martedì 6 giugno 2017

Filippine
Il cardinale Tagle sulla difficile situazione a Marawi. Il perdono può abbattere i muri
L'Osservatore Romano
«Cosa sta succedendo all’umanità? Come è possibile che esseri umani facciano del male ad altri esseri umani?»: è l’amara riflessione che l’arcivescovo di Manila, il cardinale Luis Antonio G. Tagle, ha offerto ai seimila fedeli che hanno partecipato domenica alla messa di Pentecoste celebrata allo Smart Araneta Coliseum, a Quezon City. Il riferimento è ai tragici episodi di violenza consumatisi a Manila e alla situazione di Marawi, città sull’isola filippina di Mindanao, dove le forze militari stanno tentando di respingere i terroristi che dal 23 maggio scorso hanno occupato e distrutto gran parte della città. «Incidenti come questi — ha detto il porporato — seminano tensione, sfiducia, divisione e pregiudizi», mentre sarebbe necessario invece «uno spirito di comunione», al fine di impedire di costruire barriere e divisioni nel mondo. «Al giorno d’oggi, costruire muri — ha ricordato il cardinale — fa vincere le elezioni. È sconcertante. Perché la gente vota per coloro che promettono di costruire muri più alti».
Il cardinale arcivescovo di Manila ha anche fatto riferimento alle barriere sempre più invalicabili che separano i più ricchi dai più poveri citando un recente studio che evidenzia come le otto persone più ricche del mondo possiedano la metà della ricchezza mondiale. «Viene prodotta molta ricchezza. C’è tanta ricchezza — ha ribadito — ma sembra che nessuno voglia affrontare la disuguaglianza». Il porporato ha ricordato l’importanza di condividere i propri beni con gli altri. «A volte, ci innamoriamo dei nostri doni e ci dimentichiamo di chi ci ha fatto un regalo. Siamo innamorati del dono dello Spirito e dimentichiamo lo Spirito Santo. E poi cominciamo a rivendicare il dono come se fosse il nostro risultato personale. E quando ciò accade, mi rallegro del mio dono, ma dimentico la comunità, per cui il dono mi è stato dato».
Il cardinale Tagle ha suggerito un altro modo per abbattere le barriere: «Perdonare gli altri. Non devi rinunciare alle persone. Dobbiamo veramente cercare la pace, se non voglio la pace non potrò mai perdonare. Perdonare significa liberare, liberare la persona che ti ha fatto del male, ma prima devi scrollarti di dosso la vendetta e l’odio».
Parole quanto mai significative, mentre in alcune zone del paese imperversa la violenza. A Marawi il confronto armato tra gli estremisti, che fanno capo all’Is, e le forze militari proseguono. «Non soltanto la cattedrale, tutto è stato distrutto. La città — sottolinea monsignor Edwin de la Peña, vescovo di Marawi — è irriconoscibile. Quando guardiamo a queste immagini pensiamo immediatamente alla Siria o all’Iraq». Dopo meno di 41 anni dall’erezione della prelatura, «dobbiamo ricostruire tutto da zero e iniziare nuovamente a stabilire una presenza cristiana in quest’area a netta maggioranza musulmana. Dobbiamo continuare a promuovere il dialogo e cercare di ricostruire le speranze e i sogni infranti di tanti, anche musulmani, che — aggiunge — al contrario degli islamisti desiderano la pace». Al momento, gli estremisti tengono in ostaggio poco più di duecento persone, tra cui quindici fedeli cattolici e padre Teresito “Chito” Suganob. Un appello per il rilascio del sacerdote e degli ostaggi è stato lanciato da un alto funzionario del Moro Islamic Liberation Front (Milf). «Ci appelliamo a coloro che ancora tengono prigioniero padre Chito — ha dichiarato Ghadzali Jaafar, vicepresidente del Milf per gli affari politici — affinché lo liberino in nome della pace. Egli è un sacerdote, un leader religioso. Al suo tempo, il profeta Maometto ha rispettato tanti leader religiosi e non combattenti, come figli, donne, anziani. Liberate Suganob — ha continuato Jaafar — il prima possibile. Siamo sicuri che tale azione sarà ricompensata da Allah».
Il Milf sta aiutando il governo a creare un corridoio umanitario per cercare di salvare i civili intrappolati in case ed edifici da circa due settimane che non sono in grado di fuggire anche per il timore di essere colpiti dal fuoco incrociato.