sabato 3 giugno 2017

Francia
Nelle lettere del mistico seicentesco Jean-Joseph Surin. L’opera dello Spirito santo
L'Osservatore Romano
(Ezio Bolis) Il mistico gesuita Jean-Joseph Surin (1600-1665), vissuto in Francia nella prima metà del Grand siècle, è affascinato dallo Spirito santo e dalla sua opera di santificazione. Ne tratta spesso nelle lettere di direzione spirituale, soprattutto in prossimità della Pentecoste, festa liturgica che nei suoi scritti trova perfino più spazio della risurrezione: «Questo è un tempo non soltanto di gioia, per la memoria della risurrezione di nostro Signore, ma anche di un calore santo e divino, per l’attesa della venuta dello Spirito santo; e la Chiesa ci tiene tutti nell’attesa di questo fuoco celeste che non viene per distruggere ma per vivificare le anime, elevandole dalla terra al cielo con il suo fervore e la sua azione», scrive il 4 maggio 1662 alla signora de Pontac.
Tanta attenzione allo Spirito santo non è scontata in un autore del Seicento, periodo in cui la teologia occidentale raramente metteva a tema l’azione tipica del Paraclito; a differenza dell’oriente cristiano che evidenziava il ruolo di ciascuna persona divina nella storia della salvezza, in occidente i teologi preferivano infatti sottolineare l’unità di Dio, anche a seguito delle polemiche contro l’arianesimo, che aveva negato l’uguaglianza tra il Padre e il Figlio.
Sul finire della vita, in una lettera del 21 gennaio 1665 a madre Jeanne des Anges, che sta morendo, Surin scrive una densa esortazione, quasi un viatico per affrontare l’ultimo viaggio. E conclude così: «Stabilite la vostra dimora in mezzo alle tre persone della santa Trinità. La bontà del Padre, la dolcezza del Figlio, la consolazione dello Spirito santo possano inondare il vostro cuore. Colma di queste grazie, armata di questo appoggio, andate incontro allo sposo». Questo approccio mistico non solo riesce a presentare in modo efficace il mistero dello Spirito santo: comporta anche un guadagno teologico, stimolando la considerazione di un tema che la teologia sistematica per lungo tempo ha trascurato, come osservava giustamente Yves Congar.
Per esprimere l’opera dello Spirito santo, Surin ricorre al linguaggio simbolico, già utilizzato dalla sacra Scrittura, dai padri e dalla liturgia, come attestano le antiche sequenze Veni creator e Veni sancte spiritus. Meglio dei concetti, le immagini suggeriscono l’identità dello Spirito santo attraverso i suoi effetti. Sembra quasi che la realtà spirituale per eccellenza, lo Spirito santo, si possa dire soltanto a partire dalla materia: «Nostro Signore nel Vangelo e gli apostoli nelle loro lettere ci rappresentano [i suoi doni] con i nomi di acqua viva, fonte che zampilla fino alla vita eterna, fuoco, unzione, tesoro e altri simili nomi che sottolineano i meravigliosi effetti dello Spirito santo» (lettera alla signora de Pontac). Dunque nessuna contrapposizione tra Spirito e materia.
Nella tradizione ebraico-cristiana, lo Spirito si esprime nella materia, non contro la materia né al di là di essa. Tale era anche l’intuizione di Teilhard de Chardin. Certo, la materia è chiamata a spiritualizzarsi, secondo la prospettiva dell’apostolo Paolo (cfr. Romani, 8). Questa logica è profondamente coerente con l’incarnazione: la carne di Gesù è plasmata dallo Spirito e diventa portatrice di Spirito. Pertanto, la vita spirituale non va pensata come qualcosa che non abbia nulla a che fare con la realtà materiale, i sensi, il mondo, la storia. Al contrario, non ne può fare a meno.
Fedele a quanto dice sant’Ignazio negli Esercizi spirituali, Surin afferma che l’azione dello Spirito santo si può «percepire, sentire e gustare» e scrive: «Quest’acqua celeste viene nell’anima come un torrente che le apporta le delizie di Dio. Essa si spande in tutte le sue facoltà, le inonda e le riempie. Il gusto della grandezza e della dolcezza di Dio la penetra così intimamente che su quell’anima le creature non esercitano più nessuna attrattiva». E ancora: «La mia anima è divorata da questo sentimento di gioia che si diffonde in essa e il mio spirito è così penetrato dalla dolcezza e dalla forza che Dio gli fa sentire, da restarne in qualche modo ridotto all’estremo», come confida a madre Jeanne des Anges il 1° giugno 1664.
Chi si rende docile allo Spirito santo ottiene in dono una visione lucida della realtà, capace di distinguere la vita spirituale dalla mentalità mondana tipica, per esempio, di certi ambienti di palazzo, fatui e leggeri: «Senza l’effusione di questo divino Spirito nei nostri cuori, siamo sempre striscianti, sensuali, incapaci della vita soprannaturale. Quanti contrasti trova, questa vita soprannaturale, nella vita di corte! Quanto è contrario lo spirito di corte allo Spirito santo! L’uno ispira una condotta pura, retta, semplice, del tutto santa. L’altro, quand’anche non sia criminale, di solito procede con una certa sfrontatezza e avvolge inavvertitamente i cuori in certi modi di fare che sono contrari alla purezza, alla rettitudine e alla semplicità dello spirito di Dio. Una delle più pericolose illusioni dello spirito della corte è questa: esso esagera e sminuisce, ingrandisce e rimpicciolisce falsamente le cose, facendo passare per un nulla ciò che invece conta molto, e ritenendo molto ciò che invece è nulla», scrive ad Antoine de Solignac, marchese di Fénelon, il 17 maggio 1662.
Surin affronta con equilibrio anche il discernimento delle grazie carismatiche, tema assai delicato. Se l’attaccamento ossessivo a tali fenomeni va condannato, occorre però accogliere queste speciali manifestazioni come doni che lo Spirito concede per il bene della Chiesa e del mondo intero, purché siano compatibili con la «dottrina dei santi» e la tradizione della Chiesa: «Ritengo che l’attaccamento ai fenomeni straordinari sia una cosa molto contraria allo Spirito di Dio; ma quando nostro Signore li provoca, gli uomini ne devono trarre profitto in tutta umiltà: soffocarli significa ricadere nell’inconveniente che san Paolo biasima: “Non spegnete lo Spirito” (1 Tessalonicesi, 5, 10). Credo che non sia saggio soffocare e annientare [tali grazie], affermando che bastano solo le cose comuni. Dio ha cura dei suoi figli non soltanto nello stretto necessario ma anche nell’abbondanza», scrive a madre Anne Buignon nel febbraio 1661. Questa impostazione sarà fatta propria da teologi contemporanei come Karl Rahner: le grazie mistiche sono un segno della larghezza e generosità di Dio, il quale, al dire di Surin, «come un fiume che rompe gli argini», dona molto più dello stretto necessario.
Concludendo la lettera a madre Buignon, il mistico francese offre un altro spunto teologico notevole: «Nonostante il Vangelo non parli in modo così diffuso di queste sublimi operazioni della grazia nei fenomeni straordinari, tuttavia nostro Signore ha affidato questo come compito proprio dello Spirito santo, il quale “quando sarà disceso, vi dirà e vi insegnerà tutta la verità” (Giovanni, 14, 26), come dice Gesù». Le grazie carismatiche non aggiungono nulla alla rivelazione che si è compiuta con la Pasqua di Gesù Cristo; in questo senso, non sono necessarie. D’altra parte, poiché sono suscitate dallo Spirito santo, sono segni dei tempi, preziosi per cogliere l’attualità della rivelazione.

L'Osservatore Romano, 2-3 giugno 2017