martedì 23 maggio 2017

Corriere della Sera
(Gian Guido Vecchi) «...E adesso, solennemente: extra omnes!». Francesco sorride e alza lo sguardo verso i giornalisti, dev' essere la prima volta che un Papa pronuncia il «fuori tutti» riservato, in genere, all' inizio del Conclave. Ma la battuta ha un fondo di verità, nell' aula del Sinodo si vedono facce un po' smarrite: in fondo è la prima volta dalla nascita della Cei, anno 1952, che i vescovi italiani sono chiamati a votare, o almeno a esprimere una preferenza, per il loro presidente. Fino al cardinale Angelo Bagnasco, che ha concluso il suo secondo mandato e si congeda dopo 10 anni, è stato il Papa a nominarlo direttamente. Francesco avrebbe preferito che anche la Cei, come le altre conferenze episcopali del pianeta, eleggesse da sé il presidente.I vescovi volevano però mantenere la posizione particolare della Chiesa italiana, che comprende il Papa come vescovo di Roma. Alla fine è passata una via di mezzo: stamattina l' assemblea generale voterà a maggioranza assoluta tre nomi da proporre al Papa, cui spetterà la scelta finale. Non sono definiti i tempi della nomina, Francesco potrebbe decidere già oggi o aspettare qualche giorno. Né ci sono candidati ufficiali. Dall' incontro riservato con i vescovi filtra una frase del Papa, «ricordate che non sono vincolato dalla terna», scherzosa fino a un certo punto. Il messaggio è: scegliete bene. Nella meditazione consegnata a ciascun vescovo, Francesco mette in guardia dalle «logiche di potere e di successo, forzatamente presentate come funzionali all' immagine sociale della Chiesa», dalla tentazione di «ridurre il Cristianesimo a una serie di principi privi di concretezza», da «chiusure e resistenze: le nostre infedeltà sono una minaccia ben peggiore delle persecuzioni», e dalla «tiepidezza del compromesso, l' indecisione calcolata, l' insidia dell' ambiguità». Tra 226 diocesi, circa 250 elettori (compresi i vescovi ausiliari) e la complessità della votazione separata dei tre candidati (ciascuno deve ottenere il 50% più uno), il panorama è incerto. Se nella terna ci fosse il cardinale di Perugia Gualtiero Bassetti, si dice Oltretevere, il Papa sceglierebbe lui: si è formato nella Firenze di Della Costa, La Pira e don Milani, Francesco gli ha dato la porpora a sorpresa (l' ultimo cardinale di Perugia cardinale era stato nel 1853 Vincenzo Gioacchino Pecci, poi papa Leone XIII) e ne ha grande stima, di recente ha compiuto 75 anni e il Papa lo ha prorogato senza scadenze. Altri nomi ricorrenti sono quelli del vescovo di Fiesole Mario Meini e del cardinale di Firenze Giuseppe Betori per il Centro, e del vescovo teologo di Novara Franco Giulio Brambilla nel Nord Italia. E poi c' è il Sud, quasi metà degli elettori: si parla del cardinale di Agrigento Francesco Montenegro, dell' arcivescovo di Taranto Filippo Santoro e del vescovo di Teramo Michele Seccia. Ma gli «outsider» sono numerosi. Non è eleggibile il segretario della Cei, Nunzio Galantino, perché il presidente deve essere un vescovo che regge una diocesi. Nel salutare Bagnasco, Francesco ha esclamato: «Vorrei ringraziarlo per questi dieci anni di servizio e anche la pazienza che ha avuto con me, non è facile lavorare con questo Papa!». E poi ha scherzato sulla visita nella diocesi del cardinale, sabato: «Ci vogliamo bene, un' amicizia bella, ho solo una paura: quanto mi farà pagare per entrare a Genova, sapete come son fatti i genovesi...». Francesco ha parlato con i vescovi due ore, anche qui il messaggio è chiaro: «La mia idea è fare un dialogo sincero, domandare e dirsi le cose senza paura, sono disposto anche a sentire opinioni non piacevoli per me. Quando non c' è dialogo e chi presiede non lo permette, si semina il chiacchiericcio, e questo è peggio».