martedì 23 maggio 2017

Vaticano
Appello del cardinale segretario di Stato. Pace per il Venezuela
L'Osservatore Romano
Un invito «a pregare per il Venezuela e per tutti i Paesi del mondo che sperimentano nella loro carne lacerazioni e conflitti» è stato rivolto dal cardinale Pietro Parolin ai missionari della Consolata, nel ricordo del suo servizio come nunzio apostolico a Carcacas, quando ebbe modo di conoscere le attività svolte dalle religiose e dai religiosi dell’istituto fondato dal beato Luigi Allamano nella capitale venzuelana e sul delta dell’Orinoco.
Occasione è stata la messa celebrata dal segretario di Stato lunedì 22 maggio per l’apertura del ventitreesimo capitolo generale dei missionari della Consolata. All’omelia il porporato ha esortato i capitolari «a sfogliare il grande libro fra le cui pagine scorre il carisma ereditato dal fondatore e rinverdito in più di un secolo dall’esperienza di tanti confratelli». Al contempo ha chiesto di «guardare avanti, con il desiderio di comprendere dove il Signore vuole condurre» i missionari della Consolata, che compito vuole assegnare loro, in quale periferia del mondo decideranno di abitare, a chi vorranno rivolgersi. Il cardinale Parolin si è detto consapevole che «le difficoltà non mancano» come evidenziato dal Papa nell’Evangelii gaudium (52-75). «Nascono — ha spiegato — dal contesto sociale, politico, economico, culturale e religioso» e, ha avvertito, «non possono essere lontane dalla vostra attenzione, perché rappresentano il terreno dove la gente vive, pensa e lavora; ma anche quello dove gran parte dell’umanità viene discriminata, schiavizzata, stigmatizzata e umiliata. Chi conosce Cristo e chi mai ne ha sentito parlare, chi lo accetta e chi si disinteressa di Lui: tutti entrano in questo scenario in cui il missionario agisce come attore e non come semplice comparsa». Commentando le letture della liturgia, il segretario di Stato ha poi rilanciato il “progetto capitolare” dei missionari della Consolata con il desiderio di “ristrutturare” l’istituto religioso che dovrebbe essere inteso non come «un semplice restyling, come si fa con le autovetture quando iniziano a perdere mercato».
Tuttavia, ha sottolineato il celebrante, «cambiare la struttura di un’organizzazione non servirebbe a nulla se il lavoro non fosse accompagnato da una fecondità pasquale che tocca nel profondo la persona stessa del missionario». Del resto sempre nell’Evangelii gaudium Francesco fa «seguire all’elenco delle sfide del mondo contemporaneo una serie di tentazioni che possono rendere sterili gli sforzi missionari, l’autenticità della testimonianza e la proposta vocazionale» (76-109). Da qui il rilancio della vita religiosa comunitaria come antidoto a tali tentazioni. «Le comunità sono costituite da singole persone — ha spiegato — e saranno rivitalizzanti nella misura in cui verranno esse stesse rivitalizzate da persone rinnovate nello spirito e gioiosamente entusiaste della propria missione». Inoltre, ha proseguito, «creare comunità di questo tipo significa offrire alla Chiesa delle risorse di prima qualità, delle forze evangelizzatrici capaci di attrarre alla vita buona del Vangelo».
Ecco allora le consegne conclusive del porporato ai capitolari: «Non disperdete il valore del vivere bene insieme, con quello spirito di famiglia su cui il fondatore insisteva. È un valore che oggi moltiplicate in maniera esponenziale grazie alla ricchezza multiculturale». Anche perché oggi, purtroppo, c’è «chi pensa che la proclamazione della fede vada fatta con arroganza, usando le maniere forti, arrivando a umiliare, perseguitare e persino uccidere in nome di Dio»; mentre «al missionario, uomo di frontiera, viene richiesto di essere uomo di dialogo, costruttore di giustizia e pace, coraggioso profeta di riconciliazione».

L'Osservatore Romano, 23-24 maggio 2017