sabato 27 maggio 2017

Mondo
L'Osservatore Romano
«Credevo che Internet migliorasse il mondo. Mi sbagliavo» a parlare è il guru e fondatore di Twitter Evan Williams, 45 anni, creatore di Blogger (nel 1999), la piattaforma dei blog, fondatore di Twitter (nel 2006) e di Medium (nel 2012), lo spazio digitale pensato per contenuti di qualità. Williams, ovvero Il pentito del web come recita il titolo di un articolo uscito sul «Corriere della Sera» del 22 maggio scorso a firma di Leonard Barbieri.
Dello stesso tono il J’accuse (o forse sarebbe meglio chiamarlo il mea culpa) di Walter Isaacson, presidente e amministratore delegato di Aspen Institute, autore di una biografia di Steve Jobs. «Oggi nessuno può dire con certezza chi ci sia oltre lo schermo, se un troll o un adolescente macedone» ha detto qualche mese fa Isaacson in un discorso all’Accademia americana delle arti e delle scienze. E ha continuato: «Dobbiamo aggiustare la Rete: dopo quarant’anni ha iniziato a corrodere se stessa e noi». Certo, «resta un’invenzione meravigliosa e miracolosa, ma ci sono insetti alle fondamenta e pipistrelli nel campanile». E l’anonimato virtuale, celebrato perché permetteva alle voci represse di esprimersi liberamente, alimenta i peggiori istinti. «Il web non è più il luogo dove la comunità si confronta». Su 3,7 miliardi di utenti connessi è diventato un esercito di troll e hacker, cracker e bot, i programmi che imitano il nostro modo di parlare e offrono informazioni online. Risultato? «Internet non funziona più», ammette al «New York Times» Evan Williams. E non solo il web è rotto, ma le cose stanno pure peggiorando. I suicidi, gli omicidi e i pestaggi finiscono su Facebook. I provocatori e i diffamatori inondano Twitter. E le notizie false — «create per ideologia o profitto», scrive il quotidiano americano — galoppano. «Pensavo che se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore. Mi sbagliavo», dice Williams. Perché «Internet finisce per premiare gli estremi».
L'Osservatore Romano, 26-27 maggio 2017.