venerdì 2 giugno 2017

Argentina
Voci che si sovrappongono
L'Osservatore Romano - donne chiesa mondo
(Silvina Pérez) La notte è sempre fredda e secca nella Puna del Jujuy. Non importa se di giorno la temperatura raggiunge i 27 gradi e il sole obbliga a correre di ombra in ombra per ripararsi; di notte può arrivare a 14 gradi sotto zero, cambiando in poche ore la fisionomia del paesaggio. Alle sei del pomeriggio, Yavi sembra un villaggio fantasma.
Le case di adobe ricevono, mute, il calore del sole. In mezzo al silenzio, si leva la voce di una donna e alcune parole in quechua prorompono nell’aria. Non è possibile sapere da dove vengono né cogliere il loro significato, ma hanno un tono di rimprovero, come se fossero rivolte al figlio che disubbidisce. Ma non c’è risposta, e il lamento viene inghiottito dall’immensità della Puna.
Yavi si trova a 16 chilometri da La Quiaca, nella Puna, provincia di Jujuy, nell’Argentina settentrionale, proprio sulla linea di confine con la Bolivia, a più di 3500 metri sopra il livello del mare. E che Yavi sia a 16 chilometri da La Quiaca è una contingenza storica imbastita dalle arbitrarietà dei tracciati geopolitici nella costruzione dei moderni stati nazionali; c’è stato un tempo, non molto remoto, in cui La Quiaca stava a 16 chilometri da Yavi. Il punto di riferimento era cioè Yavi, non La Quiaca. La linea tratteggiata che ha separato l’Argentina dalla Bolivia ha lasciato Yavi nella zona limitrofa, all’estremo e lontano, là dove tutto resta talmente distante dai centri egemonici da sembrare dimenticato, abbandonato al suo destino.
Di questa storia passata è testimone la piccola chiesa di San Francesco. Le mura della struttura sono di adobe. Ha una sola navata e un coro sopra il portone d’ingresso; sulla destra c’è una cappella separata da un arco a tutto sesto. Il pulpito è scolpito in legno dorato; le dieci finestre superiori conservano le cornici di alabastro; l’altare è di oro e specchi, forse terminato nel 1707, anche se per la fondazione della chiesa s’ipotizzano altre date. Una scritta, ormai sbiadita, accanto al presbiterio, dice 1690, il che suggerirebbe che in quella data l’edificio era già completato. Da allora, ogni anno, durante la settimana santa, la chiesa si riempie di canti. Ogni gruppo di donne intona il suo, con la propria tonalità. Si mescolano tutti in modo confuso e nondimeno le voci formano un solo lamento. In quel lamento prolungato, i motivi andini basati su scale pentatoniche si confondono con la qualità modale dei canti gregoriani. Una combinazione strana intercalata da preghiere a voce alta, con grande intensità. Jujuy è una provincia dove si vive un sincretismo molto particolare, frutto della ricchissima diversità culturale che definisce le donne del posto come fedeli cristiane che hanno profondi legami con secoli di conoscenze e credenze ereditate dai loro popoli originari.
Il canto delle doctrinas di Yavi è un’usanza che risale da un lato a tradizioni musicali indigene e dall’altro al processo di colonizzazione musicale della regione da parte della Chiesa cattolica, in un momento impregnato dello spirito della Controriforma. Le doctrinas sono gruppi di persone che vengono dalle comunità agricole e pastorali dei dintorni di Yavi e nei loro canti, che imitano lamenti, si trova l’autentica forma di preghiera delle donne dell’altopiano. Pochi metodi sono stati così utili per insegnare la dottrina cattolica come la musica, la cui efficacia fu dimostrata dal gesuita svizzero Martin Schmid nelle missioni della Chiquitania boliviana. Parte di quell’insegnamento è il canto che si ascolta ogni venerdì santo ma anche, se si ha fortuna nelle settimane precedenti, durante le prove, i preparativi, gli allestimenti. È un rituale e una rappresentazione, una forma di devozione religiosa e un’espressione d’identità collettiva. La devozione assume molte forme. Alcune donne procedono in ginocchio fino alle immagini. Altre, dopo aver pregato, lasciano la Chiesa, camminando all’indietro, senza mai dare le spalle all’altare. Una colla, ovvero un’indigena, curva e vestita di bianco, entra tenendo per mano un bambino con problemi di autismo. Gli chiede qualcosa in quechua, nervosa, il bambino non le risponde.
Dall’altare inizia la messa, si drammatizza la passione a tre voci: con un prete nero, un parroco indigeno e una donna colla anziana. S’intensificano i canti, il fervore cresce. I canti di ogni doctrina sono in generale omofonici, le voci dal punto di vista armonico si muovono simultaneamente e seguono uno stesso ritmo, ma durante la settimana santa quello che si ascolta è un canto decisamente eterofonico: i suoni delle diverse doctrinas si sovrappongono, la trama musicale non segue una sola linea melodica. Tutte le doctrinas intonano contemporaneamente ognuna il proprio canto, e il risultato è una variazione polifonica impazzita in cui molte voci parlano le une sulle altre, a volte sovrapponendosi, a volte alternandosi. Questo lamento acuto è la preghiera delle donne lloronas, le donne piangenti, che implorano Dio affinché la terra possa ospitare per sempre la diversità umana. Mentre le stelle di Yavi inghiottono le loro voci nell’immensità della Puna.
L'Osservatore Romano, giugno 2017.