giovedì 8 giugno 2017

Grecia
Il patriarca Bartolomeo sprona l’Europa a fare di più. Alleanza per i rifugiati
L'Osservatore Romano
«Questa crisi è un’opportunità per costruire ponti, per praticare la solidarietà, instaurare fiducia, incoraggiare la cooperazione. Abbiamo bisogno di una visione e mobilitazione comune, di iniziative e azioni comuni. Abbiamo bisogno di uomini e donne di pace». Ha spronato le istituzioni a fare di più, soprattutto sul fronte dei rifugiati, il patriarca ecumenico Bartolomeo, che, intervenuto ieri ad Atene al Concordia Europe Summit dedicato al tema «La migrazione sfida l’identità europea», ha ricordato l’importanza del ruolo delle Chiese, offrendo rinnovata collaborazione. «Governi, ong, religioni, movimenti umanitari, tutti devono lavorare insieme, ognuno con la propria specifica responsabilità, per la protezione delle persone vulnerabili, per promuovere la speranza».
La crisi migratoria non è un problema solo dell’Europa, ma dell’intera umanità: «Le questioni sociali toccano i corpi e le anime degli esseri umani, la loro libertà e dignità, la sacralità della persona. In tal senso la lotta contro la violenza è indivisibile dai nostri sforzi per la tutela dei rifugiati e dal nostro impegno contro il razzismo, l’oppressione, lo sfruttamento e l’esclusione». L’arcivescovo di Costantinopoli ha esortato a trasformare la “minaccia dell’altro” nell’opportunità di promuovere una cultura della solidarietà e dell’inclusione: «Gli stati e i governi dovrebbero vedere le religioni come un alleato, poiché svolgono un ruolo fondamentale nella vita dell’individuo e rappresentano una grande forza sociale». Esse «possono fortemente contribuire alla soluzione della crisi legata alle migrazioni, promuovendo la convivenza pacifica, potenziando lo spirito di solidarietà contro la divisione e la polarizzazione, sostenendo tutte le iniziative in campo politico al servizio della dignità umana, della libertà e della giustizia». Ma anche le fedi devono fare di più: «È nostro dovere promuovere il dialogo interreligioso. La comunicazione e l’apertura liberano le religioni dall’introversione, e la fiducia reciproca è una forza che favorisce la pace universale». Bando dunque agli antagonismi — ha sottolineato Bartolomeo — che fiaccano la capacità delle religioni di contribuire alla cultura della solidarietà, «condizione senza la quale non si può risolvere il problema della migrazione. Solo se le fedi fungono da forze di giustizia possono essere un prezioso alleato per istituzioni secolari e movimenti umanitari nel compito sacro di proteggere la dignità umana».

L’emergenza causata dall’ondata migratoria sfida l’identità europea nel profondo. Ma, osserva il patriarca, «è inaccettabile che alcuni, i quali lodano i diritti umani e vogliono apparire come difensori di un’Europa cristiana, al tempo stesso usano parole dure contro migranti e rifugiati e chiedono di chiudere le frontiere. Come è altrettanto difficile pensare di affrontare questa crisi sulla base di un’Europa tecnologica, burocratica ed economica. Le persone non sono semplici oggetti e numeri. È un’illusione supporre che le nostre società moderne possano rimanere aperte, democratiche, pacifiche, umane, solo attraverso il progresso economico e le misure di sicurezza», senza cioè utilizzare anche gli strumenti dell’accoglienza, dell’inclusione, della giustizia sociale. In sintesi, «non possiamo separare la nostra preoccupazione per la dignità e i diritti umani dalla cura per la pace e la sostenibilità. Esse sono strettamente legate. Se valutiamo ogni individuo fatto a immagine di Dio e ogni particella della creazione di Dio, allora dobbiamo anche preoccuparci dell’altro, del nostro mondo», problema ecologico compreso perché «sempre collegato alla questione sociale della povertà».
L’ospitalità dello straniero è al centro della vita e della missione pastorale della Chiesa: «Nella parabola del buon samaritano — dice Bartolomeo — testimoniamo l’amore e la compassione incondizionati. Vediamo come dobbiamo diventare un “vicino” per tutti coloro che hanno bisogno del nostro sostegno, indipendentemente dalla loro affiliazione sociale, religiosa, culturale o politica. Dovrebbe quindi essere impossibile chiudere le nostre orecchie al grido dei profughi, delle persone vulnerabili, sfruttate», conclude il patriarca ecumenico, ricordando l’incontro nell’isola greca di Lesbo, il 16 aprile 2016, con Papa Francesco e l’arcivescovo Ieronymos, e la firma della dichiarazione congiunta nel campo profughi di Moria.
L'Osservatore Romano, 8-9 giugno 2017