venerdì 26 maggio 2017

Vaticano
La Stampa
(Alberto Mattioli) Sarà un film divino, la battuta è fin troppo facile. Jorge Bergoglio è il protagonista di  Pope Francis. A man of his word, (Papa Francesco. Un uomo di parola ), un film, annuncia Wim Wenders che lo  girerà, «non sul Papa, ma con il Papa», che si rivolgerà in prima persona agli spettatori rispondendo  alle loro domande su temi sensibili, ecologia, migrazioni, consumismo, giustizia sociale, insomma  quelli più «suoi». La notizia girava da qualche giorno. Ieri ha avuto conferma a Cannes, non al festivalone ma a un  festivalino parallelo, il  «Festival sacré de la Beauté» , il festival sacro della Bellezza, un «off  dell’anima», definizione degli organizzatori, a margine della kermesse profana.
C’era Wenders e  c’era chi l’ha «arruolato» nell’impresa, monsignor Dario Viganò, prefetto della Segreteria per la  Comunicazione della Santa Sede, l’uomo-cinema del Vaticano, non a caso habitué dei festival  internazionali. In realtà, il progetto è ancora embargatissimo e, fedeli alla consegna, alla tavola rotonda sulla  magnifica terrazza a picco sulla Croisette di una ricca e devota signora francese, Wenders e Viganò  non hanno parlato che di «spiritualità e cinema», come da programma. Però Viganò ha spiegato perché per raccontare Francesco sia stato scelto Wenders: «I patroni del  cinema dovrebbero essere gli angeli, perché sono fatti di luce e di movimento come il cinema, e  perché fanno la spola fra Dio e il cuore degli uomini. Ma non gli angeli del cascame devozionale,  gli angeli che citano le Scritture, Dante, Rilke, insomma gli angeli del Cielo sopra Berlino». Gli  angeli di Wenders. Benché rifiuti di definirsi cattolico o protestante, «sono ecumenico», il regista è però sicuramente  credente. E fan di Bergoglio: «Papa Francesco parla da solo e non c’è nessun bisogno di un  documentario su di lui. Per questo, dopo lunga riflessione e molti incontri con l’amico Dario,  abbiamo scelto un’altra strada», che dovrebbe appunto essere quella di un dialogo con i fedeli,  intervallato da immagini d’archivio del Pontefice.  Del resto, i primi approcci con il Vaticano risalgono al Giubileo del 2015, quando Wenders fece da  consulente per la regia tivù dell’apertura della Porta santa. «Papa Francesco è l’esempio vivente di  un uomo che si batte per ciò che dice - dice -. Nel nostro film, egli si rivolge direttamente allo  spettatore, in modo sincero e spontaneo». L’opera dovrebbe essere pronta per l’anno prossimo, coprodotta dal Centro vaticano per le  Comunicazioni, secondo film, dopo quello sulle Guardie svizzere presentato l’anno scorso a  Venezia, «made in Santa Sede». Nulla di nuovo: fra la Chiesa e il cinema la storia d’amore dura a  lungo, da quando, ricorda Viganò, Leone XIII fu il primo Papa a impartire una benedizione a favor  di telecamera. Poi Pio XII «recitò» in  Pastor Angelicus . Quanto a Francesco, si sa che predilige il  cinema italiano del Dopoguerra, che ha una passione per  I bambini ci guardano  di De Sica e  considera il cinema «una catechesi di umanità». Forse per questo ha deciso di farlo in prima  persona.