sabato 10 giugno 2017

Francia
Un argomento ignorato dalle scuole di giornalismo. Religioso silenzio
L'Osservatore Romano
(Gauthier Vaillant) Pubblichiamo un articolo uscito su «la Croix» del 7 giugno.
Errore nei termini, cliché storico, ignoranza delle istituzioni... Quale credente non si è mai irritato nel leggere o sentire, nei media, imprecisioni riguardanti la sua religione? Mentre le religioni occupano sempre più le prime pagine dell’attualità, si pone in maniera acuta la questione della mancanza di cultura religiosa tra i giornalisti e del suo corollario, la loro formazione in questo ambito nelle scuole di giornalismo, specialmente nelle quattordici riconosciute dall’ordine francese.
In questi corsi, gli studenti vengono formati nelle diverse tecniche del giornalismo — carta stampata e web, radio, televisione — e, sul piano teorico, nei diversi ambiti della cultura generale: economia, geopolitica, istituzioni europee e storia dei media, per esempio, senza dimenticare il corso di police-justice sul funzionamento del sistema giudiziario francese, o anche le lezioni dedicate al giornalismo sportivo o culturale. Sulle religioni, di contro, niente o molto poco.
Nella maggior parte di queste scuole, di fatto i programmi non comprendono alcun corso dedicato alla questione religiosa. I responsabili pedagogici si giustificano dicendo che gli studenti trattano i temi religiosi, come qualsiasi altra informazione, nell’ambito dei loro esercizi pratici. Ritengono che la religione, tema trasversale per eccellenza, venga necessariamente affrontato in corsi dei quali non è il principale oggetto. «Abbiamo per esempio un corso di geopolitica del Medio oriente, nel quale la questione dell’islam viene per forza affrontata», spiega Stéphane Cabrolié, corresponsabile del master di giornalismo dell’Ejcam, la scuola di Marsiglia. Per lui la questione religiosa «riguarda il trattamento dell’informazione come qualsiasi altro argomento, preoccupandosi sempre del rispetto della deontologia».
Stessi toni usati all’Institut pratique du journalisme (Jpj), la scuola parigina integrata con l’università Paris-Dauphine. «Non abbiamo corsi specifici sull’argomento», ammette senza giri di parole Pascale Cherrier, responsabile della formazione integrata dal lavoro. «In compenso, da qualche anno nella prova di cultura generale del concorso per l’ammissione ci sono domande sulle religioni, cosa che prima non esisteva». Questo spazio, quantomeno marginale, senz’altro spiega l’imperizia dei giovani giornalisti quando si trovano di fronte ad argomenti religiosi.
Due eccezioni meritano però di essere segnalate: la Scuola superiore di giornalismo di Lille (Esj), dove, nel quadro della loro formazione, gli studenti vengono portati a visitare diversi luoghi di culto e a incontrare alcuni responsabili religiosi, e la Scuola di giornalismo di Tolosa (Ejt), il cui programma comprende sin dal primo anno un corso intitolato «Conoscenza delle religioni». Gli apprendisti giornalisti lavorano sull’islam, il cristianesimo e l’ebraismo, ma anche sui copti. Moduli sul buddismo e sulle derive settarie sono in fase di elaborazione. «I nostri studenti sono molto aperti su questo argomento, e addirittura lo richiedono, poiché quando arrivano non sanno niente a riguardo», afferma Bertrand Thomas, direttore della scuola. «Riteniamo essenziale che abbiano dei punti di riferimento, anche se non prevedono affatto di trattare questo tipo di argomento più avanti», ribadisce.
È perché queste proposte non rimangano delle eccezioni che quest’anno l’Association des journalistes d’information sur les religions (Ajir) ha istituito il premio religioni/giovani giornalisti. Membro della giuria, Henri Tincq, che è stato esperto di questioni religiose per «la Croix» e «Le Monde», nonché per il sito Slate, se ne rallegra, ma non nasconde la sua preoccupazione. «Quello che avviene nelle scuole di giornalismo è il riflesso dell’evoluzione della società francese: viviamo il dominio dell’analfabetismo religioso più totale», si infervora. «Oggi l’informazione religiosa nei grandi media è ridotta alle sue manifestazioni più spettacolari o più violente. Ma è proprio perché ci sono delle derive del religioso, una crescita degli integralismi, che soprattutto non bisogna evitare l’argomento».
L'Osservatore Romano, 9-10 giugno 2017