giovedì 8 giugno 2017

Colombia
Le Farc consegnano il trenta per cento del loro arsenale alle Nazioni Unite. Si rafforzano le speranze di pace
L'Osservatore Romano
Il cammino della pace in Colombia è ancora lungo, ma risultati concreti già ci sono. Il gruppo armato delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) ha consegnato il trenta per cento delle armi in suo possesso, come previsto dagli accordi di pace con il governo di Bogotá firmati nell’ottobre 2016. Si tratta di un passo in avanti di grande importanza per mettere fine a una delle guerriglie più sanguinose dell’America latina.
Le Farc, il maggior gruppo ribelle colombiano, hanno reso noto ieri di avere consegnato il trenta per cento delle loro armi al personale delle Nazioni Unite, come previsto dal trattato di pace. I ribelli si sono impegnati a consegnare un altro trenta per cento del proprio arsenale mercoledì prossimo, mentre il resto nei prossimi quindici giorni. Le armi saranno dislocate in 26 accampamenti in varie parti della Colombia. Restano ancora da consegnare circa 7000 fucili e pistole agli ispettori dell’Onu fino al disarmo totale della guerriglia, che si trasformerà in un partito politico. Ad annunciare la consegna delle armi è stato il leader delle Farc, Timoleón Jiménez, noto anche come Timochenko, nome di guerra di Rodrigo Londoño Echeverri. Conferme in tal senso sono giunte anche da fonti governative e delle Nazioni Unite.
La consegna dell’arsenale conferma dunque la volontà di pace dei guerriglieri, nonché le recenti parole del presidente colombiano, Juan Manuel Santos, premio Nobel per la pace. Santos ha infatti dichiarato che quello tra Bogotá e le Farc è ad oggi l’unico caso di successo di un accordo di pace sostenuto dalle Nazioni Unite in tutto il mondo. La pace «è un cambiamento davvero fondamentale per il futuro della Colombia» ha spiegato di recente il presidente.
In questi ultimi mesi il cammino della pace in Colombia non è sempre stato facile. All’inizio di aprile un soldato è stato ucciso e altri sei feriti nell’agguato teso da un gruppo dissidente delle Farc nel sud-est del paese. Responsabile dell’attacco è stato il Frente 1, ovvero un gruppo di combattenti decisi a non aderire alla smobilitazione. L’episodio non ha avuto conseguenze, se non l’aumento delle misure di sicurezza. Pochi giorni prima dell’agguato, l’Unicef aveva confermato che, dopo i primi tredici adolescenti allontanati dalle fila dei guerriglieri delle Farc nel dicembre scorso, altri 28 ragazzi avevano deposto le armi a febbraio ed erano stati accolti in campi di transizione gestiti dal fondo per l’infanzia dell’Onu, in attesa di un reintegro nella società civile. Questo è infatti un altro punto cruciale dell’accordo.
L’intesa prevede anche una riforma agraria per la distribuzione delle terre e l’accesso al credito, nonché la fine delle coltivazioni illecite nelle aree di influenza delle Farc, tra cui quella di cocaina, e un programma sanitario e sociale contro il consumo e il traffico di droga.
Va detto che molte ong attive nel paese hanno espresso di recente dubbi e critiche sulle modalità della pace. In un rapporto dell’organizzazione internazionale Amnesty International, si legge che «centinaia di migliaia di persone in tutto il paese non hanno ancora visto alcun cambiamento nelle loro condizioni di vita da quando è stato firmato l’accordo».

L'Osservatore Romano, 8-9 giugno 2017