giovedì 11 maggio 2017

Messico
Studio dell’episcopato messicano sulle persone sparite negli ultimi venti anni. Scomparsi ma non per la Chiesa
L'Osservatore Romano
(Giovanni Zavatta) «Le sparizioni forzate sono un grave problema che né l’autorità, né la Chiesa, né la società civile possono ignorare. I messicani vivono in un clima di paura che attenta alla dignità delle persone, e questa paura infonde ulteriore terrore e genera ancora più violenza»: è quanto si legge nelle conclusioni dello studio realizzato dall’Osservatorio nazionale della Conferenza episcopale messicana sull’inquietante fenomeno delle persone scomparse nel paese, 57.861 negli ultimi vent’anni, secondo la Commissione nazionale dei diritti umani citata dai vescovi. Almeno ottocentocinquantacinque le fosse scoperte negli ultimi dieci anni e millecinquecentoquarantotto i corpi recuperati. Dati approssimativi, «poiché bisogna considerare le molte persone che, per timore di minacce e intimidazioni, decidono di non parlare ed evitano di sporgere una denuncia che potrebbe mettere in pericolo più membri della propria famiglia».
Nel dossier, intitolato Los desaparecidos nos faltan a todos e firmato dal vescovo ausiliare di Monterrey, Alfonso Gerardo Miranda Guardiola, segretario generale della Conferenza episcopale, si afferma che per risolvere il problema «non bastano i buoni propositi» ma serve un’adeguata formazione per essere all’altezza di dare le giuste risposte, poiché «l’incertezza che accompagna i familiari scomparirà dalla loro vita soltanto quando conosceranno la sorte» dei propri cari. In tale ambito il ruolo della Chiesa resta quello di costruttrice di pace, di luogo di accoglienza e protezione dove «il dolore di tante famiglie trova conforto nella luce di Cristo». Monsignor Miranda Guardiola ricorda che «ogni giorno siamo testimoni, attraverso i mezzi di comunicazione, di individui scomparsi, le reti sociali parlano della ricerca di numerose persone, compresi bambini, donne e adolescenti, e la televisione mostra i volti di cittadini spariti». Non si contano i cimiteri improvvisati, le fosse clandestine scoperte praticamente in tutti gli stati messicani. Diffidenza, sfiducia, paura, i sentimenti costanti vissuti dalla gente.
Nello studio si elencano alcuni episodi che hanno suscitato particolare scalpore, come la scoperta, l’anno scorso, di quattromila frammenti ossei in un terreno alla periferia di Torreón, o come “la fossa clandestina più grande del mondo”, come è stata chiamata quella rinvenuta due mesi fa a Veracruz, oppure il “cimitero” di Jojutla. Notizie, immagini, che «ci interpellano fortemente sulla delicata situazione di violenza vissuta dalla società in varie parti del paese». Notizie che «ci sferzano come cattolici e come cittadini sui valori che dobbiamo considerare, sulla necessità urgente di un risveglio di fronte a Dio, perché la violenza ha raggiunto le nostre famiglie, e il popolo del Messico non deve abituarsi né essere indifferente davanti a questa cruda realtà».
Nel rapporto si ricordano le prese di posizione delle Nazioni Unite, di Papa Francesco durante la sua visita in Messico, nel febbraio 2016, e della Chiesa locale. Si analizza il fenomeno, viene ripercorso il suo sviluppo negli anni, si evidenzia in particolare la necessità dell’accompagnamento e della vicinanza per i familiari degli individui scomparsi. «Sappiamo — vi si legge — che i desaparecidos sono vittime della tratta di persone, del traffico di organi, di sequestri, del narcotraffico». Uno degli aspetti più gravi è che «il numero dei corpi che si riesce a identificare nelle fosse clandestine è decisamente ridotto se si mette a confronto con il totale dei resti sepolti ritrovati». Come a dire che sarà difficile giungere a un riconoscimento ufficiale dell’identità di molti scomparsi.
Una delle sensazioni più diffuse è quella di impotenza, provata dai familiari davanti alla mancanza di informazioni, all’incapacità degli organi competenti di concludere le indagini con un risultato significativo. Tanto che si stanno moltiplicando un po’ ovunque nel paese le “brigate di ricerca” composte da familiari di individui di cui si sono perse da tempo le tracce. La prima, nata l’anno scorso a Veracruz, ha potuto essere realizzata grazie alla collaborazione di vescovi e sacerdoti che hanno aperto le porte di diocesi e parrocchie per dare vitto, alloggio e aiuto spirituale in modo da alleviare il peso di molte famiglie. Soprattutto le parrocchie continuano a essere spazi importanti di incontro per le organizzazioni civili che si occupano dei desaparecidos, poiché — conclude il segretario generale dell’episcopato — «la popolazione teme minacce ma ha fiducia nella Chiesa».
L'Osservatore Romano, 11-12 maggio 2017