venerdì 12 maggio 2017

Portogallo
Francesco e Giacinta Marto. Con occhi di bambini
L'Osservatore Romano
(Ângela de Fátima Coelho, Postulatrice) Guardiamo alla vita dei fratelli Francesco e Giacinta Marto come alla vita di chi si lascia sfidare dalla propria dedizione umile e impegnata — sino alla fine (cfr. Giovanni 13, 1) — ai piani della misericordia di Dio annunciati dalla Signora di Fátima.
Sono due bambini con una maturità di fede impressionante, che fanno proprio il messaggio trasmesso dalla Signora del rosario, vestita di luce, con il suo programma di vita. Le loro biografie indicano alla Chiesa un modo di vivere alla luce del Vangelo, uno stile fatto di umiltà, disponibilità e impegno, un modo di vivere cristiforme. Sono due bambini che conoscono la bellezza di Dio e accettano di essere il suo riflesso per il mondo.
Francisco e Giacinta Marto sono nati a Fátima — che oggi appartiene alla diocesi di Leiria-Fátima, in Portogallo — all’inizio del turbolento XX secolo. Sono gli ultimi di sette figli dei coniugi Manuel Pedro Marto e Olímpia de Jesus. Francesco nasce l’11 giugno 1908 e viene battezzato il 20 dello stesso mese. Sua sorella Giacinta nasce l’11 marzo 1910 e viene battezzata il 19 dello stesso mese. I due fratelli ricevono un’educazione cristiana semplice, ma caratterizzata dall’esempio di vita impegnata nella fede: la partecipazione domenicale all’Eucaristia, la preghiera in famiglia, la verità e il rispetto per tutti, la carità verso i poveri e i bisognosi. Francesco è un bambino pacato e pacifico, affascinato dalla contemplazione del creato. Con i suoi compagni è segno di concordia, persino nelle offese e nei litigi. Giacinta, dal canto suo, ha un carattere affettuoso e tenero, anche se abbastanza capriccioso. Prova particolare affetto per sua cugina Lucia ed è dotata di una incredibile sensibilità.
Ancora in tenera età, cominciano a portare a pascolare il gregge del loro villaggio. Francesco ha 8 anni e Giacinta 6. Trascorrono la maggior parte del tempo a sorvegliare le pecore, in compagnia della cugina Lucia, anche lei pastorella.
Nella primavera del 1916 Francesco e Giacinta, insieme alla cugina Lucia, vengono rapiti dalla visione di una «luce più bianca della neve, con la forma di un giovane» e immersi in un’atmosfera intensa in cui la forza della presenza di Dio li «assorbiva e annichiliva quasi completamente». È l’angelo della pace, che li avrebbe visitati tre volte, nella primavera, nell’estate e nell’autunno del 1916. Nelle sue parole e con i suoi gesti, l’angelo parla loro del cuore di Dio, attento alla voce degli umili per i quali ha «disegni di misericordia», e li invita a un atteggiamento di adorazione. Nell’ultimo incontro, l’angelo offre loro il corpo e il sangue di Cristo, il dono primordiale alla luce del quale i veggenti saranno invitati a offrirsi in sacrificio per tutti gli «uomini ingrati». Le vite di Francesco e Giacinta trovano lì la loro vocazione; colmare di Dio lo sguardo e il cuore e diventare specchi di quella presenza sollecita, offrendosi come dono per gli altri.
Il 13 maggio 1917 i tre bambini si trovano nella Cova da Iria, dove vengono sorpresi dalla presenza di una «signora più splendente del sole», che dice di venire dal cielo. Ella chiede loro di ritornare nella Cova da Iria per sei mesi consecutivi, ogni giorno 13, perché, nell’apparizione finale, rivelerà loro chi è e che cosa vuole. Nel frattempo, invita i tre pastorelli a offrire la loro esistenza internamente a Dio. «Volete offrirvi a Dio?»: è questa la domanda fondamentale della loro vita. I tre veggenti accettano l’invito della signora: «Sì, vogliamo», e vedono la loro disponibilità confermata da una luce immensa che le mani della Vergine trasmettono loro e che penetra nel loro intimo, «facendoci vedere noi stessi» in quella luce che era Dio. Nelle apparizioni di luglio, la Signora rivela ai tre bambini quello che sarà poi conosciuto come il segreto di Fátima, che consiste in una triplice visione: l’inferno, l’immacolato cuore di Maria, la Chiesa martire in cammino verso la croce. Tale visione avrà un forte impatto su Francesco e Giacinta e li porterà a impegnarsi, attraverso la preghiera e il sacrificio, per la conversione dei peccatori e nella preghiera per la Chiesa.
La notizia della presenza della Signora del rosario si diffonde rapidamente e il numero dei curiosi e dei pellegrini che si recano alla Cova da Iria aumenta di mese in mese. Per i fratelli Marto le costanti richieste, gli interminabili ed estenuanti interrogatori, le accuse di frode e di avidità, e persino le pressioni e le minacce a cui vengono sottoposti, sono fonte di grande sofferenza. Vivono questo sacrificio alla presenza di Dio, relativizzando tutto dinanzi all’amore di Dio e a Dio. L’ultimo incontro, il 13 ottobre 1917, è presenziato da una grande moltitudine che diventa testimone del segnale promesso dalla Signora del rosario. Francesco e Giacinta serbano di questo ultimo incontro la benedizione che ricevono da Cristo e che segna definitivamente i loro giorni con le richieste della Signora: la recita del rosario, l’amore sacrificale per i fratelli, lo sguardo misericordioso sulle tragedie del mondo. A partire da quegli incredibili incontri, Francesco e Giacinta vivono la loro vita incentrandola su Dio. Null’altro colma il loro cuore. Leggendo le loro biografie di fede, la Chiesa vi troverà il volto di Cristo e si sentirà interpellata alla fedeltà del discepolato cristiano. La spiritualità di Francesco è stata particolarmente segnata dalla contemplazione e quella di Giacinta è stata caratterizzata dalla compassione; pertanto la Chiesa troverà nei due nuovi santi un modello di ciò che essa stessa è chiamata a essere: contemplativa, con lo sguardo pieno di Dio, e compassionevole, con le mani impegnate a trasformare il mondo. Francesco è stato un bambino concentrato sull’essenziale. Aveva una dimensione contemplativa di cui nessuno pensava che un bambino fosse capace. Ha vissuto una vita imperniata su Dio. Gli piaceva nascondersi per «pensare a Dio», da solo, e la sua felicità più grande era di stare con il suo amico, «Gesù nascosto». Francesco ha percepito bene che l’angelo e la Signora del rosario gli stavano indicando un cammino che conduceva a Dio. A un certo punto ha detto: «Mi è piaciuto molto vedere l’angelo, ma mi è piaciuto ancora di più vedere nostra Signora. Quel che m’è piaciuto più di tutto, fu di vedere nostro Signore in quella luce che la nostra Madre ci mise nel petto».
Giacinta è stata una bambina appassionata e dedita. Ha vissuto dedicandosi all’amore di Dio e di tutta l’umanità. La commuoveva la sofferenza degli altri, soprattutto la sofferenza della Chiesa, nella figura del Santo Padre, e la sofferenza dei peccatori. Il suo impegno la portava a fare propria quella sofferenza attraverso il dono di sé. Ha vissuto con il desiderio di accendere in tutti l’amore di Dio. In un’occasione ha detto: «S’io potessi mettere nel cuore di tutti, il fuoco che mi brucia qui nel petto e mi fa amare tanto il cuore di Gesù e il cuore di Maria!». Il processo di canonizzazione dei pastorelli è alla fase del riconoscimento dinanzi al popolo di Dio del fatto che quei bambini, che incarnano l’evento di Fátima, sono giunti, come dice la lettera agli Efesini «allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (4, 13). Canonizzarli è soprattutto riconoscere la loro fedeltà all’impegno assunto nel grembo di Maria di essere in tutto fedeli a Gesù. Canonizzarli è anche confermare ciò che già riconosciamo: che Fátima è una scuola di santità che indica la pienezza della vita in Dio. Come ha detto Giovanni Paolo II, quando ha beatificato i due pastorelli: «La Chiesa vuole, con questo rito, mettere sul lucerniere queste due fiammelle che Dio ha acceso per illuminare l’umanità nelle sue ore buie e inquiete».
Siamo invitati a continuare a portare ai cristiani la vita di questi bambini, come testimonianza della vita in Dio, e a continuare a intercedere per i cristiani insieme a loro, quali intercessori presso Dio. Nel centenario delle apparizioni di cui sono stati testimoni e con il cui messaggio si sono impegnati fino alla fine, ricordare la vita di Francesco e di Giacinta e celebrare il loro generoso dono di sé a Dio significa ricercare la stessa contemplazione e compassione che essi hanno vissuto. E mettere la vita nelle mani di Dio, per intercessione della Signora del rosario e di questi pastorelli secondo il cuore di Dio (cfr. Geremia 3, 15).
L'Osservatore Romano, 12-13 maggio 2017