giovedì 11 maggio 2017

Vaticano
Messaggio all’assemblea del Celam. Contro il cancro della corruzione
L'Osservatore Romano
La corruzione è come «un cancro» che «distrugge popolazioni intere soggiogandole alla precarietà» e «corrode la vita quotidiana del nostro popolo». Lo scrive Papa Francesco in un messaggio inviato ai presuli riuniti dal 9 al 12 maggio in Salvador per l’assemblea del Consiglio episcopale latinoamericano. Ne pubblichiamo di seguito il testo in una traduzione italiana dallo spagnolo.
Ai miei fratelli Vescovi riuniti nell’Assemblea del CELAM
Cari fratelli,
desidero avvicinarmi a voi in queste giornate di Assemblea che ha come mistica di fondo la celebrazione dei 300 anni di Nostra Signora Aparecida. E con voi mi piacerebbe poter “visitare” questo Santuario. Una visita di figli e di discepoli, visita di fratelli che come Mosè vogliono togliersi i sandali in questa terra santa che sa accogliere l’incontro di Dio con il Suo popolo.

Così vorrei che fosse anche la nostra “visita” ai piedi della Madre, affinché ci generi nella speranza e temperi i nostri cuori di figli. Sarebbe come “tornare a casa” per guardare, contemplare, ma soprattutto lasciarci guardare e trovare da Colui che ci ha amati per primo. Trecento anni fa un gruppo di pescatori uscì come sempre per gettare le reti. Uscirono per guadagnarsi da vivere e furono sorpresi da un ritrovamento che cambiò i loro passi: nella loro quotidianità vennero trovati da una piccola immagine tutta ricoperta di fango.
Era Nostra Signora della Concezione, immagine che per quindici anni rimase nella casa di uno di loro, e lì i pescatori andavano a pregare e Lei li aiutava a crescere nella fede. Ancora oggi, 300 anni dopo, Nostra Signora Aparecida ci fa crescere, ci immerge in un cammino discepolare.
Aparecida è una vera e propria scuola di discepolato. E, al riguardo, vorrei segnalare tre aspetti. Il primo sono i pescatori. Non erano molti, un gruppetto di uomini che ogni giorno uscivano per affrontare la giornata e sfidare l’incertezza che il fiume riservava loro. Uomini che vivevano con l’insicurezza di non sapere mai quale sarebbe stato il “guadagno” della giornata; incertezza per nulla facile da gestire quando si tratta di portare a casa da mangiare, e soprattutto quando in quella casa ci sono bambini da nutrire. I pescatori sono quegli uomini che conoscono in prima persona l’ambivalenza che si crea tra la generosità del fiume e l’aggressività delle sue esondazioni. Uomini abituati ad affrontare le inclemenze con il vigore e una certa santa “ostinazione” di chi ogni giorno non smette — perché non può — di gettare le reti.
Questa immagine ci avvicina al centro della vita di tanti nostri fratelli. Vedo volti di persone che dall’alba fino a notte fonda escono per guadagnarsi da vivere. E lo fanno con l’insicurezza di non sapere quale sarà il risultato. E a far più male è che — quasi sempre — escono ad affrontare l’inclemenza generata da uno dei peccati più gravi che flagella oggi il nostro continente: la corruzione, quella corruzione che spazza via vite gettandole nella più estrema povertà. Corruzione che distrugge popolazioni intere soggiogandole alla precarietà. Corruzione che, come un cancro, corrode la vita quotidiana del nostro popolo. Ed ecco tanti nostri fratelli che, in modo ammirevole, escono per lottare e fronteggiare gli “straripamenti” di molti... di molti che non hanno bisogno di uscire. Il secondo aspetto è la madre. Maria conosce in prima persona la vita dei suoi figli. In creolo oso dire: è una madraza, una buona madre. Una madre attenta che accompagna la vita dei suoi. Va dove non la si aspetta.
Nel racconto di Aparecida la troviamo in mezzo al fiume avvolta nel fango. Lì aspetta i suoi figli, lì sta con i suoi figli in mezzo alle loro lotte e ricerche. Non ha paura d’immergersi con loro nelle vicissitudini della storia e, se è necessario, sporcarsi per rinnovare la speranza. Maria appare là dove i pescatori gettano le reti, là dove quegli uomini cercano di guadagnarsi da vivere. Lei è là. Infine, l’incontro. Le reti non si riempirono di pesci ma di una presenza che colmò la vita dei pescatori e diede loro la certezza che nei loro tentativi, nelle loro lotte, non erano soli. Era l’incontro di quegli uomini con Maria. Dopo averla pulita e restaurata, la portarono in una casa dove rimase per un bel po’ di tempo. Quel focolare, quella casa, fu il luogo dove i pescatori della regione incontravano Aparecida. E quella presenza si fece comunità, Chiesa. Le reti non si riempirono di pesci, si trasformarono in comunità. Ad Aparecida troviamo la dinamica del popolo credente che si confessa peccatore e salvato, un popolo forte e ostinato, consapevole che le sue reti, la sua vita è piena di una presenza che lo incoraggia a non perdere la speranza; una presenza che si nasconde nella quotidianità del focolare e delle famiglie, in quegli spazi silenziosi dove lo Spirito Santo continua a puntellare il nostro continente. Tutto ciò ci presenta una bella icona che noi, pastori, siamo invitati a contemplare.
Siamo venuti come figli e come discepoli ad ascoltare e imparare ciò che, a distanza di 300 anni, quell’evento continua a dirci. Aparecida (quella apparizione come oggi l’esperienza della Conferenza) non ci porta ricette, bensì chiavi, criteri, piccole grandi certezze per illuminare e, soprattutto, “accendere” il desiderio di toglierci ogni indumento inutile e ritornare alle radici, all’essenziale, all’atteggiamento che piantò la fede agli inizi della Chiesa e poi fece del nostro continente la terra della speranza. Aparecida vuole solo rinnovare la nostra speranza in mezzo a tante “inclemenze”. Il primo invito che questa icona ci fa come pastori è d’imparare a guardare al Popolo di Dio. Imparare ad ascoltarlo e a conoscerlo, a dargli l’importanza e il posto che gli spettano. Non in modo concettuale od organizzativo, nominale o funzionale. Sebbene sia certo che oggigiorno c’è una maggiore partecipazione di fedeli laici, molte volte li abbiamo relegati all’impegno intra-ecclesiale, senza un chiaro sprone, affinché permeino, con la forza del Vangelo, gli ambiti sociali, politici, economici e universitari. Imparare ad ascoltare il Popolo di Dio significa scalzarci dei nostri pregiudizi e razionalismi, dei nostri schemi funzionali, per conoscere come lo Spirito agisce nel cuore di tanti uomini e donne che con grande vigore non smettono di gettare le reti e lottano per rendere credibile il Vangelo, per conoscere come lo Spirito continua a muovere la fede della nostra gente; quella fede che non sa tanto di guadagni e di successi pastorali, quanto di ferma speranza.
Quanto abbiamo da imparare dalla fede della nostra gente! La fede delle madri e delle nonne che non hanno paura di sporcarsi per portare avanti i propri figli. Sanno che il mondo in cui devono vivere è infestato d’ingiustizie, dovunque vedono e sperimentano la carenza e la fragilità di una società che si frammenta ogni giorno di più, dove l’impunità della corruzione continua a mietere vittime e a destabilizzare le città. Non lo sanno solo... lo vivono. E sono il chiaro esempio della seconda realtà che come pastori siamo invitati a fare nostra: non dobbiamo aver paura di sporcarci per la nostra gente. Non dobbiamo aver paura del fango della storia pur di riscattare e rinnovare la speranza. Pesca solo colui che non ha paura di rischiare e d’impegnarsi per i suoi. E ciò non nasce dall’eroicità o dall’istinto kamikaze di alcuni, e non è neanche un’ispirazione individuale di qualcuno che si vuole immolare. È tutta la comunità credente ad andare alla ricerca del suo Signore, perché è solo uscendo e lasciando le sicurezze (che tante volte sono “mondane”) che la Chiesa si centra, è solo smettendo di essere autoreferenziali che possiamo ri-centrarci in Colui che è fonte di Vita e di Pienezza.
Per poter vivere con speranza è fondamentale che ci ri-centriamo in Gesù Cristo che già abita al centro della nostra cultura e viene a noi sempre nuovo. Lui è il centro. Questa certezza, e invito, aiuta noi pastori a incentrarci in Cristo e nel suo Popolo. Loro non sono antagonisti. Contemplare Cristo nel suo popolo è imparare a decentrarci da noi stessi per centrarci nell’unico Pastore. Ri-centrarci con Cristo nel suo Popolo è avere il coraggio di andare verso le periferie del presente e del futuro affidandoci alla speranza che il Signore continuerà a essere presente e che la sua presenza sarà fonte di vita in abbondanza. Da qui verranno la creatività e la forza per giungere dove si generano i nuovi paradigmi che stanno regolando la vita dei nostri paesi e per poter raggiungere, con la Parola di Gesù, i nuclei più profondi dell’anima delle città dove, ogni giorno di più, cresce l’esperienza di non sentirsi cittadini, ma piuttosto “cittadini a metà”, “avanzi urbani” (cfr. Evangelii gaudium, n. 74). Certo, non lo possiamo negare, la realtà si presenta a noi sempre più complessa e sconcertante, ma ci viene chiesto di viverla come discepoli del Maestro senza permetterci di essere osservatori asettici e neutrali, ma uomini e donne appassionati del Regno, desiderosi d’impregnare le strutture della società con la Vita e l’Amore che abbiamo conosciuto. E questo non come colonizzatori o dominatori, ma condividendo il buon odore di Cristo, e che sia questo odore a continuare a trasformare vite. Vi ripeto, come fratello, quel che ho scritto in Evangelii gaudium (n. 49): «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6, 37)».
Tutto ciò aiuterà a rivelare la dimensione misericordiosa della maternità della Chiesa che, sull’esempio di Aparecida, sta tra i “fiumi e il fango della storia”, accompagnando e incoraggiando la speranza affinché ogni persona, dovunque si trovi, possa sentirsi a casa, possa sentirsi figlio amato, cercato e atteso. Questo sguardo, questo dialogo con il popolo fedele di Dio, offre al pastore due atteggiamenti molto belli da coltivare: il coraggio per annunciare il Vangelo e la sopportazione per affrontare le difficoltà e i dispiaceri che la stessa predicazione provoca.
Nella misura in cui ci faremo coinvolgere nella vita del nostro popolo fedele e toccheremo il fondo delle sue ferite, potremo guardare senza “filtri clericali” il volto di Cristo, andare al suo Vangelo per pregare, pensare, discernere e lasciarci trasformare, a partire dal suo volto, in pastori di speranza. Che Maria, Nostra Signora Aparecida, continui a condurci da suo Figlio affinché i nostri popoli in Lui abbiano vita… e in abbondanza. E, per favore, vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me. Che Gesù vi benedica e la Vergine Maria si prenda cura di voi.
Fraternamente,
Vaticano, 8 maggio 2017
Francesco

L'Osservatore Romano, 11-12maggio 2017