lunedì 29 maggio 2017

Nigeria
50 anni fa la guerra per l'indipendenza del Biafra mostrava al mondo l'orrore della fame. Una secessione che ancora oggi è una questione aperta
(a cura Redazione "Il sismografo")
L'opera e il ruolo dell'allora giovane 
vescovo Francis Arinze
(Francesco Gagliano - ©copyright) Era il 30 maggio 1967 quando la Repubblica del Biafra, stato secessionista nel sud-est della Nigeria, cercò di ottenere l'indipendenza dal governo centrale che, per tutta risposta, decise di stroncare il tentativo seperatista con le armi. Quella che seguì fu una sanguinosa guerra civile: la Nigeria non poteva concedere l'indipendenza a una delle sue regioni più ricche di petrolio, quella affacciata sull'omonimo golfo a sud-est del paese, abitata prevalentemente dall'etnia Ibo una delle tre maggiori che popolano lo stato e che già era perseguitata nelle aree settentrionali. La guerra mostrò subito lo squilibrio di forze messo in campo e ben presto si trasformò in emergenza umanitaria: le gravi carestie scatenate dal blocco commerciale e dall'embargo ferreo posto dalla Nigeria alla Repubblica separatista uccisero più esseri umani delle pallottole.
Per la prima l'Occidente conobbe il dramma della fame e delle epidemie che da anni flagellavano il continente africano, al punto che nell'immaginario collettivo del nord mondo "biafrano" è divenuto il termine con cui indicare per antonomasia l'africano denutrito. La Croce Rossa organizzò difficili ponti aerei per offrire un minimo di supporto sanitario e alimentare ma le difficoltà - anche diplomatiche, legate al riconoscimento della neonata repubblica - furono numerose. L'emergenza scoppiata in Biafra portò Bernard Koucher e altri medici francesi a fondare l'associazione non governativa Medici Senza Frontiere per fornire aiuti dove richiesto con tempestività e senza alcun tipo di ingerenza politica. Si stima che al termine del conflitto, il 15 gennaio del 1970, i morti, per lo più per cause legate alla fame, siano stati tre milioni.
A cinquant'anni da questo dramma umanitario la questione politica (con i suoi risvolti etnici ed economici) non è affatto conclusa, tanto meno pacificata. Questo anniversario cade in momento in cui gli attivisti dei Popoli Indigeni del Biafra (IPOB) e il Movimento per l'attualizzazione dello Stato sovrano del Biafra (MASSOB) sono in pieno fermento e manifestano il loro dissenso contro il governo centrale della Nigeria che, all'indomani della guerra, avrebbe deliberatamente evitato di fornire alla regione del golfo infrastrutture e servizi moderni, per colmare il divario aperto dal conflitto e dalle carestie. 
Il predominio politico degli altri due principali gruppi etnici del paese ha rinfiammato le aspirazioni secessioniste degli Ibo, soprattutto dopo la fine della dittatura militare e il ritorno alla democrazia nel 1999. Tra le maggiori richieste spicca quella di un referendum di autodeterminazione ma la dura opposizione del governo nigeriano non contribuisce all'apertura di un dialogo tra i numerosi gruppi etnici , in tutto il paese sono più di 250, distribuiti tra il nord a prevalenza musulmana e il sud cristiano. 
Momenti di forte tensione sono stati toccati tra la fine del 2015 e i primi mesi dell'anno scorso con l'arresto di Nnamdi Kanu, guida dell'IPOB e direttore di Radio Biafra, l'emittente che da voce ai popoli indipendentisti del Biafra. Le petizioni a favore del suo rilascio arrivarono fino in Piazza San Pietro, con un gruppo di attivisti che fu salutato da Papa Francesco a termine dell'Angelus di domenica 28 febbraio 2016.
Alla vigilia del cinquantesimo anniversario della guerra del Biafra la regione del sud-est della Nigeria è ancora percorsa da movimenti e aspirazioni che il governo centrale non riesce ad ascoltare, preferendo invece una soluzione rigida (rafforzamento di controlli, divieto di assemblee e manifestazioni) che contribuisce invece a esacerbare ancor di più gli animi di chi è a sostegno del Biafra indipendente.
L'opera di mons. Francis Arinze. La chiesa di Roma non è estranea a quanto avvenuto in quel drammatico conflitto del 1967-'70: già allora uno dei suoi più giovani ministri -  mons. Francesco Arinze, il più giovane vescovo cattolico romano nel mondo, consacrato il 29 agosto 1965 a 32 anni d'età, nominato nel '67 arcivescovo della sua diocesi nigeriana di Onitsha - visse in prima persona il dramma della guerra, della carestia e delle emigrazioni. 
Tutta la diocesi si trovava nel territorio secessionista al momento della scoppio dei combattimenti e l'arcivescovo fuggì dalla sua città natale di Onitsha per vivere come rifugiato; ciò non gli impedì di mettersi al servizio delle vittime della guerra, dei profughi, malati, sfollati, richiedenti asilo. Con l'aiuto di missionari stranieri supervisionò quello che un operatore internazionale di soccorso ha definito una delle "distribuzioni più efficaci ed efficienti dei materiali di soccorso" nella storia. L'impegno dell'allora mons. Arinze, oggi cardinale come è ben noto, fu anche quello di mantenere la Chiesa separata dal conflitto politico in corso, ottenendo così il rispetto di tutte le fazioni del paese. Le opere di assistenza messe in atto dall'arcivescovo con i pochi mezzi a sua disposizione, nonché la sua capacità di collaborazione con i musulmani, convinsero Papa s. Giovanni Paolo II ad affidare a mons. Arinze, nel 1979, la vicepresidenza della Segreteria Vaticana per i Non Cristiani, poi ribattezzata Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Una testimonianza vivente che la collaborazione e il dialogo tra cristiani e musulmani, e più in generale tra gruppi etnici diversi, rappresentano le uniche vie percorribili con successo per superare le crisi politiche, prima che queste richiedano il solito tributo di sangue alla popolazione inerme e innocente.