domenica 14 maggio 2017

Portogallo
Fatima secondo Francesco
La Repubblica
(Alberto Melloni) Il viaggio a Fatima poneva il papa davanti a una scelta. Nel luogo di una devozione spesso curvata  politicamente in senso anticomunista, c’era chi sperava che Bergoglio abbandonasse la sua teologia  della storia. Francesco infatti contempla il patimento degli innocenti come il crinale evangelico nel  quale il cuore dell’uomo decide fra l’indifferenza e la comunione col Cristo povero. Mentre la  devozione dei “segreti” aveva sempre valorizzato Fatima come il luogo che metteva al centro le  minacce contro la chiesa. Una lettura che andava da Pio XII, consacrato vescovo proprio il 13  maggio 1917, a Giovanni Paolo II che pensò di essere salvato nell’attentato del 13 maggio 1981,  sulla scorta dei “segreti” che Ratzinger avrebbe dimensionato come rivelazioni private e che dunque la chiesa riconosce senza obbligare nessuno a credervi.
Al di là delle farneticazioni del piccolo ma rumoroso mondo antibergogliano che ipotizza un quarto  segreto sul “papa eretico” (ovviamente Bergoglio, per loro), era con quelle due visioni della storia  che Francesco doveva misurarsi a Fatima. E l’ha fatto con la sua solida pietà mariana. E con la sua  teologia del popolo: quella che vede nella religiosità popolare un sensus fidei, che va al di là dei  tratti a volte arcaici di queste devozioni e punta a un nucleo di fede. Così, usando la citata lettura di  Ratzinger di inizio secolo, ha visto nell’icona apocalittica del vescovo inseguito dai carnefici non un vaticinio del destino del papa polacco, ma un invito a leggere l’attesa di pace. La persona del papa e il papato sono passati in secondo piano. A chi gli ricordava che fu proprio nel giorno di Fatima di 25 anni fa che fu annunciato il suo episcopato, ha detto di averci pensato solo ieri. La sua sicurezza,  nella città che porta il nome della quarta figlia del Profeta, è stata gestita senza paranoie e senza  tabù: perché chi ha “lo sguardo di Magellano”, come ha detto il cardinale Parolin parlando della  politica estera di Francesco, sa anche che fu il vicentino Pigafetta a portare a termine il viaggio  dopo l’uccisione dell’ammiraglio. 
Francesco, insomma, non s’è misurato con il destino suo o di altri, ma con la religiosità popolare.  Che merita rispetto se e quando nutre la vita cristiana, e nutre la vita cristiana se e quando è  rammemorazione del vangelo. Da Fatima il papa ha collaudato così il registro di una enciclica sulla  religiosità popolare di cui si parla almeno da quando è passata a lui la decisione sulle apparizioni di  Medjugorje: su di esse c’è chi vuole distinguere fra le prime apparizioni e la loro serialità, ma il  papa sa bene che qualcuno spera in un suo “no” per mettergli contro non più quattro cardinali pieni  di dubia, ma un popolo. E a Fatima ha collaudato anche i temi di una possibile enciclica sulla pace:  che potrebbe ispirarsi alla Nota alle potenze belligeranti di Benedetto XV che, cento anni fa tondi,  definì la guerra come “inutile strage”: non sarebbe un trattato morale contro la guerra, ma lettura  della storia secondo il vangelo.