domenica 11 giugno 2017

Argentina
Avvenire
(Pepe Di Paola) Lo hanno soprannominato il “don Bosco argentino”. Jose Pepe Di Paola è il più conosciuto fra i  “curas villeros” di Buenos Aires, sacerdoti impegnati nelle baraccopoli della capitale. È stato fra i  primi a rivelare la penetrazione del narcotraffico nelle periferie. Minacciato di morte dai narcos, è  stato pubblicamente difeso dall’allora arcivescovo Jorge Mario Bergoglio. Ritornato nella capitale  dopo un periodo a Santiago del Estero, padre Pepe continua a combattere contro la droga. Il suo  impegno è minuziosamente ricostruito nel libro da lui scritto “Dalla fine del mondo. Il mio  cammino tra i più poveri” (pagine 184, euro 15,00), appena pubblicato da Castelvecchi e curato  da Fabián D’Antonio e Cristina Guarnieri, con la prefazione di Oscar Vicente Ojea.
Ho cominciato vent’anni fa. Bergoglio, che all’epoca era vicario, aveva deciso di inviarmi a Ciudad  Oculta, quartiere ai margini di Buenos Aires, a lavorare con i bambini e con i poveri; probabilmente aveva capito che i due carismi peculiari della mia vocazione come sacerdote diocesano potevano  esprimersi al meglio nelle  villas (...). 
Mi sono trovato così in un gruppo attivo già da tempo, nato  dall’opera del cardinal Aramburu, il vescovo che aveva creato il Gruppo di sacerdoti per le  villas d’emergenza. Quei sacerdoti erano andati a vivere nelle  villas,  e questo aveva costituito l’atto  fondamentale per comprendere una realtà di cui fino a quel momento si era parlato sempre dal di  fuori. La Chiesa, installandosi a vivere lì, era diventata l’unica istituzione a costruire un lavoro  pastorale, sociale e spirituale dall’interno.
L’apparizione di Bergoglio aveva già di per sé marcato una differenza: dal 1996 al 2003, nessun  funzionario dello Stato aveva mai messo piede nella  villa,  e l’unica persona importante della società porteña  che l’aveva attraversata era il cardinale Bergoglio. Se oggi parla della periferia, è perché  l’ha vissuta: non restava a Buenos Aires, nella plaza de Mayo, a parlare di una cartolina turistica,  ma guardava la città in modo diverso, dalla prospettiva della Villa 21, di Ciudad Oculta, della Villa  Bajo Flores. Se c’era un prete malato, ad esempio, veniva lui a celebrare la messa, a bere del mate;  insomma, era presente, era uno di noi. Il suo impegno nelle  villas  ci ha dato molta forza, ha aperto una nuova strada, e ha creato un legame diretto tra lui e gli abitanti di queste realtà. All’inizio noi preti della  villa  eravamo in dieci, e nel giro di poco tempo, pur in un momento di grandi crisi vocazionali, siamo diventati ventidue. Il sostegno e la presenza di Bergoglio sono stati fondamentali anche e soprattutto perché noi  abbiamo sì ereditato una storia, ma le sfide che abbiamo dovuto affrontare erano nuove, diverse da  quelle di Carlos Mugica (uno dei primi sacerdoti impegnati nelle baraccopoli negli anni Settanta,  ndr)  e dei suoi compagni. Ai tempi di Mugica, la priorità era la costruzione di fognature e impianti  elettrici. Quando siamo arrivati noi, ci siamo trovati di fronte inondazioni, mancanza di acqua  potabile in alcuni luoghi, problemi di infrastrutture, e soprattutto criminalità e narcotraffico. Nei vent’anni in cui ho vissuto nelle villas, la diffusione della droga è cresciuta costantemente. Da  un punto di vista pastorale, questo ha reso necessario interveni- re in modo diverso: bisognava  capire come agire con bambini e giovani impastoiati nel mercato distruttivo dei narcotrafficanti e  nella tossicodipendenza. Non avrei mai pensato di dovermi occupare della droga. Nel 2001 avevo fondato una scuola e  passavo il tempo a organizzare mense, perché credevo che la nostra priorità fosse rispondere alla  crisi di quell’anno (...). Tuttavia, quando ci siamo accorti che la droga cominciava a penetrarvi in  modo capillare, abbiamo deciso che era quello il problema di cui dovevamo occuparci e abbiamo  elaborato un piano. (...) La nostra proposta è stata la creazione dei  centros barriales,  in cui si offre  sostegno immediato ai tossicodipendenti, in controtendenza con la lentezza burocratica  caratteristica delle politiche statali. In questi centri, il ragazzo recuperato può trasformarsi in un  eccellente operatore terapeutico – eccellente perché comprende davvero quella realtà per averla  vissuta in prima persona –, ma ci si avvale anche del supporto di uno psicologo o di uno psichiatra;  inoltre, fatto fondamentale, è la comunità intera ad assumersi la responsabilità dei ragazzi e del  problema della droga. Al cuore del nostro lavoro, quindi, c’è il quartiere, con una sfida ben precisa:  che non sia solo lo specialista a occuparsi dei tossicodipendenti ma tutta la comunità, dato che il  problema attraversa l’intera società. (...) 
Questa, però, non può limitarsi a incolpare lo Stato. È troppo facile, equivale a una totale  deresponsabilizzazione che porta, poi, a paventare certe idee per eliminare il problema come ad  esempio la depenalizzazione, la legalizzazione, che secondo molti causerebbe un indebolimento del  narcotraffico. I dibattiti che ci sono stati a Buenos Aires hanno introdotto per molto tempo concetti  equivoci che ci hanno allarmato: si è parlato di “consumo ricreativo” e di “consumo problematico”.  Alcuni dicevano che il consumo ricreativo risveglia qualità e capacità, che chiunque può gestirlo,  mentre il consumo problematico sarebbe quello dei ragazzi della  villa  che fumano il  paco  (droga  ricavata dallo scarto della lavorazione dellla cocaina,  ndr)  e non riescono a sostenere la loro vita.
Tuttavia, il concetto di consumo ricreativo è stato smentito dalla realtà: i ragazzi morti mentre si  avvicendavano quei dibattiti, infatti, avevano consumato sostanze per “ricrearsi”. Nel lavoro della comunità deve prevalere un circolo virtuoso che possa accompagnare le varie tappe della vita dei ragazzi, svolto attraverso istituzioni in cui i giovani siano coinvolti: un centro  sportivo, una scuola, la parrocchia. Abbiamo visto che nei quartieri più poveri alcuni anelli di questa catena saltano: salta la scuola o magari la parrocchia oppure il circolo sportivo. Allora i ragazzi  precipitano in un circolo vizioso, cominciano a vivere alla rovescia e il crimine e la droga si  insinuano nelle loro vite. Per questo è importante rafforzare il circolo virtuoso in cui parrocchia,  centro sportivo e scuola giocano un ruolo fondamentale in quanto fungono da importanti agenti di  prevenzione (...) Quando si lavora con uno sguardo a tutto tondo, i giovani guadagnano un  orizzonte e il circolo virtuoso che si crea può aiutarli a sviluppare le loro capacità. Le istituzioni  serie danno ai ragazzi un senso di appartenenza e offrono loro un riferimento positivo, creano un  mondo in cui non ci sia bisogno della droga per essere felici. Siamo ancora in tempo per salvare  molte vite e prevenire molti problemi.