martedì 16 maggio 2017

Perù
Intervista all’arcivescovo Salvador Piñeiro García-Calderón, presidente della Conferenza episcopale peruviana. Un sinodo per i popoli dell’Amazzonia 
L'Osservatore Romano
(Rocio Lancho García) Il Perú è un paese di grande varietà e di enormi potenzialità. Il 63 per cento del suo territorio è parte dell’Amazzonia, e le distanze, oltre che la conformazione montuosa, rendono difficili le comunicazioni. Inoltre, negli ultimi mesi, i disastri naturali hanno generato sconforto in una popolazione che già quotidianamente deve fare i conti con il flagello della corruzione. Sono queste alcune delle preoccupazioni che i vescovi della Conferenza episcopale del Perú hanno trasmesso a Papa Francesco durante la visita «ad limina», nella settimana dal 15 al 21 maggio.
Monsignor Salvador Piñeiro García-Calderón, arcivescovo metropolita di Ayacucho e presidente dei vescovi peruviani, illustra all’«Osservatore Romano» alcuni dettagli dell’incontro e della situazione attuale del paese. I vescovi hanno ringraziato il Pontefice per il progetto Repam (Red Eclesial PanAmazónica), un appello all’impegno a favore della selva amazzonica «alla quale abbiamo voltato le spalle per molti anni». A tale proposito, hanno esaminato la situazione dei popoli indigeni, un tema che sta a cuore al Papa, il quale vorrebbe che fosse affrontato in un sinodo.
Erano sette anni che i vescovi del Perú non venivano a Roma per la visita «ad limina». Come vi siete preparati a questo incontro?
Siamo venuti qui con grande speranza, e abbiamo insistito soprattutto su un’idea: non vengo solo, vengo con la mia Chiesa. Il giorno della partenza ho pensato che stavo portando con me il lavoro di tutti. Lavoro che abbiamo preparato nei resoconti scritti un anno fa. E non era solo la mia opinione, ma il risultato della consultazione dei presbiteri, delle famiglie religiose, dei gruppi di apostolato. Siamo venuti per pregare sulle tombe di Pietro e Paolo, per dire al Papa quanto lo apprezziamo e lo ringraziamo per il suo magistero. Siamo venuti con le nostre forze e le nostre difficoltà e per vivere il clima di cattolicità, affinché possiamo adempiere alla nostra missione.
Quali temi era per voi importante affrontare con il Papa?
Sono state due ore e mezza fraterne e cordiali. Abbiamo presentato le domande che volevamo fare su tutti i temi. Il Papa riuniva due o tre interventi e poi li sviluppava. Inoltre mercoledì abbiamo partecipato a una seconda riunione con Francesco e alcuni prefetti dei dicasteri vaticani. È stata una riunione sinodale. Dove la collegialità è visibile, siamo tutti in cammino con il Papa. Abbiamo nuovamente chiesto al Santo Padre di inserire nella sua agenda la visita in Perú. Abbiamo parlato delle difficoltà che ci sono nel nostro paese, a cominciare dalla sua geografia. Lui ci ha chiesto di rivitalizzare le regioni ecclesiastiche. Per spiegarlo, faccio un esempio: ho un vescovo suffraganeo a cinque ore di cammino e un altro a diciassette. È più facile incontrarci a Roma! La geografia ci condiziona molto: le Ande, l’Amazzonia. A tale proposito ringraziamo molto il Papa per la Repam, perché abbiamo voltato le spalle alla selva amazzonica, siamo stati tanto distanti! Là ci sono otto vicariati apostolici, chiese giovani, che non hanno tradizioni, con poco personale, che bisogna accompagnare con maggiore solidarietà. Abbiamo un episcopato molto vario, siamo 48 vescovi, un po’ più della metà missionari. Un altro tema che ci preoccupa è quello della corruzione, ogni giorno si dà notizia di qualcuno che è venuto meno a un progetto o a un compito economico per una tangente. Ciò fa sì che la gente perda la speranza. E abbiamo anche subito il flagello delle inondazioni.
Qual è stato l’impegno della Chiesa per dare sostegno alle persone colpite dalle alluvioni?
La Caritas è stata presente fin dall’inizio. Per esempio, nella mia diocesi, dove fortunatamente i danni non sono stati così gravi, la prima cosa che ha fatto il governo regionale è stato chiedere all’arcivescovo di presiedere la commissione per gli aiuti. La gente è stata molto solidale. Adesso il tema della ricostruzione è difficile, ci sono città che bisogna riprogettare. La natura non perdona, le inondazioni tendono a ripetersi negli stessi luoghi. La popolazione non vuole abbandonare le proprie case, ma occorre programmare. Molti confidano nella tutela e nell’accompagnamento della Chiesa. Il nostro popolo soffre ma è un popolo credente. Un popolo che ama Gesù, ripone la sua fiducia in Maria ed è vicino al Santo Padre. Lo abbiamo voluto ringraziare perché è stato il primo a inviare un messaggio d’incoraggiamento in quel momento difficile e il suo aiuto economico è servito a molto.
E tutto ciò è legato alla cura della casa comune, alla quale il Santo Padre ha esortato nella sua enciclica «Laudato si’». Quale ritiene che sia il contributo che questo documento sta dando?
È stata un’enciclica profetica. La Chiesa ha partecipato alle riunioni regionali che hanno preceduto la Cop di Parigi. In molti si sono chiesti che cosa c’entrava il Papa con i temi ecologici. Ecologia ma anche solidarietà, sono queste le due linee guida dell’enciclica. È un mondo di cui Dio ci ha chiesto di prenderci cura e dobbiamo viverlo con la forza dell’unione, dell’amore, della preoccupazione per gli indifesi, per i poveri.
La missione tra i popoli indigeni è un altro grande compito nel suo paese?
Oggi il Santo Padre ci ha detto che vorrebbe un sinodo per i popoli amazzonici in Venezuela, Colombia, Ecuador, Perú, Bolivia e Brasile. Il Perú occupa il 63 per cento del bacino amazzonico, i due terzi del territorio amazzonico. Ma all’Amazzonia abbiamo voltato le spalle, poco sensibili alla sofferenza, all’emarginazione. Poco personale, le distanze. Non è una zona facile e il Papa è molto preoccupato. Quando ci fu il problema del caucciù, degli sfruttamenti, chi è stato l’unico a parlare? San Pio X. Fu l’unico a difendere gli indigeni del nostro paese. Ma è difficile evangelizzare i popoli nativi. Da poco si è iniziato a seminare. Alcuni miei fratelli che stanno in quella zona parlano le lingue native per potersi avvicinare di più alla popolazione.
La difesa della vita è stata una delle grandi preoccupazioni recenti in Perú. Come state operando in questo ambito?
Fortunatamente a livello di legislatori e governo centrale siamo stati ascoltati. Ma è una fatica costante perché c’è sempre qualche iniziativa contro la famiglia. Ci sono minoranze che rumoreggiano e bisogna dialogare, educare ai valori. Abbiamo un’eredità meravigliosa che è patrimonio dell’umanità, la famiglia non l’abbiamo inventata noi. È il primo dono della creazione: uomo e donna, affinché formino un focolare. Ho donato al Santo Padre una creazione artigianale quechua su Amoris laetitia: come la famiglia di Nazaret, ispira a pregare, a trasmettere la fede e ad aiutarci e perdonarci a vicenda. È un dipinto, una forma artistica che si realizza soprattutto nelle Ande. È un’immagine con una bella storia: quando nasce una famiglia si dona questo piccolo quadro.
Sono trascorsi dieci anni da Aparecida. In che modo questo incontro ha segnato l’America Latina? E in che modo continua a dare frutti?
Ho parlato anche di questo con il Papa. Vengo direttamente da El Salvador, dove si è tenuta la riunione del Celam. Ho ringraziato molto il Santo Padre per la lettera che ci ha inviato l’8 maggio. È un documento su cui dobbiamo continuare a lavorare. L’idea è chiara: per avere la vita occorre essere discepoli ed ascoltare il maestro, essere testimoni e missionari.
Venire a Roma in visita «ad limina» presuppone anche vivere l’universalità della Chiesa.
Nel mio caso è la terza volta che compio una visita «ad limina». A volte pensiamo che i nostri problemi siano molto grandi e qui ti rendi conto che invece sono piccoli. Inoltre riceviamo orientamenti e direttive per trasformarli in forza e nuove sfide pastorali. Qui siamo all’ascolto, non ci sono vie di fuga. È anche un’opportunità per incontrarci nella preghiera, per poter condividere iniziative e compiti. Tutto ciò colma il nostro spirito.
L'Osservatore Romano, 16-17 maggio 2017