venerdì 16 giugno 2017

Belgio
L'attualità dei rapporti tra le religioni
L'Osservatore Romano
Pubblichiamo l’editoriale dell’ultimo numero di «Irénikon», trimestrale dei monaci di Chevetogne. 
L’anno 2016 è ricco di eventi ecumenici. Si susseguono a grande velocità, quasi si spintonano. L’atteggiamento di Papa Francesco, la volontà di Papa Francesco, vi contribuiscono molto. A febbraio c’è stato l’incontro con il patriarca Cirillo di Mosca all’Avana; in aprile la visita a Lesbo, con il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli e l’arcivescovo Ieronymos di Atene; all’inizio di ottobre ci sono stati i vespri cantati a Roma, con l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby; e alla fine del mese, la celebrazione a Lund, con il vescovo Munib Younan e il pastore Martin Junge, della Federazione luterana mondiale, per commemorare il quinto centenario della Riforma. Ognuno di questi incontri è stato accompagnato da una dichiarazione comune.
Quattro in totale, sono altrettante pietre miliari sulla via dell’unità. La via, il cammino. L’immagine è cara a Papa Francesco. «In cammino», d’altronde, è una delle espressioni che usa spesso. E che dire della sua visita alla sinagoga di Roma, il 17 gennaio, e dell’udienza concessa al grande imam di al-Azhar il 23 maggio? 
Che dire poi di quella benedizione data insieme, con il metropolita Gennadios e l’arcivescovo anglicano David Moxon, al termine dei vespri che hanno concluso la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani a San Paolo fuori le Mura a Roma? A tutto ciò aggiungiamo i viaggi in Armenia e in Georgia e gli incontri con i catholicos Karekin ii e Ilia ii, per non parlare dello scambio epistolare e telefonico con il papa copto Tawadros ii. Poi ci sono le visite in Vaticano delle delegazioni luterane e riformate, o dei pastori pentecostali. I gesti si moltiplicano, favoriti dalla spontaneità ecumenica di Papa Francesco. L’ecumenismo deve essere come un riflesso, senza tuttavia diventare routine. Francesco ci sa fare, con un senso pastorale innato. Lungi dall’adottare un atteggiamento di chiusura, va incontro a tutte le periferie e raccomanda un «ecumenismo audace e reale». Il gesto e la parola. Francesco parla, non ha paura, denuncia tutte le ingiustizie e gli “intrallazzi”, all’interno come anche all’esterno della Chiesa. Incontra tutti gli strati della popolazione, dal vertice della gerarchia al semplice senza fissa dimora o rifugiato, e non teme di dialogare con i bambini. In breve, l’anno 2016 è stato ricco di eventi. Anche il santo e grande concilio della Chiesa ortodossa non ha mancato di attirare l’attenzione del mondo cristiano e merita di essere menzionato in mezzo a tale abbondanza. Quanto all’ambito interreligioso, si sa, lo si vede, esso si spinge sempre più in primo piano, come impone l’attualità. Si può deplorare che ci siano voluti atti di terrorismo e di barbarie, perpetrati un po’ ovunque nel mondo, perché gli si accordasse l’interesse che merita. E, per concludere, l’azione. L’azione favorisce la riflessione, quando non la precede. Facilita e incoraggia la comunicazione, la conoscenza dell’altro e in ultimo quel vivere insieme tanto raccomandato. Non ci si limiti a parlare.
L'Osservatore Romano, 16-17 giugno 2017