domenica 28 maggio 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
"In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»." Parola del Signore
Commento di mons. Pierbattisti Pizzaballa
Quest’ultima domenica del tempo pasquale ci fa leggere un brano del capitolo diciassettesimo del Vangelo di Giovanni in cui, dopo aver parlato a lungo con i suoi, dopo aver aperto loro il cuore, ora Gesù si rivolge direttamente al Padre: è la lunga preghiera di Gesù, la preghiera detta “sacerdotale”.
È al Padre che Gesù affida ciò che ha di più caro: innanzitutto questa sua missione tra gli uomini, che ora sta per attraversare il dramma della morte e del fallimento, perché tutto si compia e Gesù possa così dare a tutti la vita eterna.
Poi, al Padre, Gesù affida i suoi discepoli, i suoi amici, coloro che lo hanno ascoltato e accolto.
E prega non per loro soltanto, ma anche per tutti gli altri che, in futuro, crederanno in Lui e accoglieranno da Lui il dono della vita nuova.
Il Padre gli ha affidato tutti costoro – “erano tuoi e li hai dati a me” (Gv 17, 6) – perché Lui li colmasse di vita, conducendoli alla conoscenza piena del Volto di Dio. Ed ora che Gesù sta per portare a compimento questa missione, può restituire tutto al Padre dal quale tutto viene: tocca al Padre, ora, custodire quest’opera.
La preghiera di Gesù inizia con una richiesta che a noi può sembrare strana: “Padre, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te” (Gv 17, 1), e questa richiesta ritornerà più volte all’interno del brano.
Bisogna capire bene cosa sta chiedendo Gesù, di quale gloria chiede di essere glorificato: perché non si tratta di una gloria così come la intendiamo noi.
Nei vangeli di Matteo (20, 20-28) e di Marco (10,35-45) troviamo un episodio della vita di Gesù e dei discepoli che può aiutarci a capire.
Giovanni e Giacomo chiedono a Gesù di sedere l’uno alla destra e l’altro alla sinistra nel suo regno: la loro richiesta riflette un’idea di gloria molto umana, molto mondana. Un’idea secondo cui la gloria corrisponderebbe al potere, alla fama, al successo, alla grandezza. E Gesù coglie già lì l’occasione per dire che questa non è la vera gloria.
E più volte dirà ai discepoli, che ogni tanto si perderanno a chiedersi chi di loro è il più grande (cfr Lc 22,24), che la gloria vera è quella di chi serve, di chi prende l’ultimo posto, di chi dà la vita senza tenere nulla per sé.
Perché? Perché la gloria non è altro se non tutto ciò che manifesta Dio agli uomini, e il Dio di Gesù ha scelto di manifestarsi dentro ogni umile gesto d’amore, perché Lui stesso è amore e umiltà.
Non si manifesterà dunque nella ricchezza, nella potenza, nel dominio, ma in ogni gesto di abbassamento, in ogni momento di gratuità.
Non si può ottenere da soli, dunque, la gloria, accumulando beni e trionfi. Nel Vangelo di Giovanni Gesù è molto duro con chi si rifiuta di credergli, con chi non vuole “andare a lui per avere la vita” (Gv 5 40): “Io non ricevo gloria dagli uomini. …E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (5,41.44). Anche loro, come Giacomo e Giovanni, cercano la gloria, e anche loro cercano una gloria terrena, “gli uni dagli altri”. Ma è proprio questa ricerca errata che impedisce di credere in Lui, che impedisce di accogliere la vera gloria di Dio, che si manifesta nelle opere del Cristo, in quel paradosso per cui la vera gloria consiste nel perdere tutto.
Allora la gloria umana divide e allontana da Dio, ma ci divide e ci allontana anche tra di noi: nell’episodio di Giacomo e Giovanni, l’esito della loro richiesta è la discordia con gli altri discepoli, scandalizzati.
Invece la gloria che Gesù chiede al Padre ha come esito ultimo l’unità dei discepoli, perché la gloria di Cristo giunge a compimento esattamente nel rendere i suoi una cosa sola, proprio come Gesù e il Padre sono una cosa sola (Gv 17,11.21).
Ora ci è più facile capire cosa significa questa richiesta che sta all’inizio della lunga preghiera di Gesù: in questo momento decisivo, Gesù chiede solo di poter rivelare completamente il Padre.
Lo farà sulla croce, che è la più grande teofania, il luogo paradossale dove più risplende il Volto vero di Dio: noi non potremmo conoscere il Padre se Gesù non ce lo avesse rivelato nella sua passione.
Tutto il resto della preghiera non sarà altro che un declinarsi nella vita di quest’unico desiderio, di questa grande passione del Signore: rivelando il Padre sulla croce, Gesù darà agli uomini la vita eterna (Gv 17, 2), darà la possibilità di conoscere Dio, di credere in Lui, di scegliere di appartenergli.
Così la gloria di Gesù si rifletterà anche in noi, e questo sarà la verità ultima della nostra vita, la nostra vera grandezza, aldilà di ogni successo o insuccesso, dentro ogni ricchezza e ogni povertà.
+Pierbattista