alla seguente posizione di principio rispetto al pensiero religioso: non negare e non affermare (…) Trovo del resto che la classificazione in materialismo, spiritualismo, idealismo e simili non si presta più per definire l’atteggiamento dell’uomo moderno. L’uomo moderno può essere al tempo stesso partecipe di tutti questi atteggiamenti, perché lo stato attuale delle cognizioni scientifiche non permette di preferire o di escludere alcuni di essi. In ciò si potrebbe ravvisare forse un agnosticismo, ma non sarebbe esatto, o almeno questa parola dovrebbe essere intesa in un senso alquanto diverso da quello che è stato consacrato» (44).
I genitori decisero di non dare un’educazione cristiana ai loro figli; ad esempio alla fine di dicembre veniva organiz-zata una piccola festa per i bambini con l’addobbo dell’albero e veniva chiamata «la festa dell’albero», invitando amici come Rosselli, Olschki, Lessona, Vogel, Trigona, senza alcuna distinzione confessionale (cf. 47).
Nei primi anni Trenta i Milani si rendono conto che potevano avvicinarsi dei rischi di persecuzioni per gli ebrei e de-cidono di battezzare i figli. Da sottolineare il rapporto molto buono con il parroco Viviani che aveva la pieve vicino alla tenuta di Gigliola; infatti, questi registra i battesimi come avvenuti al momento della nascita, falsificando i registri par-rocchiali.
Alice non riceve il battesimo. Albano avrebbe ottenuto nel 1940 un attestato di non appartenenza alla razza ebraica per i figli (cf. 49). Il matrimonio di rito cattolico avveniva nel 1938; nel 1939 Alice aveva con un atto notorio donato le sue proprietà al marito e nei primissimi anni Quaranta la famiglia si trasferiva stabilmente a Gigliola dove poteva contare su una certa solidarietà.
Il volume ricostruisce il clima e l’ambiente familiare e dedica un interesse peculiare ad Albano, pubblicando anche una serie di lettere molto significative scritte da Albano ad Alice nel luglio-agosto del 1944, quando la moglie era scesa a Firenze per prudenza al momento del passaggio del fronte. Purtroppo molte lettere sono andate perse, in particolare mancano quelle tra Albano e Lorenzo e quelle con i fratelli Adriano ed Elena.
L’ambiente rurale
L’appendice con un gran numero di foto e documenti permette di comprendere meglio l’ambiente di Gigliola e la fa-miglia. Nella copertina è riprodotto un olio su tela di Lorenzo che riprende la fattoria di Gigliola, che ha la stessa pro-spettiva di un disegno del padre Albano riprodotto in foto nell’appendice. Un particolare significativo emerge da questa ricostruzione dell’ambiente rurale di Gigliola e dei rapporti di Albano con i contadini.
Pipetta era il nome di un operaio agricolo di Gigliola che lavorava anche a ripulire l’ambiente dopo il passaggio della guerra; questo doveva essere un soprannome piuttosto diffuso nelle campagne toscane, si trova a Montespertoli come a San Donato. Infatti è rivolta a un Pipetta la famosa lettera del 1950; in realtà si trattava di Italo Bianchi, attivista del PCI e allievo della scuola serale di Calenzano, al quale però non era stata mai consegnata, perché in realtà l’avrebbe conosciuta solo nel 1970.4
Nel volume c’è anche un saggio di Francesco Fusi che chiarisce con accuratezza il ruolo di Albano come notabile a Montespertoli tra guerra e liberazione, il suo ruolo come «possidente e amministratore» tra le due guerre e il suo rilievo sociale ed economico che faceva sì che avesse un ruolo sia nei confronti del CLN sia dei tedeschi e poi degli alleati.
Una posizione di mediazione e talvolta di «voluta doppiezza», analoga a quella del barone Leone De Renzis Sonnino, nel cui castello di famiglia era installato il comando tedesco nella piazza di Montespertoli, mentre il figlio Lodovico, come Adriano Milani, sono impegnati nella Resistenza in Giustizia e libertà e nella organizzazione di radio Co.Ra (183).
Dopo la Liberazione Albano viene nominato assessore all’istruzione, mentre il suo impegno politico si dirigerà verso il Partito liberale e in particolare sui temi agrari; egli avrebbe accanitamente difeso la mezzadria in un momento nel quale veniva posta fortemente in discussione. Va anche notato che riconosceva i limiti generali dell’organizzazione agraria e mezzadrile, mentre nella sua tenuta i contadini avevano la luce elettrica e l’acqua corrente nelle case.
Corzo afferma che queste posizioni politiche forse sono all’origine di «motivi di dissenso con la mentalità del padre», per cui certe pagine di Esperienze pastorali potrebbero essere lette come più drammatiche (cf. 8). In realtà la contrapposizione è ideale, forse ideologica, ma non affettiva nei confronti del padre, come lo stesso Corzo ribadisce. Il colloquio con il padre è profondo; questi gli invia nel 1946 alcuni scritti su Il Castello e su Il Processo di Kafka, che ancora non era conosciuto in Italia.5 È un peccato che queste lettere siano andate perse.
Un padre che legge di dogmatica
Vorrei dedicare un po’ di attenzione agli scritti di Albano sulla religione. Giustamente nota Valeria Comparetti: «L’attenzione e l’interesse di Albano per lo studio delle religioni e particolarmente di quella cattolica, non solo sotto un profilo storico e antropologico, ma anche della teologia, della dogmatica e della mistica, deve farci riconsiderare la formazione religiosa di don Milani e quindi la sua conversione. La generale rimozione di questa figura paterna ha determinato una narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti e quindi delle origini di don Milani» (63).
Nello scritto sulla religione del 1928 Albano scriveva di aver avuto «una regolare educazione cattolica», anche se la famiglia non era frequentante; descriveva così l’atteggiamento del padre e della madre: «Egli era studioso di religioni antiche e ho avuto a suo tempo l’impressione che il suo sentimento religioso fosse profondo nel senso di toccare alla radice tutte le religioni (…) Però tanto mio padre che mia madre erano profondamente cristiani, perché la loro bontà era cristiana» (60).
Dopo aver ricordato la formazione scientifica, prevalente nella sua famiglia, e il dubbio come parte centrale del suo pensiero sulla idea religiosa e sulla divinità, affermava della preghiera: «Così dunque ricordo come si è formato un at-teggiamento di fronte all’idea religiosa che poi nella sostanza ho mantenuto fino a ora. Ricordo anche che ho subito scartato ogni pensiero di colpa per il mio dubbio (…) Si noti che questo atteggiamento non esclude un certo raccogli-mento, un certo fervore, e un certo sollievo nella preghiera. L’uomo si sente umile davanti alla grandezza dell’universo e tanto più di fronte al concetto della divinità che domina questo universo. Umile e fiducioso che se la divinità misteriosamente è sensibile alla preghiera, da lei può venire il massimo soccorso» (61).
Ancora più approfondito è l’interesse verso il cristianesimo nello scritto del 1941. Diverso è il tipo d’approccio, mentre nel 1928 la sua era una prospettiva culturale in senso lato, nel 1941 i suoi studi sono legati a una necessità d’approfondimento religioso; Albano osserva che sono passati dieci anni dal precedente saggio, ma «così pieni di eventi e di trasformazioni nel mondo intero da contare nella vita di un uomo quanto un periodo assai più lungo». In un passato non lontano, egli osserva, «poteva quindi sembrare a molti che l’umanità fosse entrata nell’ascensione del progresso, in una zona più elevata che le garantisse ormai di vivere più pacatamente nel segno di un materialismo o razionalismo a lei sufficiente anche dal punto di vista morale (…) Oggi che vediamo cessata la fase euforica, possiamo meglio comprendere il profondo significato di umana superbia, come è considerato dalla Chiesa, peccato iniziale e basilare che necessariamente conduce alla perdizione».6
Da questi interrogativi esistenziali Albano cercava un approfondimento relativo «all’arcano infinito dei concetti di creazione, morte, sopravvivenza, e del bene e del male. Mi sono accorto che troppo imperfettamente sapevo che cosa la Chiesa prescriva di credere e per la prima volta ho sentito la curiosità di approfondirlo. Mi sono pertanto procurato qualche libro di teologia dogmatica, dapprima Die Lehre der Kirche del Junglas, poi il compendio latino del Tanquerai (sic) per la dogmatica e per la morale e diversi altri libri e testi. Questa lettura mi ha interessato moltissimo se anche non posso dire che mi abbia portato molta luce interiore o che abbia sostanzialmente modificato il mio habitus mentis nei riguardi del problema religioso».7
Sono indicazioni importanti; va sottolineato che i testi richiamati, che sono solo alcuni tra quelli presi in esame, sono dei classici che erano anche in uso in molti seminari. Balducci in quegli anni, secondo alcune testimonianze di compagni di studi, studiava sui testi di Tanquerey, anche se gli studenti non possedevano ciascuno un volume, e lo studio si svolgeva di fatto sugli appunti.
Egli poi sceglieva di approfondire i suoi studi sul Compendio di teologia ascetica e mistica di Tanqueray che richiama con annotazioni più volte nei suoi Diari.8 In realtà Albano Milani non sembra leggere questo Compendio, molto diffuso in Italia almeno fino al Concilio, ma scrive di «compendio latino», forse l’edizione brevior9 del corso completo di teologia dogmatica e morale pubblicato da Desclée e dagli editori pontifici che veniva propagandato con evidenza su La Civiltà cattolica del 1907;10 un testo importante e molto autorevole, anche dal punto di vista della sicura ortodossia.
Il magistero e l’interpretazione del credente
Johannes Peter Junglas era un patrologo noto, i suoi lavori su Leonzio di Bisanzio vengono ancora richiamati come autorevoli,11 il volume citato da Albano Milani aveva avuto grande diffusione e diverse edizioni, anche La Civiltà cattolica lo recensiva con elogio nel 1938,12 sottolineando che, non essendo in latino, non era destinato ai seminari ma ai laici colti, anche per l’«odierna lotta suscitata dal paganesimo rinato», non esiste una traduzione italiana; come è noto Albano leggeva i testi in lingua originale.
Nel saggio Albano proseguiva con notazioni di grande acutezza: «Questa lettura mi ha interessato moltissimo (…) e mi è piaciuta moltissimo la trattazione dei problemi fondamentali e dei dubbi d’interpretazione che sono stati dibattuti dai padri della Chiesa e poi dai concili e non mi stancherei di leggere gli scritti più eminenti su questo argomento, specialmente quelli dei primi secoli, quando molte interpretazioni non erano ancora condannate e la discussione era libera, spontanea e feconda.
Perché la prima impressione che mi ha fatto la lettura della dogmatica è stata di sorpresa che su tanti e fondamentali problemi il magistero e i concili siano venuti restringendo il campo in cui possa spaziare l’interpretazione del credente. Mi è parso strano che possa essere condannato oggi quel che era permesso a un Tertulliano prima di essere egli stesso condannato, o a un S. Agostino che non è mai stato condannato».13
È un’osservazione di rilievo, perché leggendo storicamente le fonti della patristica e della dogmatica cristiana evi-denzia un problema fondamentale presente nella tradizione cristiana: come con il processo di definizione dell’ortodossia si sia progressivamente tolto spazio all’interpretazione e anche alla libera riflessione dei credenti.
Ma se questa poteva essere una osservazione che scaturiva naturalmente come constatazione storica, le note ag-giuntive evidenziano come Albano Milani non si accontentasse di rilevare queste come contraddizioni, ma si preoccu-passe di giustificare in qualche modo questa evoluzione storica, dandone una qualche giustificazione logica e salvifica per così dire, come avrebbe potuto fare uno storico che fosse anche un fine apologeta.
Notava infatti che la formula di condanna dei concili «si quis dixerit» non era «“si quis putaverit o cogitaverit”, biso-gna che abbia manifestato e trasmesso la sua adesione alla interpretazione condannata per divenire egli stesso passi-bile di esclusione».
Quella formula allora a lui sembrava usata dalla Chiesa per «salvare i suoi padri» anche perché «il loro errore era inconsapevole».14 Ma anche riconosceva che «gran parte dei capisaldi del dogma è contenuta nei Vangeli in forma così succinta e che si presta a così varia interpretazione che ben si comprende che migliaia e migliaia di menti religiose e credenti che hanno cercato di definire il dogma di ciascuna enunciazione rivelata siano arrivati a conclusioni assai diverse».15
Buoni motivi per credere
Si trova anche un’ampia digressione su come si «possano conciliare le esigenze della ragione e quelle della fede», proponendo brani di Seneca, sull’immortalità, su Iddio come «mente dell’universo»,16 sul miracolo come evento possi-bile.17 Sulla conoscenza tramite l’Antico e il Nuovo Testamento, Albano ribadiva che l’ispirazione divina era da intendersi «non dunque nel senso che ogni singola parola sia dettata da Dio», anche se osservava che «nelle dimostrazioni dogmatiche ci si basa su ogni singola parola, quando si procede a scegliere fra varie possibili interpretazioni». Comunque concludeva che «la ragione suggerisce una presa di posizione non preconcetta, nel senso di non respingere l’ipotesi che i testi sacri contengano effettivamente la rivelazione e sostanzialmente almeno manifestino all’uomo la volontà divina».18
Ancora più esplicita è la sua ammirazione per la figura di Gesù: «La parte essenziale della rivelazione è quella con-tenuta nei Vangeli che all’agnostico presentano Gesù come uomo di intelligenza tanto eccelsa e di vita così grandiosa da offrire per così dire alla ragione stessa l’invito ad ammettere la possibilità di un’essenza divina (…) Non vi è possibi-lità di dimostrare razionalmente che il referto apostolico non sia veridico e nel complesso vi è tale concordanza, tale spi-rito di sincerità e disinteresse, semplicità e spontaneità da dare l’impressione di verità e attendibilità a chiunque lo legga con animo non preconcetto. Sta dunque a ciascuno di accogliere o non accogliere con fede la sostanza e i particolari, o solo la sostanza della rivelazione evangelica, ma per colui che è alla ricerca di motivi di fede non è difficile di accogliere come veridico il referto apostolico».19
Ho cercato di esporre in modo analitico alcuni brani del pensiero di Albano perché, se come molte fonti e lo stesso volume di Valeria Comparetti dimostrano, c’era un profondo scambio di temi e argomenti nella famiglia Milani; queste osservazioni, scritte negli anni della guerra non potevano essere sconosciute al giovane Lorenzo; mi sembra anzi che si possa affermare che ci sono assonanze significative.
Un altro elemento significativo della vicinanza e anche della comprensione per la scelta religiosa di Lorenzo è la poesia che il padre Albano scrive per «suo figlio che riceve l’abito sacerdotale», è del 10 gennaio 1944 (cf. 95s).
Il volume ci presenta un altro testo del padre di Lorenzo sul tema della religione: è del 1946 ed è sul «culto della Madonna in senso cattolico». C’è una testimonianza di uno scambio di opinioni tra Lorenzo e il padre su uno scritto di quest’ultimo relativo alla «vicinanza della donna all’ordine della creazione». Quel testo è andato disperso, ma un altro dello stesso periodo parla dell’«immensa portata umana, così conforme allo spontaneo sentimento dell’uomo verso la madre», di questa «devozione così diffusa, così veramente popolare, così universale anziché locale» (97-99).
Ma forse uno degli elementi di maggior interesse di queste osservazioni è dato dal fatto che traggono ispirazione da un autore di grande rilevanza, John Henry Newman; il riferimento sembra alla Apologia pro vita sua del 1864; un autore e un testo che non erano ancora molto noti in Italia. Nelle lettere di Albano alla moglie, tutte di grande interesse, alcune note devono essere sottolineate; il marito scrive alla moglie tutti i giorni, dà molte notizie, ma non ci sono quelle affettuosità che pure ci si poteva aspettare.
Particolarmente interessante è la lettera del 23 luglio 1944, nella quale afferma d’essere andato a messa alla Pieve; ciò non sembra comportare un’adesione confessionale, forse piuttosto l’espressione di una vicinanza con gli abitanti della zona in un periodo difficile: «Sento il dovere di stare qui con i nostri dipendenti che guardano a me come al loro capo e al loro protettore nella grande burrasca» (116-18).
Anche il saluto finale è molto significativo: «Tanti baci, cara coccola mia». È l’unica volta che si trovano espressioni così affettuose mentre prevale un autocontrollo che sembra negare le affettuosità, come suggerisce anche il titolo del libro, Carezzarsi con le parole.
Nelle lettere c’è anche un riferimento alla presenza di Lorenzo: «Mi è carissima e dolce compagnia e sta molto at-tento a me e a tutti». Un’ulteriore conferma di un forte rapporto tra padre e figlio che era stato oscurato dalla carenza di documentazione; ora l’immagine complessiva di Lorenzo oltreché della sua famiglia ne esce profondamente arricchita.
***
1 «Lettera ad Arturo Carlo Jemolo», Barbiana 7.9.1958, ora nella importante edizione critica, Don Lorenzo Milani. Tutte le opere, diretta da Alberto Melloni, a cura di Federico Ruozzi e di Anna Canfora, Valentina Oldano, Sergio Tanzarella, «I meridiani», Mondadori, Milano 2017, tomo II, Lettere (1928-1967), a cura di Anna Carfora e Sergio Tanzarella, 539.
2 Prefazione, di mons. Silvano Piovanelli, in M. SORICE (a cura di), A trent’anni da Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani, Giunta regionale Toscana, Franco Angeli, Milano 1990, 10.
3 V. MILANI COMPARETTI, Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole. testimonianze inedite dagli archivi di famiglia. Prefazione di José Luis Corzo, Saggio storico di Francesco Fusi, Edizioni conoscenza, Roma 2017.
4 «Lettera a Pipetta», San Donato a Calenzano 1950, in Don Lorenzo Milani, tomo II, 147-149. Nel volume Milani Comparetti riferisce che la nonna, Alice Weiss sosteneva che «Pipetta era di Gigliola e non di Calenzano», 79.
5 «Lettera al padre», 18.8.1946, da Trepalle, in ivi, 74s. Nell’archivio Comparetti, come annota Valeria, c’è una bozza di lettera, non datata, di Albano a Max Brod, curatore testamentario di Kafka, nella quale offriva la sua traduzione e chiedeva l’autorizzazione alla pubblicazione in Italia (p. 63 nota 19)
6 Ringrazio Valeria Milani Comparetti per avermi permesso di leggere i due files, del 1928 e del 1941, conservati nell’archivio di famiglia e in parte riprodotti anche nel volume. Questo testo è datato 26/II 1941. Queste osservazioni sono alle pp. 1 e 2.
7 Ivi, 3.
8 A. TANQUERAY, Compendio di teologia di ascetica e mistica, Desclée, Paris 1927; Balducci lo segna tra i volumi letti autonomamente, come approfondimento, nel febbraio 1944, cf. E. BALDUCCI, Diari, tomo II, 1940-1945, a cura di M. Paiano, L. Olschki, Firenze 2004, 283-284 e note, anche a 354 e nota. Nel primo volume dei Diari 1940-1945, sempre a cura di Paiano, edito nel 2002, a p. 253 si accenna, sul tema della dogmatica, in modo impreciso a «Tanquerey II», forse quindi riferendosi ai due volumi, in più tomi, del corso completo di teologia dogmatica e morale cf. note 9 e 10. Sulla testimonianza dei compagni di studi di Balducci cf. B. BOCCHINI CAMAIANI, Ernesto Balducci. La Chiesa e la modernità, Laterza, Roma – Bari 2002, 6.
9 A. TANQUEREY, Brevior synopsis theologiae dogmaticae, edita dalla Desclée nel 1911 e al quale seguiva Brevior synopsis theologiae moralis et pastoralis del 1913. Una conferma della grande diffusione di queste opere è nel catalogo del Fondo Ireneo Chelucci (1882-1970) dapprima rettore del seminario di Pistoia, dal 1920 al 1938, poi vescovo di Montalcino dal 1938 al 1967, pubblicato in F. COSCI, S. GATTO (a cura di), Chiesa e cultura nel Novecento. Un sacerdote, un vescovo, una biblioteca. Ireneo Chelucci tra Pistoia e Montalcino (1882-1970), Herder, Roma 2002. Nel catalogo figurano, alle pp. 243-245, ben tredici copie di volumi di Tanquerey, due copie della versione brevior, dogmatica e morale, dieci copie della Synopsis, cinque per la parte dogmatica e cinque per la morale, tra queste la copia edita nel 1906-7 mentre le altre sono edite tutte negli anni Venti; poi un testo in italiano su Le grandi verità cristiane che generano nell’anima la pietà, Desclée, Roma 1930.
10 La Civiltà cattolica, 58(1907), III, n.1374, 21 settembre. Il titolo che vi figurava era Synopsis theologiae dogmaticae, in tre volumi edito in realtà per la prima volta nel 1894-96, e la Synopsis theologiae moralis et pastoralis, in tre volumi edito nel 1902 da Desclée, l’edizione del 1906-7 era in collaborazione con gli editori pontifici.
11 LEONZIO DI BISANZIO, Le opere. Introduzione, traduzione e note a cura di Carlo Dell’Osso, Città Nuova, Roma 2001. J.-C. LARCHET, «La questione cristologica riguardo al progetto d’unione della Chiesa ortodossa e delle Chiese non calcedonesi: problemi teologici ed ecclesiologici in sospeso», traduzione del saggio dell’autore pubblicato in Le Messager orthodoxe, 43(2000), II, 134, 3-103.
12 La Civiltà cattolica, 89(1938), I, n. 2106, 19 marzo, 551.
13 File del testo di Albano Milani sulla religione del 1941, cf. nota 6, 2s.
14 Ivi, 3.
15 Ivi, 4.
16 Ivi, 5.
17 Ivi, 14s.
18 Ivi, 18.
19 Ivi, 20.