giovedì 25 maggio 2017

Vaticano
Repubblica 
(Alberto Melloni) (Testo del 24 maggio 2017) Infilata in una angusta finestra mattutina, collocata fra la messa e l’udienza generale del mercoledì,  l’incontro di oggi con papa Francesco metterà davanti a “The Real Donald” il successore di Pietro:  non il capo della Città del Vaticano, nemmeno il supremo pastore del cattolicesimo romano, ma il  successore di Pietro, che come dicono di lui gli Atti degli apostoli, non ha «né oro né argento», ma è voce di unità delle chiese. Bergoglio ha fatto in silenzio una vera riforma del papato.
Ha costruito  una fraternità a tutta prova con il patriarca ecumenico Bartholomeos; ha abbracciato senza  condizioni Kyril il patriarca di Mosca e di tutte le Russie; ha manifestato fisicamente vicinanza al  papa della chiesa copta Tawardos; ha fissato un pellegrinaggio in Sudan con l’arcivescovo di  Canterbury; a Lund ha abbracciato le vescove e i vescovi luterani, e ha aperto una porta al contatto  con i pentecostali. I comunicati ufficiali già scritti diranno di cordialità e differenze; gli sherpa faranno trapelare che  Trump ha concesso qualcosa sul clima o che il Papa ha apprezzato il cattolicesimo della First Lady.  Ma la realtà di quell’incontro è un’altra. Alla chiesa dei poveri, alla chiesa che “parla attraverso Pietro”, ripugna quella che il New York  Times ha definito la «fame di caos» di Trump. Là dove Trump compie piroette e giravolte  geopolitiche seguendo l’odore delle commesse militari, chi segue Gesù vede solo una geopolitica  molto vecchia, con troppo poveri e troppo ricchi, elenchi ormai cortissimi di “paesi canaglia” e  orizzonti di catastrofi più grandi di quelle già viste. Questa visione non è cosa che il vicario di  Pietro debba dire a Trump o ad altri: è cosa che il Papa “è”. Il presidente americano è abituato a confrontarsi con i telepredicatori evangelicali come Paula  White, che con un gesto sacramentale lo aveva “unto” in una cresima tutta politica, celebrata fra gli  ori della sua casa newyorchese. A Roma si troverà davanti Pietro. E non sarà, la sua, una Canossa  ingentilita dallo stile diplomatico. Sarà peggio. Il celebre incontro del 1077, quando Gregorio VII fece attendere tre giorni al freddo l’imperatore  penitente fuori dal castello di Matilde, era in fondo l’inizio di una ideologia della cristianità che se  durasse ancora oggi avrebbe qualcosa da dare a Trump. In quel ciclo, che coincide col secondo  millennio della storia cristiana, papato e potere sembravano condannati a una reciproca ipnosi e  simbiosi: fosse quello di Carlo V, di Napoleone o di Mussolini, la chiesa come potere doveva  trattare coi poteri, piegarsi o farsi piegare. In quella mentalità Trump avrebbe avuto interesse nel chiedere udienza al Papa che nel febbraio  2016 lo aveva fulminato dicendo che «chi fa muri non è cristiano» e dovuto accettare di parlare con  l’uomo che sui trafficanti di armi ha detto parole di fuoco. E poteva essere perfino necessario per il  Papa ricevere l’uomo che lo aveva definito «un politico al soldo del Messico» e lo aveva minacciato dicendo che, quando l’Isis avrebbe attaccato il Vaticano, la Santa Sede avrebbe dovuto sperare di  avere lui alla Casa Bianca. Ma questa logica non funziona, almeno adesso. Il successore di Pietro non compra armi: e non si  farà incantare da promesse sui temi “non negoziabili” che ricordano il piccolo cabotaggio dell’era  Berlusconi-Ruini, quando la terza guerra mondiale a pezzi era agli inizi. Il Papa parlerà solo della  sete di pace di tutti i cristiani e dei fratelli non cristiani di tutti i cristiani. Trump dal canto suo dovrà provare a far dimenticare che la sua è la prima amministrazione che ha  cercato di scassare l’unità della chiesa e della chiesa cattolica americana. La sulfurea figura di Steve Bannon — il guru ideologico di Trump è cattolico almeno di origine — è stata la spalla mediatica  del cardinale Burke e dei cardinali che hanno attaccato il magistero sul matrimonio del Papa. A Riad è stato fotografato insieme ai famigliari del presidente con i quali tutti cercano di fare affari. Vedremo se avrà il buon gusto di star lontano dal Vaticano. In ogni caso Francesco non si  inquieterà. Ha dalla sua un vecchio adagio che dice “chi mangia papa crepa”, e che a medio termine funziona sempre. Lo stile petrino del Papa fa il resto. E ha dalla sua la tranquillità di chi sa di essere Pietro. Un Pietro a cui non serve molto tempo per mostrare a Trump che fra i telepredicatori e Pietro c’è un abisso.