martedì 9 maggio 2017

Mondo
In uno studio presentato alla Uisg. Anche le suore emigrano
L'Osservatore Romano
(Patrizia Morgante) Anche le suore emigrano, si spostano, cambiano paese una o più volte nella loro vita. E se ciò è normale per chi fa una scelta apostolica e missionaria, oggi questa migrazione religiosa presenta un volto ricco di sfumature e differenze che va inserito in una complessità generale molto più articolata rispetto al passato. Non si tratta solo di un semplice fenomeno di missione al contrario giacché in passato le suore si muovevano dall’Europa e dall’America del Nord verso gli altri continenti: oggi, infatti, esiste un flusso ben più articolato che ci offre una diversa geopolitica della vita religiosa a livello mondiale. Questa novità pone molte domande: siamo veramente pronte per vivere come dono la diversità culturale? Sentiamo di poter accettare la sfida dell’interculturalità che è presente nella società e nella Chiesa? Cogliamo la novità evangelica di cui l’interculturalità si fa voce come vino nuovo?
Il problema è di grande attualità: come si legge nel recente documento Per vino nuovo in otri nuovi della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, «richiede un’urgente e mirata attenzione la recente, affrettata internazionalizzazione, in particolare degli istituti femminili, con soluzioni spesso improvvisate e senza una prudente gradualità. Bisogna prendere atto che la dilatazione geografica non è stata accompagnata da un’adeguata revisione di stili e strutture, schemi mentali e conoscenza culturali che permettano una reale incultuazione e integrazione. I processi di internazionalizzazione dovrebbero impegnare tutti gli Istituti a diventare laboratorio di ospitalità solidale dove sensibilità e culture diverse possono acquisire forza e significati non conosciuti altrove e quindi altamente profetici».
Questi temi sono stati affrontati il 4 maggio scorso nel corso di un incontro svoltosi a Roma nella sede della Uisg (Unione internazionale delle superiori generali) per presentare lo studio Suore internazionali negli Stati Uniti. All’evento — che ha fatto seguito a quello tenutosi a Washington nel marzo scorso — hanno partecipato più di settanta persone tra cui religiose e religiosi rappresentanti di istituti femminili e maschili, dicasteri vaticani, conferenze dei religiosi europee, centri di studio e di ricerca. Molti dei partecipanti, che vivono in paesi diversi da quelli di origine, erano a loro volta religiosi e religiose “internazionali”, una ricchezza preziosa emersa durante gli scambi e i confronti nei gruppi di lavoro.
Lo studio presentato — frutto della collaborazione tra la Trinity Washington University, il Centro per la ricerca applicata all’apostolato (Cara) e la Fondazione Ghr (che ha resto possibile il progetto) — si pone tre obiettivi, come ha spiegato suor Mary Johnson della Congregazione Notre Dame de Namur nonché docente di sociologia e studi religiosi (e coautrice del libro New Generation of Catholic Sisters): «Applicare i metodi sociologici per trovare il maggior numero possibile di suore internazionali negli Stati Uniti; ascoltare la voce di queste suore attraverso interviste, questionari e focus group per individuare i loro bisogni e accogliere il loro contributo specifico alla vita religiosa e alla Chiesa; pubblicare un libro con risultati qualitativi e quantitativi emersi».
L’idea è nata da un’intuizione di suor Joyce Mayers, in passato responsabile del Fondo per le suore della Fondazione Hilton, che, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, vive ora a Los Angeles: «Suor Joyce — spiega Kathleen Mahory della Fondazione Ghr — diceva continuamente che nel paese c’erano tantissime suore internazionali e si domandava: “Chi si prende cura di loro? Come sosteniamo questo movimento di suore?”».
La religiosa — ha aggiunto la presidente della Uisg, suor Carmen Sammut introducendo la giornata del 4 maggio — «ha saputo aprire gli occhi a una nuova realtà, iniziando a porsi domande che oggi dobbiamo porci noi tutti perché il fenomeno riguarda anche altri paesi, non limitandosi ovviamente agli Stati Uniti. Se non è nuovo per le suore andare in un altro paese per studiare o lavorare, oggi però emergono nuovi paradigmi migratori e nuove sfide. Le suore internazionali, spesso più giovani delle suore dei paesi occidentali, sono portatrici di una visione del mondo diversa e di un’altra idea di Dio, della vita e della missione».
Abbiamo quindi chiesto a suor Mary Johnson di riassumerci i punti fondamentali dello studio, unico nel suo genere negli Stati Uniti. «È la prima volta — risponde suor Johnson — che si usano metodi sociologici per cercare le suore nate fuori dai nostri confini. La ricerca ha prodotto dati, prospettive e intuizioni che aiuteranno la vita religiosa e la Chiesa negli Stati Uniti e fuori, perché esiste un movimento globale che coinvolge non solo suore, ma anche religiosi, preti e missionari laici. La loro prospettiva è qualcosa che tutti, cattolici e non, dovremmo ascoltare, soprattutto in un momento come questo in cui aumentano le posizioni e le politiche anti-immigrati, sia a livello di cittadinanza che dei governi. È una realtà da cui possono imparare sia i paesi che inviano le suore, sia quelli che le accolgono. Servono processi e strutture che facilitino l’accoglienza della vita nuova e della speranza che le suore internazionali condividono con chi le accoglie: il mondo sarà più povero se non creeremo nuovi otri per questo vino nuovo che Dio ci sta mandando».
Suor Mary Johnson ha quindi tracciato l’identikit delle suore internazionali: «Abbiamo contattato le superiore dei 561 istituti di vita religiosa femminile presenti negli Stati Uniti (aderenti alle due Unioni nazionali, Lcwr e Cmser, e i monasteri), ottenendo una percentuale di risposta del 60 per cento; solo il 19 per cento degli istituti ha detto di non avere suore internazionali. Abbiamo anche contattato i 194 vicari o delegati religiosi con una risposta del 61 per cento; solo 18 diocesi hanno risposto di non avere suore internazionali. Dei molti istituti che negli Stati Uniti accolgono suore internazionali, la metà fornisce loro vitto e alloggio, sostegno spirituale, educazione e trasporti. Circa un terzo, offre servizi legali per la regolarizzazione, sostegno economico per l’educazione e l’insegnamento della lingua, un salario o un lavoro».
La maggior parte delle suore internazionali — prosegue suor Johnson — proviene dall’Asia, seguite da Europa e Nord America (Usa, Canada e Messico); seguono America centrale e del Sud, quindi l’Africa. «La maggior parte è stata inviata dal proprio istituto (39 per cento). Il 28 per cento è arrivato quando erano piccole o comunque prima di entrare nella vita religiosa, mentre il 13 per cento è stato mandato dall’istituto per studiare e il 10 per cento come parte della formazione; il 6 per cento è stato trasferito nella provincia degli Stati Uniti da un’altra provincia del proprio istituto. L’età media è di 58 anni: cioè esattamente venti anni in meno dell’età media delle suore nate negli Stati Uniti. Sempre in media, sono suore entrate nella vita religiosa a 23 anni. Il 53 per cento di loro ha un diploma, scolastico o professionale. Gli ambiti della missione in cui vengono maggiormente occupate sono la parrocchia, l’aiuto ai migranti, la cura della salute e l’educazione. Le difficoltà che incontrano nella vita quotidiana sono legate innanzitutto alla lingua, poi a un modo differente di vivere la missione e la vita comunitaria, alla lontananza dalla propria congregazione e al diluirsi del senso di appartenenza a essa. Le esperienze di accoglienza sono molto diverse: se alcune sottolineano il calore trovato, altre invece hanno vissuto un vero e proprio shock culturale. La differenza può derivare dal fatto se siano arrivate da sole o in gruppo. Credo proprio — conclude suor Mary Johnson — che le suore internazionali rappresentino per la vita religiosa un grande dono più che una fonte di preoccupazione».
Lo studio — ha aggiunto suor Teresa Maya, religiosa internazionale dal Messico agli Stati Uniti — ci mostra una realtà variegata e multiforme: la diversità deve spingere le nostre congregazioni a superare gli stereotipi in una dinamica di ascolto reciproco delle proprie storie e radici. «Non voglio essere naïve, non posso rispondere onestamente a questo studio senza domandarmi se la nostra interpretazione, il nostro approccio non sia inquinato da un pervasivo razzismo nella società nord americana, o da un senso di privilegio bianco».
La Uisg si è posta il problema di cosa poter fare come organizzazione per far sì che questo movimento globale di suore diventi un’occasione per vivere la vita religiosa femminile in chiave interculturale. Tra le molte proposte emerse dai gruppi di lavoro nella giornata del 4 maggio, ne segnaliamo alcune: creare spazi e percorsi formativi per imparare le buone pratiche dell’interculturalità; facilitare il dialogo tra le realtà che inviano le suore all’estero (congregazioni o diocesi) e le congregazioni o diocesi che le ricevono; integrare le diverse dimensioni della formazione, rendendola interculturale sin dall’inizio; lasciarsi cambiare e modificare dalla cultura dell’incontro.
Suor Yudith Pereira, religiosa spagnola ora in Italia dopo aver vissuto in Guinea e Camerun, sottolinea il bisogno di una lettura teologica della realtà sociologica delle suore internazionali: «Le comunità interculturali e incongregazionali sono una testimonianza forte di fraternità e un segno della dimensione escatologica della vita religiosa, che ci ricorda la vocazione di tutti gli esseri umani all’unità. La nostra vita comunitaria è un annuncio esplicito di questa unità alla quale tutte siamo chiamate».
L'Osservatore Romano, 9-10 maggio 2017