domenica 28 maggio 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
Oggi 40.mo anniversario dell’ordinazione episcopale del Papa emerito Benedetto XVI: Joseph Ratzinger è stato ordinato vescovo il 28 maggio 1977 nel Liebfrauendom, la cattedrale di Monaco. I principali consacranti furono il vescovo di Würzburg Josef Stangl, il vescovo di Ratisbona Rudolf Graber, e il vescovo Ernst Tewes, ausiliare di Monaco.Con la sua nomina, dopo ottant’anni la cattedra episcopale veniva di nuovo affidata a un sacerdote della grande diocesi bavarese. Il 2 giugno, nel concistoro del 27 giugno dello stesso anno, è stato creato cardinale da Paolo VI. (Video della consacrazione)
(Luis Badilla - ©copyright) 40 anni fa: Il 24 marzo 1977, Joseph Ratzinger, venne nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga da papa Paolo VI ed il 28 maggio dello stesso anno ricevette la consacrazione episcopale per mano di Josef Stangl, vescovo di Würzburg, assistito dal vescovo di Ratisbona Rudolf Graber e dal vescovo ausiliare di Monaco e Frisinga Ernst Tewes. Come motto episcopale scelse l'espressione Cooperatores veritatis, collaboratori della verità, tratta dalla Terza lettera di Giovanni al versetto 8.
Lo stesso monsignor Ratzinger ne dette spiegazione:«Per un verso, mi sembrava che era questo il rapporto esistente tra il mio precedente compito di professore e la nuova missione. Anche se in modi diversi, quel che era e continuava a restare in gioco era seguire la verità, stare al suo servizio. E, d'altra parte, ho scelto questo motto perché nel mondo di oggi il tema della verità viene quasi totalmente sottaciuto; appare infatti come qualcosa di troppo grande per l'uomo, nonostante che tutto si sgretoli se manca la verità.» Il 15 febbraio 1982, poco meno di un lustro dopo la nomina episcopale, si dimise da arcivescovo di Monaco e Frisinga in virtù delle nuove disposizioni papali che lo chiamarono a stabilirsi in Vaticano (da “La mia vita” – Joseph Ratzinger)(1).
Con la consacrazione episcopale comincia nel cammino della mia vita il presente. Il presente, difatti, non è una determinata data, ma l’adesso di una vita, che può essere lun¬go o breve. Per me quello che è cominciato con l’imposizio¬ne delle mani durante la consacrazione episcopale nella cattedrale di Monaco è ancora l’adesso della mia vita. Per questo non posso descriverlo come un ricordo, ma, appunto, pos¬so solo tentare di adempiere bene questo adesso.
Ma, allora, che cosa devo dire a conclusione di questi appunti? Come motto episcopale ho scelto due parole dalla terza lettera di san Giovanni: “collaboratori della verità”, anzitutto perché mi pareva che potessero ben rappresentare la continuità tra il mio compito precedente e il nuovo incarico: pur con tutte le differenze si trattava e si tratta sempre della stessa cosa, seguire la verità, porsi al suo servizio. E dal momento che nel mondo di oggi l’argomento “verità” è quasi scomparso, perché appare
troppo grande per l’uomo, e tuttavia tutto crolla, se non c’è la verità, questo motto episcopale mi è sembrato il più in linea con il sia il suo significato. Per me è l’espressione dell’universalità della Chiesa, che non conosce nessuna distinzione di razza e di classe, poiché noi tutti “siamo uno” in Cristo (Gal 3,28).
Inoltre, ho scelto per me altri due simboli. Il primo è la conchiglia, che è anzitutto il segno del nostro essere pellegrini, del nostro essere in cammino: “Non abbiamo qui una stabile dimora”. Ma essa mi ricorda anche la leggenda secondo cui Agostino, che si lambiccava il cervello intorno al mistero della Trinità, avrebbe visto sulla spiaggia un bambino che gio¬cava con una conchiglia, con cui attingeva l’acqua del mare e cercava di travasarla in una piccola buca. Gli sarebbe stato detto: tanto poco questa buca può contenere l’acqua del mare, quanto poco la tua ragione può afferrare il mistero di Dio. Per questo la conchiglia rappresenta per me un richiamo al mio grande maestro, Agostino, un richiamo al mio lavoro teologico e, insieme, alla grandezza del mistero, che è sem¬pre molto più grande di tutta la nostra scienza.
Infine, dalla leggenda di Corbiniano, fondatore della diocesi di Frisinga, ho preso l’immagine dell’orso. Un orso - così racconta que¬sta storia - aveva sbranato il cavallo del santo, che stava re¬candosi a Roma. Corbiniano lo rimproverò aspramente per quel misfatto e, come punizione, gli caricò sulle spalle il far¬dello che fino a quel momento era stato portato dal cavallo. L’orso dovette trasportare quel fardello fino a Roma e solo qui il santo lo lasciò libero di andarsene.
L’orso che portava il carico del santo mi ricorda una delle meditazioni sui Salmi di sant’Agostino. Nei versetti 22 e 23 del salmo 72 (73)(2).  Agostino vedeva espressi il peso e la speranza della sua vita. Quel che egli trova espresso in questi versetti, e che presenta nel suo commento, è come un autoritratto, tracciato davanti a Dio e, dunque, non solo un pio pensiero, ma spiegazione della vita e luce nel cammino.
Quel che Agostino scrive qui mi è parso rappresentare il mio destino personale. Il salmo appartenente alla tradizione sapienziale, mostra la situazione di bisogno e di sofferenza che è propria della fede e che deriva dall’insuccesso umano; chi sta dalla parte di Dio non sta necessariamente dalla parte del successo: i cinici sono spesso persone che la fortuna pare viziare. Come va inteso questo fatto? Il salmista trova la risposta nello stare davanti a Dio, che gli permette di capire che la ricchezza e il successo materiale sono ultimamente irrilevanti e di riconoscere che cosa è davvero necessario e apportatore di salvezza. «Ut iumentum factus sum apud te et ego semper tecum». Le traduzioni moderne rendono così: “Quando si agitava il mio cuore..., ero stolto e non capivo, davanti a te stavo come una bestia. Ma io sono con te sempre...”. Agostino ha interpretato un po’ diversamente l’espressione riguardante la bestia.
Il termine latino iumentum designava soprattutto gli animali da tiro, che vengono usati dai contadini per lavorare la terra; per questo egli vi riconosce un’immagine di se stesso, sotto il carico del suo servizio episcopale: «Un animale da tiro sono davanti a te, per te, e proprio così io sono vicino a te».
Aveva scelto la vita dell’uomo di studio e Dio lo aveva destinato a fare l’ “animale da tiro”, il bravo bue che tira il carro di Dio in questo mondo. Quante volte è insorto contro tutte le inezie che si trovava caricate addosso e che gli impedi¬vano il grande lavoro che sentiva come la sua vocazione più profonda. Ma proprio qui il salmo lo aiuta a uscire da tutta l’amarezza: Sì, è vero, sono divenuto un animale da tiro, una bestia da soma, un bue, ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano.
Come l’animale da tiro è il più vicino al contadino e compie per lui il suo lavoro, così anch’egli, proprio in questo umile servizio, è vicinissimo a Dio, è tutto nella sua mano, è fino in fondo un suo strumento - non potrebbe essere più vicino al suo Signore, non potrebbe essere più importante per Lui. L’orso con il carico, che sostituì il cavallo o, più probabilmente, il mulo di san Corbiniano divenendo - contro la sua volontà - il suo animale da soma, non era e non è un’immagine di quel che devo essere e di quel che sono? «Sono divenuto per te come una bestia da soma e proprio così io sono in tutto e per sempre vicino a te».
Che cosa potrei raccontare di più e di più preciso sui miei anni come vescovo? Di Corbiniano si racconta che a Roma restituì la libertà all’orso. Se questo se ne sia andato in Abruzzo o abbia fatto ritorno sulle Alpi, alla leggenda non interessa. Intanto io ho portato il mio bagaglio a Roma e ormai da diversi anni cammino con il mio carico per le strade della Città Eterna. Quando sarò lasciato libero, non lo so, ma so che anche per me vale: «sono divenuto la tua bestia da soma, e proprio così io sono vicino a te».
***
(1)  Joseph Ratzinger, La mia Vita – Autobiografia, San Paolo, 1997.
(2)  [22] io ero stolto e non capivo,
davanti a te stavo come una bestia.
[23] Ma io sono con te sempre:
tu mi hai preso per la mano destra.