martedì 13 giugno 2017

«Anni di guerra e di terrorismo» hanno «sfigurato il volto» del popolo iracheno, provocando «terribili scene di devastazione» e lasciando completamente abbandonati «paesaggi e tesori della cultura cristiana e non cristiana». È la denuncia del cardinale Leonardo Sandri, che venerdì 9 giugno, nel convento dei padri domenicani di Santa Maria sopra Minerva, è intervenuto all’inaugurazione della mostra «Grandes heures des manuscripts irakiens».Alla presenza, tra gli altri, del priore Riccardo Lufrani, di monsignor Jean-Louis Bruguès, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, e dell’ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, Philippe Zeller, il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali — che aveva già visitato la mostra a Parigi nel maggio 2015, presso Les Archives Nationales — ha voluto manifestare i sentimenti di «sofferenza» e «nostalgia» per le gravi ferite inferte in questi anni alla comunità civile e al patrimonio culturale dell’Iraq. Ma ha anche espresso «la speranza che siano possibili un nuovo inizio, un ritorno a casa, una nuova alba di luce irradiata dal Vangelo e dalla bellezza che è stata capace di diffondersi nelle opere di carità, ma anche nella cultura, nella letteratura e nell’arte».
Affidando il buon esito dell’esposizione all’intercessione di sant’Efrem il Siro, celebrato dalla liturgia del giorno, il porporato ha rivolto un pensiero particolare ai «figli» e alle «figlie» del martoriato paese mediorientale, i quali «continuano a vivere e a testimoniare la fede nel Cristo risorto», così come «a quanti, nel passato e ancora oggi, sono stati accolti nei paesi della diaspora: ognuno — ha commentato — può contemplare nei manoscritti esposti il tesoro conservato e trasmesso di generazione in generazione». Si tratta di «documenti della fede che hanno reso possibili le celebrazioni liturgiche, lo studio della Bibbia e l’approfondimento di altri materiali ai nostri fratelli e sorelle che hanno vissuto prima».
Il cardinale ha anche ricordato che «questi manoscritti sono stati realizzati e custoditi là dove la comunità cristiana è stata una minoranza nel paese, ma le è stata concessa la possibilità di contribuire alla costruzione del bene comune, attraverso lo sviluppo di tutte le espressioni della sua cultura: l’arte, la musica, la letteratura, la scienza». Dunque, «il ricordo di un passato di libertà e di testimonianza trasforma il desiderio di stabilità che abita il presente in una supplica addolorata affinché il Signore tocchi i cuori violenti e conceda la pace tanto desiderata».
Il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali ha quindi ringraziato i domenicani per aver salvato dalla distruzione molti dei manoscritti esposti. E ha concluso ricordando la ricorrenza centenaria della fondazione del dicastero: «Nel corso di questi cento anni — ha detto — abbiamo visto, purtroppo, tanti episodi di sofferenze e persecuzioni, ma anche tante pagine luminose di carità, di testimonianza del Vangelo, di collaborazione ecumenica e interreligiosa».
L'Osservatore Romano, 12-13 giugno 2017.