domenica 14 maggio 2017

(Luis Badilla - ©copyright) Ieri, il cardinale Segretario di stato Pietro Parolin è stato chiaro, preciso e perentorio quando ha risposto ad alcune domande dei giornalisti al seguito di Papa Francesco. Le domande facevano riferimento alla lunga, grave e complessa crisi del Venezuela, ben visibile sulla spianata del santuario di Fatima. Da giorni, in particolare nei momenti di maggiore presenza di fedeli e pellegrini, a Fatima si vedevano decine di bandiere venezuelane e decine anche di cartelli che denunciavano situazioni disperate nel Paese, dalla mancanza di cibo e farmaci alla mancanza di libertà e rispetto dei diritti umani.
Le riflessioni del cardinale Parolin, interpellato da alcuni giornalisti, sono state brevi ma lapidarie:  "Occorre molta buona volontà cominciando dal governo, il quale deve dar segnali che desidera risolvere (la crisi) e desidera anche tener in considerazione il clamore del popolo e quindi cercare soluzioni. A mio avviso le soluzioni sono le elezioni. Il Papa chiama a tutti ad essere sensati e a fare ogni cosa per trovare cammini d'intesa e soluzioni per la crisi. Questo è l'appello del Papa e si rivolge a tutti.
In queste espressioni del Segretario di Stato non c'è nulla che possa essere equivocato o manipolato come spesso è accaduto da oltre un anno da parte del governo di Maduro ma anche da parte dei partiti dell'opposizione che, fin dall'inizio, hanno provato in tutti i modi a cavalcare la buona volontà vaticana e la disponibilità e generosità di Papa Francesco, per trarre piccoli vantaggi tattici, guadagnare tempo, montare effetti mediatici, raccattare qualche disperato consenso in un Paese ormai polarizzato allo spasmo.
La Santa Sede sino ad oggi non aveva mai parlato di "elezioni" seppure, da sempre, le sue analisi l'hanno portato a concludere che questa crisi poteva avere un solo arbitro: il ritorno garantito e sereno alla sovranità del popolo venezuelano, l'unico che può decidere sul destino della nazione. Con ogni probabilità gli attori della diplomazia vaticana lavoravano affinché l’opzione “elezione” venisse fuori nel dialogo senza che apparisse traumatica per l’una e per l’altra parte.
Si evitò dunque sempre di usare la parola "elezione" per non dare minimamente la sensazione di esclusione e anche, in un secondo momento, per non apparire in sintonia con quanto chiedevano le opposizioni seppure c’era differenza tra Santa Sede e il "Tavolo per l'unità democratica" (MUD). Dalle parole del card. Parolin si evince un auspicio generale: elezioni di tutte le cariche. Le opposizioni invece vorrebbero che venissero rinnovate tutte le cariche dello stato tranne i membri dell'Assemblea Nazionale, eletta alla fine del 2015, controllata dai partiti anti-Maduro. Una tale richiesta questi partiti oppositori l'avevano comunicata al Papa con una lettera aperta, che si concludeva così: Il Tavolo per l'unità democratica (MUD), senza eccezione è compatto, e “lascia in chiaro di fronte ai venezuelani e al mondo che l'unico dialogo che si accetta oggi in Venezuela è il dialogo dei voti, l’unica via per superare la crisi e ristabilire la democrazia, oggi, in Venezuela, sotto sequestro. In ciò, caro Padre, di nuovo c'è una cosa: non vi sono divisioni e dissidi nel Tavolo per l'unità democratica”.
La questione di fondo della crisi venezuelana è questa sorta di (presunto e ipotetico) “pareggio politico-sociale”, ma sino ad oggi impossibile da verificare, ragion per cui - le due parti - rivendicano in favore della propria parte la “maggioranza del popolo” e in questa rivendicazione verbale ciascuna crede di trovare e sostentare la propria legittimità.
Le elezioni, se libere, serene e garantite, sono l’occasione migliore e giusta per risolvere questa questione, ma forse, in Venezuela, nessuna delle parti vuole veramente ascoltare la volontà del popolo.
Per ora non si registrano reazioni dalle parti. Sembra plausibile che le opposizioni aderiscano alle considerazioni del cardinale Parolin escludendo da eventuali elezioni il Parlamento o Assemblea Nazionale. Da parte sua il Presidente Maduro, da giorni impegnato in una farraginosa quanto assurda riforma costituzionale non necessaria, proposta fuori tempo massimo, assediato politicamente fuori e dentro del Paese, senza altre risorse da sfruttare se non la repressione, e con una Paese incontrollabile, sicuramente non applaudirà le considerazioni della Santa Sede, del cardinale P. Parolin.
Per ora, in attesa dei nuovi sviluppi della crisi, una cosa è già definitiva e chiara: la Santa Sede è fuori da questo conflitto, nel quale si è speso con generosità e sincerità, rischiando non poco, pagando alcuni prezzi che hanno danneggiato l’immagine della sua diplomazia. E' finito il gioco, tutto venezuelano, di provare ad usare politicamente la buona fede vaticana. E questo chiarimento è molto utile e forse potrebbe accelerare la ricerca di una soluzione che consenta di risparmiare al popolo venezuelano altre sofferenze, lutti e miserie.
Il Venezuela è una nazione che non merita il trattamento che ai suoi figli hanno riservato le oligarchie politiche che dal 1999 hanno costruito le rispettive fortune politiche sulla pelle del popolo. Non sarà facile e forse neanche possibile in tempi brevi, ma per il Venezuela la vera soluzione sono partiti, politici e programmi nuovi, che non abbiano nulla a che fare con le macerie del chavismo e con le macerie dei partiti storici e tantomeno con sei o sette aspiranti presidenziali, versioni rivedute ma logore del “caudillismo” latinoamericano che finisce, come dimostra la storia, con sostituire un “uomo forte” con un altro “uomo forte” senza che cambi mai nulla.
L'opposizione venezuelana al Papa: grazie di cuore, ma per noi l'unico dialogo è quello del voto e delle urne