domenica 21 maggio 2017

Italia
Vescovi, via al dopo Bagnasco. Al voto con l’anatema anti cordate
La Repubblica
(Paolo Rodari) Evitate le «cordate» e le «correnti», ha intimato Francesco ricevendo il 10 marzo scorso i 36 parroci prefetti di Roma. Vale per l’elezione del prossimo vescovo vicario della diocesi capitolina e, a  maggior ragione, per l’elezione del prossimo presidente della Cei che i presuli italiani si apprestano  a designare durante l’assemblea generale che ha inizio lunedì. Proporranno, dopo la votazione, una  terna al Papa che deciderà se approvarla o, cosa improbabile, se accantonarla per suggerire un suo  nome. «Non saprei dirvi se una volta eletta la terna il Papa comunicherà subito la nomina », ha  confidato tre giorni fa il cardinale Angelo Bagnasco, evidenziando come sulla scelta, che per la  prima volta arriva dopo un suffragio libero di tutti gli oltre 220 vescovi, regni grande incertezza.
Il disorientamento è probabilmente voluto da Francesco, che ama il metodo della murmuratio della Compagnia di Gesù: per arrivare all’elezione del superiore generale, i gesuiti prevedono un  periodo in cui gli elettori si confrontano faccia a faccia, due a due, per evitare il formarsi di lobby.  Anche per l’elezione del successore di Bagnasco la strada del confronto personale è quella  caldeggiata dal Papa, proprio per evitare le cordate a lui invise. «Lì non vi è lo Spirito», ha più volte detto Francesco. Tanto che a oggi non si hanno notizie di conferenze episcopali che si siano  incontrate per decidere su quale vescovo puntare. Martedì — il lunedì sarà dedicato a un incontro  del Papa con i presuli — si partirà con le votazioni. Qui dovrebbero emergere i primi tre candidati,  coloro che hanno ottenuto più voti rispetto agli altri. Su ciascuno di questi si esprimeranno i membri dell’assemblea: i prescelti dovranno ottenere ciascuno una maggioranza assoluta del cinquanta per  cento dei voti più uno. 
Sulla carta ogni vescovo è eleggibile, tanto che non si esclude che nella terna possa entrare un  outsider: uno di quei vescovi di diocesi minori nominati da Francesco nel solco della Chiesa della  misericordia e mai entrati nei pronostici della vigilia. Anche se ovviamente alcune figure spiccano  su altre. Nelle diocesi del Nord c’è chi fa con insistenza i nomi del vescovo di Novara, Franco  Giulio Brambilla, già ausiliare di Milano. Insieme a lui anche l’arcivescovo di Bologna Matteo  Zuppi, già assistente generale di Sant’Egidio, missionario nelle periferie, e l’arcivescovo di Modena Erio Castellucci. 
Per il Centro un candidato credibile sembra essere il vescovo di Fiesole, Mario Meini, attuale  vicepresidente della Cei, ma anche l’arcivescovo di Perugia, il cardinale Gualtiero Bassetti.  Quest’ultimo ha 75 anni, ma ha da poco ricevuto una proroga dal Papa per rimanere in sella alla  diocesi fino agli 80. Una decisione che conferma la sua eleggibilità, nonostante l’età. Fu con  Bassetti, del resto, che nel 2014 Bergoglio spezzò la consuetudine che voleva fosse concessa la  berretta rossa soltanto ai titolari di diocesi cosiddette cardinalizie. Infine c’è anche chi è pronto a  sostenere l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori. 
Per Francesco il centro della Chiesa è ovunque, a cominciare dalle periferie esistenziali e  geografiche. Anche per questo motivo non è secondaria l’ipotesi di nuovo presidente proveniente  dal Sud. Qui, fra gli altri, sembrano emergere i nomi dell’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro,  del vescovo di Teramo Michele Seccia, del cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di  Agrigento, e dell’arcivescovo di Catanzaro-Squillace Vincenzo Bertolone. 
Fra i tanti presuli che assisteranno da fuori, in quanto emeriti, all’elezione c’è l’ex vescovo di  Foggia Giuseppe Casale. Fu lui, nel 1983, in un incontro avvenuto a Collevalenza, a proporre senza  successo a Giovanni Paolo II, insieme ai vescovi Martini, Bettazzi e Riboldi, l’elezione diretta del  presidente. Oggi ricorda: «Proponemmo anche che il progetto culturale della Cei, nato dalla  nostalgia della fine del partito unico dei cattolici, venisse chiamato progetto culturale- pastorale. Ma l’idea non passò e vinse la linea Ruini che aprì a una alleanza de facto con Berlusconi, il  centrodestra e i cosiddetti atei devoti. Ora può aprirsi una nuova strada, nella quale mi auguro che  chi si propone per la guida dell’episcopato possa farlo non sulla base del suo nome, ma di un  programma pastorale chiaro ed enunciato in pubblico. Il programma di una Chiesa che sappia  rinunciare alla predominanza politica e si faccia in scia al Concilio lievito del mondo, portatrice di  esigenze di giustizia, proclamatrice delle ragioni della pace, delle cause dei deboli e degli oppressi».
La Repubblica, 20 maggio 2017