sabato 3 giugno 2017

L'Osservatore Romano - donne chiesa mondo
L’autrice. Nata 55 anni fa in Francia, Elisabeth Parmentier per diciannove anni è stata docente presso la Facoltà di teologia protestante dell’università di Strasburgo. Dal 2015 insegna presso la stessa facoltà dell’università di Ginevra. Dal 1988 è pastore della Chiesa luterana di Alsazia. Dal 2001 al 2006 è stata presidente della comunione delle Chiese protestanti in Europa.
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(Elisabeth Parmentier) Marta, Maria e Lazzaro di Betania: sembra che questo fratello e queste sorelle fossero noti ai primi cristiani, visto che il vangelo di Giovanni afferma: «Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro» (11, 5). I tre appaiono in Giovanni (11, 1-46), al momento della resurrezione di Lazzaro; le due sorelle ricevono la visita di Gesù in Luca (10, 38-42); Maria da sola unge i piedi di Gesù in Giovanni (12, I-8), un’unzione attribuita in Matteo e Marco a una donna senza nome, non a Betania ma nella casa di «Simone il lebbroso». Questo articolo si concentra su Marta, poco amata da molte donne, in quanto era stata indicata loro come modello di brava casalinga! Perché è così, visto che alla morte di Lazzaro, secondo Giovanni (11, 1-45) è lei la vera interlocutrice di Gesù, quella che gli ricorda la sua responsabilità di amico e di salvatore e lo riconosce come Cristo, figlio di Dio (11, 27), prima di chiamare Maria? Come mai la tradizione successiva l’ha confinata a servire i pasti in Luca (10, 38-42) sottovalutando spesso il suo contributo?
Con la mia collega Pierrette Daviau, del Québec, ho esaminato alcuni commenti per appurare come questo testo sia stato accolto nel corso dei secoli del cristianesimo. Che cosa avviene tra Gesù e le due sorelle secondo questo brano evangelico (Luca 10, 38-42)?
«Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”».
Luca è l’unico evangelista a raccontare questa visita di Gesù a casa delle sorelle che sembra conoscere bene. La sua risposta può essere percepita come sconveniente, perché mette Marta da parte invece di incoraggiarla, e presenta Maria, che non aiuta la sorella, come modello! Che ne è della dedizione di Marta?
Nei commenti dei Padri, dagli albori della Chiesa cristiana fino all’Illuminismo, l’episodio fu utilizzato per illustrare la vita cristiana, affermando la superiorità della contemplazione sull’azione. È Origene, nella sua esegesi incentrata sull’allegoria, a dare un’interpretazione destinata a un successo duraturo: le due donne rappresentano la distinzione tra azione e contemplazione, con la valorizzazione di quest’ultima. In una seconda interpretazione, Origene afferma che Marta corrisponde ai cristiani esordienti che accolgono la parola di Dio in modo più “corporeo” (somatikòteron), mentre Maria l’ha accolta in modo “spirituale” (pneumatikòs). In una terza interpretazione, associa Marta alla “Sinagoga” e Maria alla «Chiesa venuta dalle nazioni, che ha scelto la parte migliore della legge spirituale, quella che non le sarà tolta». Sant’Agostino, il Padre più influente della Chiesa occidentale, vede nelle due donne la «vita di questo mondo» e la «vita del mondo a venire», la parte migliore consacrata ai valori eterni. Questa parte buona o migliore avrebbe alimentato l’ideale monastico della vita contemplativa. Tranne che per Meister Eckhart (Eckhart von Hochheim, 1260-1327), mistico renano, che intraprese una via originale. Per lui è Marta a vivere la spiritualità più evoluta, libera, vicina a Dio e al prossimo, feconda. Lei è già ancorata nella fede e sa per esperienza che occorre superare i sentimenti nell’unione con Dio, mentre Maria deve ancora impararlo, lei che è immersa in Dio e aspira a quelle sensazioni. Il predicatore persegue un fine pragmatico: in quel sermone destinato ad alcune religiose polemizza contro l’oblio del lavoro concreto e quotidiano!
Martin Lutero (1483-1546) rifiutò d’identificare Maria con l’ideale monastico; sottolineò che la sola cosa necessaria è l’ascolto della Parola, poiché non si tratta d’imitare Cristo ma di legarsi solo a lui. L’originalità della sua interpretazione è che Marta non viene considerata seconda, perché rappresenta Gesù Cristo nella sua umanità, nel suo regno temporaneo e terreno. Là dove si preferirebbe stare dalla parte (divina) di Maria, Marta ricorda che il cammino verso Dio non può fare a meno dell’umanità di Gesù.
Giovanni Calvino (1509-1564) si preoccupò di riabilitare la vita nel mondo e dunque il lavoro domestico di Marta. Come Lutero, era contrario alla vita monastica che rischia di generare una teologia dei meriti spirituali. Pur sottolineando il valore del lavoro, criticò l’eccesso di Marta e il fatto che il suo “affaccendarsi” le impedisce di beneficiare della presenza di Gesù.
Questi pochi esempi non possono essere approfonditi in questo ambito ristretto, ma hanno in comune il fatto di considerare le sorelle come tipologie. Se nessuno condannò Marta, tutti (a eccezione di Eckhart) valorizzarono la contemplazione e l’ascolto della Parola.
Più innovative furono le letture delle teologhe femministe che, dopo gli anni settanta, si avvalsero dell’esegesi storica e critica per esaminare il testo greco e gli eventuali tradimenti od omissioni della tradizione. L’interpretazione allegorica fu sostituita dall’indagine sul ruolo delle donne reali Marta e Maria e, attraverso di loro, delle donne del cristianesimo primitivo. Elisabeth Schüssler Fiorenza, teologa cattolica, a partire dal 1983 ha lavorato a una ricostruzione storica mostrando i conflitti all’interno delle prime comunità. A suo parere, i due “tipi” non sono l’attiva e la contemplativa, ma due compiti: la “diaconia” e l’“ascolto della Parola”. Il verbo greco diakonèin, “servire”, è tradotto bene, ma Marta non serve un pasto! Marta assicura il servizio ecclesiale, la diaconia. Secondo l’autrice, Marta è responsabile del servizio della comunità cristiana e infatti si lamenta perché Maria la lascia sola con quelle responsabilità (e non perché non l’aiuta in cucina!)
L’ipotesi di Schüssler Fiorenza è che al tempo in cui quel vangelo fu redatto, il termine “diaconia” era già un termine tecnico per i ministeri nella Chiesa, mentre i commenti non considerano la diaconia delle donne come servizi pratici agli uomini missionari. La sua ipotesi si fonda sul legame con Atti degli apostoli (6, 1-6), redatto dallo stesso autore. Marta si lamenta perché sua sorella le “lascia la diaconia” per ascoltare Gesù, nel brano degli Atti i Dodici non vogliono “trascurare la Parola di Dio” (la predicazione) per “il servizio delle mense”. E in entrambi i casi il redattore subordina la diaconia delle mense all’ascolto o alla proclamazione della Parola. Nel brano degli Atti degli apostoli sette “ellenisti” vengono scelti per la “diaconia delle mense” mentre i Dodici hanno la “diaconia della parola”.
L’argomentazione prosegue in Giovanni (11, 5-45), che mostra Lazzaro e le sue sorelle Maria e Marta come discepoli che chiamano Gesù “maestro” e lo considerano “amico”. Dopo la sua professione di fede Marta va a chiamare Maria (11, 28), come Andrea e Filippo hanno chiamato Pietro e Natanaele. Secondo l’autore, il momento cruciale non è la resurrezione di Lazzaro, ma la rivelazione che Gesù Cristo è la resurrezione, e la professione di Marta è parallela a quella di Pietro (Giovanni 6, 66-71 e Matteo 16, 15-16). L’autore si basa anche su un altro episodio (Giovanni 12, 1-8), l’unzione di Gesù con il profumo prezioso, dove Maria è al centro dell’azione, in opposizione a Giuda. Maria non solo prepara Gesù per la gloria, ma anticipa anche la sua richiesta di lavare i piedi, atto che sarà mostrato come segno dei veri discepoli più avanti (Giovanni 13, 1-16). Tutti questi elementi dimostrano che quelle donne erano discepole e che il vero tema sottolineato dal testo è la costituzione del discepolo.
Turid Seim, esegeta luterana, risponde in modo più sfumato. Basandosi sulla storia sociale dei primi cristiani, vede in Marta (termine che significa “signora” o “padrona”), una di quelle donne agiate che mettevano i loro beni a disposizione delle comunità, visto che accoglie Gesù nella sua casa. L’autrice ritiene che i termini legati alla radice “diaconia” non seguano un solo uso normativo. Il “servizio delle mense” e il “servizio della Parola” sono creazioni linguistiche di Luca, mentre l’interesse risiede nell’evoluzione del termine: diaconia è all’inizio utilizzato solo per il ruolo subalterno delle donne (e in tal caso si riferisce al servizio dei pasti). Passa poi dalla parte degli uomini, per il ruolo dei discepoli. Nel capitolo 17 di Luca viene presentata la vera relazione del Maestro con i discepoli, con il capovolgimento dei ruoli: il Maestro è servitore (concetto sviluppato nel capitolo 22 come norma per i capi delle comunità, con Gesù come modello). Il servizio delle donne acquista nuova dignità, poiché diviene esemplare per la funzione di direzione degli uomini!
Un altro termine importante è “parte” (“buona” o “migliore” a seconda dei manoscritti). Per l’autrice, quando Gesù precisa che la parte buona non sarà tolta a Maria, stabilisce una priorità, ma non un’opposizione. Turid Seim valorizza l’eco tra il senso proprio e il senso metaforico dando alla cosa “necessaria” (Luca 10, 42a) il senso proprio di “piatto” (è necessario un solo piatto o una sola porzione di cibo) e appena dopo (10, 42b) il senso metaforico di “parte” del Regno, il che farebbe dire a Gesù: basterebbe mangiare un solo piatto, poiché Maria ha già gustato la parte buona che è la parola di Dio. In tal modo, per le donne, “la parte buona, che non sarà loro tolta” — a nessuna di loro! — costituirebbe un’alternativa importante accessibile già all’epoca: l’appartenenza reciproca tra il Signore e i suoi.
L’interpretazione è fedele al contesto, il cammino di Gesù verso Gerusalemme con i suoi discepoli. Nello stesso vangelo poco prima (Luca 9, 51) c’è la partenza verso la Passione. Gesù espone in diverse tappe le condizioni per seguirlo (9, 57-62), designa i Settantadue e la loro missione (10, 1-20), afferma che è ai piccoli che il Padre si rivela (10, 21-24). Racconta al dottore della legge la parabola del Buon Samaritano (10, 29-37), insegnamento sull’azione, poi visita le sorelle, insegnamento sull’ascolto, per concludere con la preghiera del Padre Nostro. Il racconto costruisce gradualmente il profilo dei veri discepoli.
In Luca proteggere il diritto delle donne ad ascoltare la parola di Dio è la parte buona, anche se a discapito delle loro funzioni abituali. Sono presentate come discepole, però come ricettrici della Parola, e sono legate alla casa. Ebbene, è qui che l’interpretazione deve essere anche storica: Turid Seim e Schüssler Fiorenza precisano che ciò non significa che le donne sarebbero discepole-casalinghe. Perché la “casa” è il luogo della Chiesa primitiva! Anche la precisazione che Gesù entra nelle case non è anodina, ma è un’indicazione dell’autore riguardo alla nascita della Chiesa cristiana. Il potenziale di uguaglianza così creato per le donne non poteva non suscitare una difficoltà nel legame con la situazione culturale.
Anche se Marta e Maria forse sono rimaste nella memoria cristiana come padrone di casa di una comunità casalinga, dai testi emerge che solo gli uomini furono considerati sia per la diaconia della Parola sia per quella delle mense. Al contrario, quelle che “servono” sono scelte come modelli per i compiti di direzione degli uomini, in un sovvertimento del termine “diaconia” a partire dal modello del Maestro, che è colui che serve.
L'Osservatore Romano, giugno 2017.