lunedì 5 giugno 2017

Francia
L'Osservatore Romano - Donne chiesa mondo
(Isabella Adinolfi) Siamo nel 1940, la Francia è parzialmente occupata dai nazisti e l’intellettuale ebrea francese Simone Weil, una delle voci più originali del Novecento, dopo molte esitazioni lascia Parigi e, insieme ai genitori, si trasferisce prima a Vichy poi a Tolosa e infine in settembre a Marsiglia, dove spera sia più facile imbarcarsi per raggiungere gli uomini di France libre, il movimento della resistenza organizzato da Charles de Gaulle in Inghilterra. Il suo progetto si rivela ben presto di difficile attuazione e, costretta a rimanere più a lungo nella città mediterranea, intesse nuovi rapporti culturali e amicali, riannoda vecchie conoscenze e cerca lavoro come operaio agricolo. Questa sosta forzata, se le impedisce nell’immediato di realizzare il suo progetto politico, non è però infruttuosa. A Marsiglia, tra il 1940 e il 1941, la giovane filosofa vivrà uno dei periodi spiritualmente più fecondi della sua vita.
Risale infatti a questo periodo, oltre alla stesura dei Quaderni di Marsiglia e degli scritti sulla tradizione greca che confluiranno in La Grecia e le intuizioni precristiane, la composizione di alcuni saggi sull’amore di Dio che rappresentano degli autentici gioielli di meditazione cristiana. Due, tra questi, riflettono proprio sul significato della preghiera: A proposito del Pater e Riflessioni sul buon uso dei testi scolastici in vista dell’amore di Dio.
Prima del suo arrivo a Marsiglia Simone Weil non aveva mai pregato. Certo, c’erano già state nel 1937 l’esperienza di Assisi, in cui per la prima volta nella sua vita qualcosa più forte di lei l’aveva costretta a inginocchiarsi mentre si trovava in Santa Maria degli Angeli, nella cappella della Porziuncola, e poi durante la Pasqua del 1938, quella di Solesmes, l’inatteso incontro con il Cristo, da persona a persona, mentre recitava la poesia di George Herbert, Love. Ma mai prima di allora — confida a Joseph-Marie Perrin, il giovane padre domenicano conosciuto a Marsiglia con il quale intrattiene in questo periodo un fitto scambio epistolare — le era capitato di pregare, nel senso letterale del termine. Mai aveva rivolto parole a Dio, mai aveva recitato una preghiera liturgica. Cos’era dunque accaduto? Che cosa l’aveva spinta a pregare?
Mentre lavorava nella fattoria agricola di Gustave Thibon, le philosophe-paysan che l’aveva assunta su indicazione di Perrin per insegnargli un po’ di greco, Simone aveva pensato di utilizzare il testo del Pater. E fu allora che la dolcezza infinita di quel testo greco la conquistò a tal punto che per alcuni giorni non poté fare a meno di recitarlo ininterrottamente fra sé e sé e, quando più tardi cominciò a vendemmiare, ogni giorno, prima di iniziare il lavoro, recitava il Pater in greco, e spesso lo ripeteva nel vigneto. Da quel momento in poi si propose di recitarlo ogni mattina con attenzione assoluta. «Se mentre lo recito — confida al padre domenicano di cui è divenuta amica — la mia attenzione divaga o si assopisce, anche solo in misura infinitesimale, ricomincio daccapo fino a che non abbia ottenuto per una volta un’attenzione assolutamente pura».
È facile intuire da questa citazione, quanto il concetto di «attenzione» sia importante per comprendere la concezione weiliana della preghiera. Pregare infatti per la pensatrice ebrea francese non significa altro che orientare verso Dio tutta l’attenzione di cui l’anima è capace, come si legge nel bel saggio scritto per gli studenti cattolici di Montpellier, Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio. In tal senso, l’attenzione applicata agli studi scolastici è una preparazione e un’educazione a quell’attenzione più elevata e intensa che la pratica del pregare richiede.
Ma se per Weil la preghiera è fatta di attenzione, se questa ne è la sostanza, allora pregare macchinalmente, senza prestare attenzione alle parole pronunciate mentalmente o a voce alta, significa non pregare, o almeno non pregare veramente. Cos’è dunque l’attenzione e come si sviluppa? Come si diviene attenti? Come ci si educa all’attenzione e alla concentrazione?
Per Simone Weil l’attenzione non è un atto di volontà, non è uno sforzo muscolare. Nella sua esperienza d’insegnante si era accorta che quando chiedeva agli allievi di prestare attenzione, li vedeva corrugare la fronte, trattenere il fiato, contrarre i muscoli, ma se qualche istante dopo domandava loro a che cosa avevano fatto attenzione, non erano in grado di rispondere. In realtà, non avevano fatto attenzione, avevano semplicemente contratto i muscoli.
Tuttavia l’attenzione per Weil non è neppure una qualità innata o qualcosa che accade senza il nostro consenso: essa presuppone un lavoro, comporta uno sforzo, forse più grande di ogni altro, ma si tratta di uno sforzo negativo. Per guardare con attenzione un bel dipinto, ascoltare un brano musicale e a maggior ragione per pregare Dio è necessario liberare la mente dalle preoccupazioni, pensieri, volizioni personali, fare il vuoto in se stessi. L’attenzione è attesa e, come l’attesa, presuppone che si sia lasciata da parte ogni altra occupazione e ogni altro scopo e si sia tutti rivolti a ciò che accade. Per fare attenzione occorrono dunque il lavoro e lo sforzo con cui la volontà e l’io tolgono se stessi per rendersi disponibili ad accogliere e lasciarsi colmare da altro.
Come l’attesa, l’attenzione è dunque un’azione non agente, un’attività passiva. È l’atto con cui l’io si distacca da sé e ritorna a se stesso: «L’attenzione — leggiamo nel saggio appena citato — è distaccarsi da sé e rientrare in se stessi, così come si inspira e si espira».
Ma se per conoscere la verità occorre fare attenzione, per essere attenti bisogna desiderare la verità. Solo un desiderio ben orientato rende capaci di attenzione negli studi, solo un autentico amore per la verità e per Dio ci rende capaci di accoglierli nella riflessione e nella preghiera. Simone Weil, allieva del filosofo kantiano Émile-Auguste Chartier (detto Alain), è persuasa che il desiderio ben orientato sia quello che desidera la verità unicamente per la verità, il bene soltanto per il bene. Ogni altra motivazione che intervenga nell’attenzione con cui ci si dispone verso la verità e verso Dio la degrada, la contamina e la depotenzia.
Un allievo che si applichi con impegno agli studi allo scopo di ottenere buoni voti negli esami, forse anche riuscirà a ottenerli, ma non conoscerà mai la pura verità. Il suo desiderio non è abbastanza integro perché non è guidato da un pensiero disinteressato, da quella «probità intellettuale» che sola, purificandolo, lo avrebbe indirizzato alla verità. Allo stesso modo, non si deve pregare Dio, il Padre nostro che è nei cieli, per chiedergli qualcosa, fosse anche la più nobile ed elevata, a cui la nostra volontà miri quale suo scopo. Come recita la preghiera che Gesù ci ha insegnato, commentata riga per riga dalla filosofa in A proposito del Pater, bisogna pregare Dio affinché sia fatta la sua volontà, qualunque essa sia.
La preghiera implica dunque, per Simone Weil, una disposizione interiore preventiva, una preparazione al contatto con Dio. L’atteggiamento disinteressato, che Simone Weil preferisce definire «impersonale», è quello che dispone all’attenzione e apre alla conoscenza della verità. Meglio, che ci rende pronti a riceverla.
C’è sempre nella Weil una radicata diffidenza verso l’io e tutto quel che concerne la sfera del personale, che ritiene sempre inficiata da egoismo. Pregare, in definitiva, significa allora per lei strappare il proprio desiderio e il proprio pensiero dalla gabbia dell’io per orientarli verso Dio. E l’esito dell’orazione così concepita è quello di assimilarci a Dio, di renderci perfetti come il Padre nostro che è nei cieli, di amare il mondo come lui lo ama, in modo imparziale. I versetti del Vangelo che la Weil ripetutamente commenta nella sua opera e sembra aver sempre presenti nella sua riflessione religiosa sono quelli che recitano: «Siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Matteo, 5, 45).
Ma se nella preghiera diveniamo suoi figli, simili a lui nell’amore, nell’imitazione dell’indiscriminata distribuzione della pioggia e della luce del sole, tale filiazione e assimilazione non sono però una conquista dell’uomo. Per Simone Weil è Dio che ci innalza e rende suoi figli. Se dunque il desiderio orientato verso Dio è l’unica forza capace di elevare l’anima, a tale desiderio risponde l’azione di Dio che viene ad afferrare l’anima e a elevarla. «Egli viene — annota la scrittrice — solo per coloro che gli chiedono di venire; per quelli che glielo chiedono spesso, a lungo, con ardore». E insiste: «Dio non può esimersi dal discendere verso di loro».
Dio, per Simone Weil, non è dunque solo il fato impersonale degli stoici, non è la necessità, anche se essa è un suo volto, ma un Dio che ama, che ascolta le preghiere sincere degli uomini, che attende alla porta della loro anima, pronto a entrare non appena essa dà il suo consenso.
È il Dio amore del Vangelo, dei mistici che si fa presente a chi lo ama e invoca nella preghiera, pura e disinteressata, com’è accaduto a Simone durante la recitazione del Pater. «Talora — racconta a Perrin — già le prime parole strappano il mio pensiero dal mio corpo per trasportarlo in un luogo fuori dello spazio, dove non c’è né prospettiva né punto di vista. Lo spazio si apre. All’infinità dello spazio ordinario della percezione si sostituisce un’infinità alla seconda o talvolta alla terza potenza. Nello stesso tempo quest’infinità d’infinità si riempie da parte a parte di silenzio, un silenzio che non è assenza di suono, bensì oggetto di una sensazione positiva, più positiva di quella di un suono. I rumori, se ve ne sono, giungono a me solo dopo aver attraversato quel silenzio. E a volte, durante queste recitazioni o in altri momenti, il Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente più reale, più toccante, più nitida e colma d’amore di quella della prima volta in cui mi ha presa».
L'Osservatore Romano, giugno 2017.