martedì 23 maggio 2017

Stati Uniti
Il presidente scommette sulla diplomazia delle fedi
La Stampa
(Gianni Riotta) Ha fatto storia il presidente americano Donald Trump, volando direttamente da Riad, Arabia Saudita, a Tel Aviv, in Israele. Mai un aereo ufficiale aveva coperto la rotta tra due Paesi da sempre nemici, il viaggio del vicepresidente Gore, 1998, da Israele al regno saudita, fu germoglio di speranza che presto si avvizzì. Ora però, sotto traccia, i due acerrimi rivali sono interessati a un cauto riesame del piano di pace che i sauditi lanciarono nel 2002 con il principe Abdullah, testo rientrato ed evoluto seguendo le turbolenze eterne in Medio Oriente. Trump alza il tiro sull' Iran sciita, vola nella prima missione dai sauditi e in Israele.
Tre presidenti si azzardarono a visitare Israele solo nel secondo mandato, Clinton e Carter rinviarono i loro viaggi consolidato il potere. Debuttando nel mondo a Riad e Gerusalemme, Trump - assediato dalle inchieste in casa, sicuro di sé all' estero - lancia un messaggio chiaro, l' asse della sua politica seguirà la rotta che ha aperto. Gli scettici sottolineano gli oltre 300 miliardi di contratti per la difesa che le casse saudite porteranno in America, gli onori speciali - un sito in quattro lingue dedicato a Trump - della casa reale, ma sulle polemiche la politica incalza. Israele ha approvato concessioni ai palestinesi per lo sviluppo, in segno di buona volontà e il premier Netanyahu ha avuto maretta dalla destra oltranzista pur di dare forza a Trump, che s' è recato a dialogare con il leader palestinese Abbas. Trump, dopo l' elezione, ha abbandonato varie intenibili posizioni, l' intesa con Putin, la Nato «obsoleta», lo scontro con Pechino su Taiwan, commercio e valuta, il muso duro con la Merkel diventato mano tesa a Gentiloni. 
In campagna elettorale parlava di «Islam nemico» e buttava alle ortiche mezzo secolo di diplomazia Usa, mediare tra Israele e palestinesi. Dai sauditi ha parlato con tanta flemma, che analisti come la Anne Applebaum del «Washington Post», gli hanno rivolto l' accusa che lui infliggeva a Obama, «troppo tenero». E il testo sarebbe stato scritto invece da uno dei duri dello staff, Steve Miller! Poco importa al sanguigno presidente. I discorsi e la disciplina che è riuscito a seguire nella missione, prossime tappe G7 in Sicilia, Vaticano con papa Francesco e summit alla Nato, mettono in sordina il Russiagate. Il tono comune di Netanyahu e Trump, «speranze disgelo», fa intravedere un presidente pronto a buttar via la retorica se ostacola i suoi piani. 
Un successo tattico nella missione, anche con il papa, e un risultato concreto dall' intesa silente sauditi-Israele ai danni di Teheran, lo rilancerebbe a Washington. L' accenno al ruolo dei cristiani nella pace in Medio Oriente, la visita al Santo Sepolcro, se ripresi con abilità con papa Francesco sotterrando i dissensi su emigrazione, diritti e clima, aiuterebbero il presidente in questa sua, assai complessa, operazione di recupero. Le difficoltà sono tante, l' Iran ha appena eletto un presidente moderato, Rohani, e gli iraniani restano maestri di guerra asimmetrica: scrive su Foreign Affairs, l' esperto Bilal Y. Saab, che i miliardi di armi saudite potrebbero rivelarsi poco efficaci in campo, più valida l' idea di una Nato araba, America e Paesi alleati, partner autorevole per siglare la pace con Israele, senza che i fantasmi estremisti insorgano. 
Il nostro tempo fragile ha nell' instabilità il nemico principale. Trump finora ha seminato confusione, non leadership, anche su dollaro e mercati. Se la missione all' estero segnasse un ritorno alla calma, sarebbe segnale da apprezzare. Una volta a casa, Trump dovrà affrontare i guai che s' è lasciato alle spalle e non sarà facile. C' è da sperare che la prima missione nel mondo gli abbia chiarito che nella guerra di tutti contro tutti, di solito, perdono tutti, lui compreso.