mercoledì 28 giugno 2017

(Rocio Lancho García) José Arturo Castellanos Contreras nacque a San Vicente, El Salvador, nel 1893. Fu un militare e un diplomatico; studiò nella Scuola politecnica militare del suo paese e in Italia. Fu militare in carriera per 26 anni, fino a quando raggiunse il rango di vice comandante dello stato maggiore generale dell’esercito. Nel 1937 fu nominato console generale a Liverpool, in Inghilterra. Dal 1941 al 1945 fu console in Svizzera, a Ginevra. In quel periodo ricevette l’ordine di non concedere visti per l’esodo a persone che fuggivano dalle persecuzioni, ma tale disposizione non impedì al colonnello José Arturo Castellanos Contreras e al personale del consolato di El Salvador di rilasciare clandestinamente certificati di nazionalità salvadoregna. E tutto ciò con l’unico scopo di salvare migliaia di ebrei destinati ai campi di sterminio in Germania.
La sua opera gli è valsa il titolo di Giusto tra le nazioni, attribuito dallo Yad Vashem, l’autorità per il ricordo dei martiri ed eroi dell’Olocausto.
Lo scorso 22 giugno le ambasciate di Israele e di El Salvador presso la Santa Sede hanno organizzato a Roma un evento congiunto per commemorare la figura del colonnello Castellanos. Gili Diamant, del Yad Vashem, ha partecipato all’incontro e ha spiegato all’Osservatore Romano che cosa significa «educare e commemorare l’Olocausto e le sue vittime e anche commemorare i Giusti tra le nazioni: persone non ebree che rischiarono la propria vita per salvare gli ebrei». L’operazione di salvataggio di Castellanos fu unica perché fu il risultato di uno sforzo congiunto tra lui e George Mandel, un uomo d’affari ebreo-ungherese che aveva adottato la versione spagnola del suo cognome, «Mantello». Mandel conobbe José Arturo Castellanos prima della seconda guerra mondiale. Quando Castellanos fu nominato console generale di El Salvador a Ginevra, affidò a Mandel la funzione di primo segretario del consolato, che poté così rilasciare certificati di cittadinanza salvadoregna a migliaia di ebrei europei. Il risultato furono migliaia di vite salvate in Romania, Polonia, Cecoslovacchia, Bulgaria e Ungheria. Il colonnello Castellanos nel 1976, un anno prima della sua morte, raccontò in una breve intervista a Radio Nacional di El Salvador l’operazione organizzata in Europa, ma le sue parole furono presto dimenticate.
Anni dopo, molti sopravvissuti all’Olocausto si sono presentati, ognuno per suo conto, all’ambasciata salvadoregna di Israele per ringraziare per il rilascio dei certificati di cittadinanza. Nel luglio 2010 Castellanos è stato riconosciuto come Giusto tra le nazioni.
Come spiega Diamant, un “giusto” non dev’essere ebreo e deve aver effettivamente rischiato la vita per salvare quella di una persona di origine israelita. I modi in cui si declinarono le operazioni di salvataggio furono diversi: dal nascondere le potenziali vittime nella propria casa al rilasciare documenti, oppure offrire rifugio in chiese, conventi e monasteri. La commissione stabilisce anche chi non può essere Giusto tra le nazioni. Per esempio, chi ha ricevuto un compenso economico o ha avuto l’intenzione di convertire le persone ebree in pericolo alla propria fede.
L’esempio di Castellanos, sottolinea Diamant, serve per dare speranza. Nel mondo in cui oggi viviamo, trovare e diffondere queste storie aiuta a capire che «qualsiasi persona, in questo caso di un piccolo paese, può fare veramente la differenza e fare qualcosa di grande». Inoltre, ha aggiunto Diamant, «la lezione che possiamo imparare è che tutti abbiamo una scelta. Possiamo scegliere di essere coraggiosi». In questa ottica ricorda che «appartenere a religioni diverse non è un ostacolo quando si salva la vita di altre persone».
Riconosce quindi che Castellanos fu uno dei diplomatici, ufficiali del governo o persone con un ruolo importante che riuscirono a fare la differenza. «Nel suo caso aveva ricevuto ordini precisi di non concedere attestati di El Salvador a persone che non erano del posto. Per quel che ne sappiamo oggi, invece, Castellanos rilasciò migliaia di documenti a persone che non avevano nulla a che vedere con El Salvador». Precisa però che «quando si tratta di diplomatici, occorre riunire prove, documenti. Il che non è facile. Di solito, per dichiarare una persona Giusto tra le nazioni occorrono testimonianze dirette, racconti di sopravvissuti. È necessaria la testimonianza di qualcuno che dica: “Sì, è venuto e mi ha salvato”. Castellanos si trovava a Ginevra e da lì inviò documenti a Budapest e a Parigi. I destinatari non lo conobbero mai e perciò è stato tanto difficile riconoscere il merito delle sue azioni. È comunque affascinante esaminare casi come il suo o altri simili», conclude Diamant.
Il museo dell’Olocausto salvaguardia la memoria del passato e insegna il suo significato per il futuro — nato nel 1953 come centro mondiale di documentazione, ricerca, educazione e commemorazione — è ancora oggi un luogo dinamico e vitale d’incontro internazionale e intergenerazionale.
L'Osservatore Romano, 27-28 giugno 2017.