lunedì 22 maggio 2017

Vaticano
La Repubblica
(Alberto Melloni) L'ingresso in scena del Segretario di Stato Pietro Parolin nella manovra di seduzione politica dei grillini a danno del cattolicesimo italiano è stato felpato, come nello stile del personaggio, e spietato nei contenuti. Dire a Grillo di tenere giù le mani da san Francesco, infatti, non è una battuta: ha un valore e molte implicazioni. Sono passati 33 giorni da quando un intervista di Beppe Grillo all' Avvenire e una intervista del direttore di quel giornale Marco Tarquinio aveva postulato improbabili somiglianze fra il programma grillino e le preoccupazioni della chiesa cattolica.
Smentita da mons. Galantino, quella sortita era rimasta senza padri come molte delle cose che hanno agitato la vigilia della elezione della terna che martedì prossimo sarà consegnata al papa e dalla quale il papa sceglierà il presidente della Cei. Che però lì vi fosse qualcosa di più di un semplice incidente lo si è capito quando al termine della marcia su Assisi, portando la "fiaccola" del reddito di cittadinanza, Grillo aveva rivendicato ai militanti del movimento di essere i "nuovi francescani" e sostenuto una prossimità fra i propri atteggiamenti e di san Francesco. E a questo punto è intervenuto il Segretario di Stato in persona: Pietro Parolin ha sconfessato e ridicolizzato ogni possibile sovrapposizione fra i "temi" del francescanesimo e le posizioni grilline. Ha usato argomenti al tempo stesso ovvi e rivelatori. È evidente che san Francesco ha voluto fare una vita penitente, seguendo la "forma del santo evangelo", in una identificazione al Cristo, inverata dalla figura delle stigmate. Che il poverello di Assisi, nella sua sete di immedesimazione con il Cristo, sfugga ad ogni appropriazione politica è dunque il minimo che si possa dire a politici che parlano con le azioni e non con le dichiarazioni. Se però un uomo diplomaticamente esperto come Parolin ha deciso di uscire allo scoperto e prendere di petto Grillo deve avere avuto dei motivi seri. Tre si riescono a decifrare. Parolin ha capito benissimo che se il direttore di Avvenire, che è persona notoriamente prudente, s' è infilato in una avventura come quella di un mese fa, deve aver avuto qualche avallo o copertura. Davanti alla eventualità che fra i vescovi italiani e le molte aggregazioni cattoliche del paese ci sia qualcuno che dà già del tu ai grillini, se mai ispirato da ipotetiche analogie "valoriali", è comprensibile che la Santa Sede prenda la parola. Quel che è accaduto in Francia - dove i vescovi cattolici sono stati l' unica comunità di fede che non si è schierata in modo compatto nel ballottaggio Macron- Le Pen - si insegna che il populismo va curato per tempo: e la nettezza con cui Parolin ha respinto il tentativo di Grillo dice che la Segreteria di Stato a sua guida non sarà esitante o reticente in materia. Inoltre è evidente che come tanti - lo ha fatto anche D' Alema a Milano - anche Grillo intende avvantaggiarsi politicamente delle formule e del "casino" fatto da Francesco. E mettere un veto all' uso e all' abuso di Francesco è anche un ammonimento a tutti coloro che pensano di poter usare almeno un pochino della "aura" che circonda Francesco, scippando analisi e parole parola d' ordine. Infine Parolin ha risposto per dare un altolà su un punto delicatissimo. Grillo aveva fatto lamentare ai suoi le somme spese per le scuole pubbliche paritarie; una velata minaccia poi ritirata che proprio per questo sembrava un avvertimento intimidatorio, semplicemente irricevibile, specie nel confuso clima pre-elettorale di questa fase. San Francesco non ha bisogno di difensori. Se Parolin si è schierato è per dare il segno che la chiesa italiana ha bisogno di essere difesa da tentazioni vecchie e nuove.