venerdì 19 maggio 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
[Text: Italiano, English] 
Il webmagazine La Nuova Bussola Quotidiana pubblica una propria traduzione di un breve testo, a firma di Benedetto XVI, che comparirà come Postfazione nel libro del cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti,  "La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore"; testo che uscirà nelle traduzioni del libro già programmate come quella prossima in inglese.
Sarah c’insegna il silenzio: c’insegna a stare in silenzio con Gesù
Un passaggio della Lettera agli Efesini di sant’Ignazio di Antiochia mi ha particolarmente colpito sin da quando, negli anni 1950, ne lessi per la prima volta le epistole: «È meglio tacere ed essere [cristiani], che dire e non essere. Insegnare è una cosa eccezionale, se colui che parla pratica ciò che insegna.
Ora, vi è un solo Maestro che ha parlato e ciò che Egli ha detto è avvenuto. E persino ciò che Egli ha fatto silenziosamente è degno del Padre. Colui che ha davvero fatto proprie le parole di Gesù è anche capace di ascoltare il Suo silenzio onde essere perfetto: onde agire attraverso il suo dire ed essere cosciuto dal suo silenzio» (15). Cosa significa ascoltare il silenzio di Gesù e conoscerlo attraverso il suo silenzio? Dai Vangeli sappiamo che spesso Gesù trascorreva la notte da solo a pregare «sul monte», in dialogo con il Padre. Sappiamo che il suo dire, la sua parola viene dal silenzio e che può essere maturata solo lì. Dunque è logico che la sua parola possa essere intesa correttamente solo se si entra anche noi nel suo silenzio, se impariamo ad ascoltarla dal suo silenzio.
Per interpretare le parole di Gesù è certamente necessaria una cultura storica che c’insegni a capire il tempo e il linguaggio del tempo. Ma da sola la cultura storica non è sufficiente, se vogliamo sul serio comprendere il messaggio del Signore in profondità. Chi legga i commenti sempre più ampi che vengono fatti oggi al Vangelo resta alla fine deluso. Impara molte cose utili su quell’epoca così come tante ipotesi che ultimamente non contribuiscono affatto alla comprensione del testo. Alla fine si percepisce che in tutto quell’eccesso di parole manca qualcosa di essenziale: l’ingresso nel silenzio di Gesù, da cui è nata la parola. Se non siamo capaci di entrare nel suo silenzio, percepiremo sempre la parola solo alla superficie e quindi non la comprenderemo mai davvero.
Leggendo il nuovo libro del cardinal Robert Sarah, tutti questi pensieri sono tornati ad attraversare la mia anima. Sarah c’insegna il silenzio: c’insegna a stare in silenzio con Gesù, vera quiete interiore, e proprio in questo modo ci aiuta ad afferrare di nuovo la parola del Signore. Ovviamente di sé parla appena, ma qua e là ci lascia intravedere qualcosa della sua vita interiore. Rispondendo alla domanda di Nicolas Diat, «Nella sua vita ha mai pensato che le parole stessero diventando troppo ingombranti, troppo pesanti, troppo rumorose?», il cardinale risponde: «Nella preghiera e nella vita interiore ho sempre sentito il bisogno di un silenzio più profondo, più completo […]. I giorni di solitudine, di silenzio e di digiuno assoluto sono stati di grande sostegno. Sono stati una grazia senza precedenti, una lenta purificazione e un incontro personale con […] Dio […]. I giorni di solitudine, di silenzio e di digiuno, nutriti solo dalla Parola di Dio, permettono all’uomo di basare la propria vita su ciò che è essenziale».
Queste frasi rendono palese ciò di cui vive il cardinale, ciò che dà alle sue parole la loro profondità interiore. Da questa posizione privilegiata, egli può vedere i pericoli che minacciano di continuo la vita spirituale, anche dei sacerdoti e dei vescovi, e che quindi mettono pure a repentaglio la Chiesa stessa, nella quale non è raro che la Parola venga rimpiazzata da una verbosità che diluisce la grandezza della Parola. Vorrei citare solo un passo che può diventare un esame di coscienza di ogni vescovo: «Può succedere che un sacerdote buono e pio cada rapidamente nella mediocrità una volta elevato alla dignità episcopale, preoccupandosi solo del successo mondano. Sopraffatto dal peso dei doveri che incombono, preoccupato del potere, dell’autorità e delle necessità materiali del suo ministero, gradualmente esaurisce le energie».
Il cardinal Sarah è un maestro spirituale che parla dal profondo del silenzio con il Signore, dalla sua unione interiore con Lui, e per questo ha davvero qualcosa da dire a ognuno di noi.
Dobbiamo essere grati a Papa Francesco per avere nominato un tale maestro spirituale alla guida della congregazione che è responsabile della celebrazione della liturgia nella Chiesa. È vero che anche per la liturgia, così come per l’interpretazione delle Sacre Scritture, è necessaria una cultura specialistica. Ma è altrettanto vero che la specializzazione può finire per parlare della questione essenziale senza capirla se non si basa sull’unione profonda, interiore con la Chiesa orante, la quale continua sempre a imparare di nuovo dal Signore stesso cosa sia l’adorazione. Con il cardinal Sarah, maestro di silenzio e di preghiera interiore, la liturgia è in buone mani.
Fonte: Nuova Bussola Quotidiana - Traduzione di Marco Respinti
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Testo inglese (originale)
www.firstthings.com

Ever since I first read the Letters of Saint Ignatius of Antioch in the 1950s, one passage from his Letter to the Ephesians has particularly affected me: “It is better to keep silence and be [a Christian] than to talk and not to be. Teaching is an excellent thing, provided the speaker practices what he teaches. Now, there is one Teacher who spoke and it came to pass. And even what He did silently is worthy of the Father. He who has truly made the words of Jesus his own is able also to hear His silence, so that he may be perfect: so that he may act through his speech and be known through his silence” (15, 1f.). What does that mean: to hear Jesus’s silence and to know him through his silence? We know from the Gospels that Jesus frequently spent nights alone “on the mountain” in prayer, in conversation with his Father. We know that his speech, his word, comes from silence and could mature only there. So it stands to reason that his word can be correctly understood only if we, too, enter into his silence, if we learn to hear it from his silence.
Certainly, in order to interpret Jesus’s words, historical knowledge is necessary, which teaches us to understand the time and the language at that time. But that alone is not enough if we are really to comprehend the Lord’s message in depth. Anyone today who reads the ever-thicker commentaries on the Gospels remains disappointed in the end. He learns a lot that is useful about those days and a lot of hypotheses that ultimately contribute nothing at all to an understanding of the text. In the end you feel that in all the excess of words, something essential is lacking: entrance into Jesus’s silence, from which his word is born. If we cannot enter into this silence, we will always hear the word only on its surface and thus not really understand it.
As I was reading the new book by Robert Cardinal Sarah, all these thoughts went through my soul again. Sarah teaches us silence—being silent with Jesus, true inner stillness, and in just this way he helps us to grasp the word of the Lord anew. Of course he speaks hardly at all about himself, but now and then he does give us a glimpse into his interior life. In answer to Nicolas Diat’s question, “At times in your life have you thought that words were becoming too cumbersome, too heavy, too noisy?,” he answers: “In my prayer and in my interior life, I have always felt the need for a deeper, more complete silence. … The days of solitude, silence, and absolute fasting have been a great support. They have been an unprecedented grace, a slow purification, and a personal encounter with … God. … Days of solitude, silence, and fasting, nourished by the Word of God alone, allow man to base his life on what is essential.” These lines make visible the source from which the cardinal lives, which gives his word its inner depth. From this vantage point, he can then see the dangers that continually threaten the spiritual life, of priests and bishops also, and thus endanger the Church herself, too, in which it is not uncommon for the Word to be replaced by a verbosity that dilutes the greatness of the Word. I would like to quote just one sentence that can become an examination of conscience for every bishop: “It can happen that a good, pious priest, once he is raised to the episcopal dignity, quickly falls into mediocrity and a concern for worldly success. Overwhelmed by the weight of the duties that are incumbent on him, worried about his power, his authority, and the material needs of his office, he gradually runs out of steam.”
Cardinal Sarah is a spiritual teacher, who speaks out of the depths of silence with the Lord, out of his interior union with him, and thus really has something to say to each one of us.
We should be grateful to Pope Francis for appointing such a spiritual teacher as head of the congregation that is responsible for the celebration of the liturgy in the Church. With the liturgy, too, as with the interpretation of Sacred Scripture, it is true that specialized knowledge is necessary. But it is also true of the liturgy that specialization ultimately can talk right past the essential thing unless it is grounded in a deep, interior union with the praying Church, which over and over again learns anew from the Lord himself what adoration is. With Cardinal Sarah, a master of silence and of interior prayer, the liturgy is in good hands.
Benedict XVI writes from Vatican City.
This essay was written as an afterword for, and will appear in a future printing of, Robert Cardinal Sarah’s The Power of Silence: Against the Dictatorship of Noise, published last month by Ignatius Press.