lunedì 26 giugno 2017

L'Osservatore Romano
Il Pontefice avignonese Giovanni XXII «ha esteso alla Chiesa universale la pia pratica della recita dell’Angelus, ha canonizzato san Tommaso d’Aquino appena 49 anni dopo la sua morte e ha istituito la festa della Santissima Trinità»: lo ha ricordato il cardinale Paul Poupard inviato speciale di Francesco alle celebrazioni per il settimo centenario dell’enclave dei Papi ad Avignone. Presiedendo il 25 giugno la messa domenicale della chiesa parrocchiale di Valréas, il presidente emerito del Ponticio Consiglio della cultura si è soffermato in particolare sulla figura del successore di Clemente V e sulle vicende che segnarono la storia della Chiesa nei circa settant’anni in cui la sede di Pietro fu trasferita in Provenza.
All’omelia ha rievocato «le agitazioni popolari e le turbolenze quotidiane suscitate dalle rivalità feudali» nella Roma del quattordicesimo secolo, che avevano provocato «un’insicurezza crescente per lo svolgimenti dei conclavi e per il libero esercizio del ministero del Papa e della curia». Dunque, ha commentato il porporato francese, il soggiorno avignonese è stato necessario «per assicurare la piena libertà del ministero petrino minacciata a Roma da lotte e violenze tra fazioni, antagoniste per motivi politici ed economici».
Nella lettera autografa di nomina Papa Francesco ha scritto al cardinale Poupard che «considerando le vicissitudini dei suoi tempi, il nostro predecessore Giovanni XXII, in precedenza arcivescovo di Avignone, eletto sovrano Pontefice della Chiesa cattolica, decise di risiedere per qualche tempo nella città di questa accogliente provincia». Del resto, ha aggiunto, «già il suo predecessore Clemente V aveva stabilito qui la sua curia e vi aveva risieduto. Ed è così che per quasi settanta turbolenti anni, Avignone ha offerto ai successori di Pietro la sede da cui guidare la barca di Cristo sulle acque della storia». Dunque, ha avvertito il celebrante, «per evitare ogni anacronismo» è sempre bene ricordare che i Pontefici avignonesi agirono in circostanze eccezionali, «senza mai aver pensato di trasferirvi la sede di Pietro», prima di ritornare definitivamente a Roma. Da qui l’esortazione conclusiva rivolta dall’inviato papale ai presenti, «eredi di questa lunga storia»: testimoniare «la fede in Cristo e l’amore filiale alla Chiesa di Pietro, in un mondo» che, anche oggi come allora, appare «tormentato, in preda ai conflitti e in cerca di certezze».
L'Osservatore Romano, 26-27 giugno 2017.