domenica 25 giugno 2017

«Una nuova tappa nella storia della Colombia. Oggi le Farc cessano di esistere». Queste le parole usate dal presidente colombiano, Juan Manuel Santos, nell’annunciare, ieri, la conclusione della consegna delle armi da parte delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). Un gesto storico, che segna la fine di quella che Santos, premio Nobel per la pace 2016, ha definito «la guerriglia più potente e più longeva dell’America latina». Il governo ha fatto sapere che il prossimo 27 giugno confermerà la consegna totale delle armi da parte del gruppo, che a quel punto diventerà un partito politico. La guerra tra Bogotá e le Farc ha fatto almeno 250.000 caduti, un numero imprecisato di dispersi e fra i 7 e i 10 milioni di sfollati interni.
Il cammino per arrivare a questo risultato è stato lungo e difficile. Non sono mancati momenti critici, in cui tutto sembrava perso, come quando la prima versione dell’intesa, frutto di lunghissimi negoziati all’Avana, venne bocciata in un referendum nell’ottobre 2016, anche se con un’astensione record pari al 60 per cento degli aventi diritto. Dopo il voto, il futuro degli sforzi di pace sembrava profondamente incerto. La società colombiana appariva drammaticamente polarizzata tra chi, pur conscio della tragedia del conflitto, voleva guardare avanti verso una nuova fase contraddistinta dal dialogo e dal superamento delle tensioni storiche, e chi invece non voleva dimenticare e pretendeva un nuovo accordo con l’abolizione dell’amnistia per i guerriglieri e condizioni ben più rigide sul loro reinserimento nella vita civile.
L’ex presidente Álvaro Uribe, sostenitore del no, chiedeva il carcere per i leader della guerriglia, di non permettere agli ex guerriglieri di ricoprire cariche politiche e di stabilire dei risarcimenti in denaro per i crimini commessi.
Il grande merito di Santos è stato quello di non arrendersi. Cercando la mediazione con Uribe, il presidente è riuscito a ricompattare il fronte del sì, creando un ampio consenso su una nuova bozza di intesa. Il 24 novembre 2016 il governo colombiano e le Farc firmavano un secondo accordo di pace. Un mese dopo il parlamento di Bogotá votava l’amnistia per i ribelli.
Il nuovo trattato di pace prevede la trasformazione delle Farc da organizzazione armata a partito politico, la consegna delle armi e il progressivo reintegro dei guerriglieri nella società civile. Un altro punto cruciale è la riforma agraria per la distribuzione delle terre e l’accesso al credito, nonché la fine delle coltivazioni illecite nelle aree di influenza della guerriglia, tra cui quella di cocaina, e un programma sanitario e sociale contro il consumo e il traffico di droga.
Le Farc hanno risposto positivamente. Da marzo a oggi circa 7000 guerriglieri si sono raggruppati, come previsto dagli accordi, nelle 23 “zone di pace”, dove sono stati disarmati prima di tornare alla vita civile. I bambini cresciuti nella guerriglia sono stati consegnati alle organizzazioni umanitarie che provvederanno al loro reinserimento nella società. I guerriglieri al momento vivono nelle strutture messe a disposizione dall’Onu, che fornisce anche assistenza sanitaria e alimentare. Affermano che la loro lotta non finisce qui, ma si trasforma. «Volevamo prendere il potere e cambiare le cose. Ora la nostra sarà una lotta politica contro chi si è davvero accaparrato le terre in questi anni, smascherando i veri burattinai della guerra» dicono i leader del gruppo intervistati dai media.
È chiaro che il cammino della riconciliazione colombiana non finisce qui. Un accordo non cancella decenni di odio. Restano ancora dei punti oscuri: le finanze delle Farc, nuovi possibili depositi di armi, gruppi di guerriglieri dissidenti e polemiche politiche. Ma il punto è che, anche se precaria, incompleta o parziale, questa pace è comunque un passo in avanti.
L'Osservatore Romano, 24-25 giugno 2017.